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FUORIPAGINA
18/03/2011
  •   |   Stefano Liberti, inviato a Bengasi
    «Arrendetevi» Bengasi resiste

    La carcassa ancora fuma in mezzo a un prato. Intorno, un centinaio di persone. Festeggiano. Staccano pezzi dell'aereo. Mettono in macchina i cimeli di guerra. Si fotografano accanto al trofeo. Un uomo in mimetica agita un bazooka e sventola la bandiera rosso-verde-nera degli insorti. «Vinceremo, siamo forti. Allah Akbar. Dio è grande», gridano alcuni ragazzi.
    La contraerea delle forze rivoluzionarie del 17 febbraio ha centrato il bersaglio: due dei tre caccia mandati da Tripoli a bombardare l'aeroporto di Bengasi sono stati colpiti e abbattuti. Il terzo è fuggito senza centrare il bersaglio. Per il momento, i raid lanciati dal regime sulla roccaforte degli insorti sono stati un fallimento totale: l'altroieri, una bomba sganciata anch'essa sullo scalo è caduta in una strada lontana, creando solo un cratere. Ieri, è andata anche peggio: nessun danno di rilievo e due caccia abbattuti su tre. All'aeroporto il colonnello dell'aviazione Salah Elfitouri è visibilmente contento. «Li abbiamo cacciati via», racconta eccitato. «Sono arrivati verso le 11 di mattina. Abbiamo attivato la contraerea. Non sono riusciti a fare niente. Hanno sganciato un po' di bombe sulla zona degli aerei civili. E hanno lasciato intatti i nostri mezzi militari». Sulla pista, un aereo della Libyan airlines è ridotto in mille pezzi. Dalla carlinga esce un fumo denso. Un'ala giace annerita a venti metri di distanza. Poco più in là, un buco sul terreno profondo due-tre metri è il segno della potenza degli ordigni piovuti dal cielo. «Sono bombe di 250 chili. Ma non hanno fatto danni», dice ridendo il colonnello Elfitouri. «Non ci hanno capito più niente. Hanno lanciato a caso per sfuggire ai nostri colpi».
    La notizia è accolta in città con grida di giubilo. Macchine strombazzanti si lanciano sulle strade. Migliaia di manifestanti si radunano intorno alla Mahkama, il Palazzo di giustizia sul lungomare, cuore pulsante della rivolta esplosa ormai un mese fa e centro decisionale del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) stabilito dopo la cacciata dalla città delle forze di Gheddafi. Alcuni pezzi degli aerei abbattuti sono arrivati anche qui. I dimostranti si radunano intorno. Si fanno fotografare con in mano una ruota. «Muammar ha detto che ci bombarda. Lo faccia pure. Qui nessuno ha paura», grida un ragazzo. Solo la sera prima, il regime di Tripoli aveva inviato un ultimatum attraverso la televisione di stato. «Invitiamo tutti i cittadini di Bengasi ad allontanarsi dai depositi di armi entro mezzanotte», scandendo poi un conto alla rovescia un po' inquietante. «Avete quattro minuti, poi tre, due, uno». E poi niente. Nulla era accaduto. Fino ai raid del mattino successivo. Che si sono rivelati un boomerang. Perché hanno risollevato il morale delle truppe rivoluzionarie, già caduto a picco di fronte alle continue sconfitte e all'avanzata delle truppe lealiste, che sembrava inarrestabile.
    «Ora ci riprendiamo Ajdabiya», scandisce la folla alla Mahkama. La situazione al fronte è confusa: le truppe di Gheddafi non controllano completamente la città a 160 chilometri da Bengasi, secondo quanto indicano alcuni abitanti contattati per telefono. I bombardamenti continuano. Fino ad adesso, ci sono stati almeno 30 morti all'ospedale. Dopo la ritirata di tre giorni fa, che pareva una fuga generalizzata e senza speranza, gli insorti hanno recuperato qualche posizione. Anche grazie, a quanto pare, a qualche raid aereo riuscito. «Abbiamo mandato la nostra aviazione a bombardare le postazioni di Gheddafi. Hanno colpito una colonna di blindati che risaliva da sud per andarsi ad unire alle forze che combattono ad Ajdabiya», assicura il colonnello Elfitouri.
    Le notizie e le smentite si rincorrono come sempre in un balletto senza fine, in cui è difficile stabilire la verità. A ovest, le forze del rais hanno lanciato un assalto su Misratah, l'ultimo centro ancora controllato dagli insorti in Tripolitania. La tv di stato annuncia che la città è stata presa. Fonti del Consiglio nazionale transitorio smentiscono. Nel pomeriggio, i telefoni smettono di funzionare. Difficile verificare alcunché. Si può credere solo a quello che si vede. E quello che si riesce a vedere non è molto.
    Quel che è certo è che gli annunci bellicosi lanciati due giorni fa da Gheddafi e dal figlio Seif al Islam, secondo cui Bengasi sarebbe stata catturata in 48 ore, si sono rivelati nulla più che pie illusioni. La capitale della Cirenaica sembra difficile da prendere in così poco tempo. Ci sono migliaia di uomini armati pronti a difenderla fino all'ultimo. Le forze rivoluzionarie e i «giovani volontari» - ragazzi dai 15 anni in su che vengono addestrati nelle caserme all'uso delle armi - sono risoluti a non lasciar passare le forze di Gheddafi, se si dovessero avventurare in città. «Non verranno mai, al massimo faranno qualche raid aereo. Semplicemente, non possono entrare via terra a Bengasi», afferma sicuro di sé Mustapha El Garyani, un imprenditore edile che fin dal 17 febbraio ha assunto un ruolo di primo piano nel consiglio transitorio, anche se non ha alcun ruolo formale.«La città è completamente al sicuro dal punto di vista militare. Ci sono radar tutto intorno e la contraerea piazzata in modo capillare. Non possono passare», gli fa eco il capitano della marina Ali Spak, incaricato dal Cnt di coordinare la difesa della città. L'abbattimento degli aerei sembra confermare le sue parole.
    In serata, Gheddafi si rivolge un'altra volta via radio ai cittadini di Bengasi. «Arriveremo stanotte. Non ci sarà pietà», minaccia il colonnello. «Cercheremo in ogni casa. Chi non è armato, non deve temere nulla». Gli abitanti della città lo aspettano. Le barricate vengono rinforzate. La contraerea schierata in altri punti sensibili. I comandi militari allertati. Mentre cala il tramonto, la capitale degli insorti si prepara all'ennesima notte senza sonno.


I COMMENTI:
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  • Una campagna di massa per la cessazione delle ostilità e per il negoziato noi, a sinistra, non l'abbiamo fatta: l'omissione di una presa di posizione forte, che andava in aiuto degli insorti, ci rende poco credibili quando interveniamo "a babbo morto", a cose fatte, nella facile e scontata condanna dell'imperialismo. E ci rende incomprensibili agli occhi delle piazze di Bengasi che l'appoggio dell'Occidente democratico hanno a lungo reclamato.
    Col nostro silenzio e con la non-mobilitazione abbiamo regalato le masse arabe proprio a quelle potenze imperialiste che diciamo di combattere. 18-03-2011 22:27 - Giacomo Casarino
  • @ terzani
    C'è una cosa che non ho capito del suo ragionamento: e se le armi alla Libia le vende la Russia (come ha fatto finora) o la Cina, fanno meno male perchè sono meno "capitalistiche" ? 18-03-2011 21:48 - carlo
  • terzani dice bene e mette in evidenza come gli organismi internazionali fanno un peso due misure.io non mi intendo di economia ma il nostro presidente interventista napolitano ha mandato un messaggio chiaro,l'italia parteciperà alla guerra.e la societa italiana non è in grado di proporre alternative ma credo che quei popoli li aiuteremmo meglio cambiando l'orizzonte politico e sociale ridefinire priorità come l'approvigionamento energetico cambiando un modello che non può essere produzione e consumo altrimenti di gheddafi ce ne saranno a iosa.e credo che la in libia quelli come me non ricaveranno niente ne da gheddafi ne da anti gheddafi 18-03-2011 20:27 - nicola
  • La sola cosa che si capisce é che un'altra guerra imperialista é alle porte, con il conseguente massacro, e la sinistra in parte non si oppone, in parte addirittura mette l'ellmetto come Vendola. ma oltre allae solite situazioni già vissute, questa volta la guerra provocherà in Italia una crisi economica dai confini enormi, la benzina salirà a 3 o 4€, le società che hanno capitale libico 5Unicredit e Fiat, per esempio) avranno i loro problemi etc. E come al solito pagheranno i lavoratori, non certo quei criminali raq 1, Kossovo, Afghanista,-Iraq 2 sono pronti a scatenare l'ennesima guerra, naturalemente itaria. 18-03-2011 19:18 - Franco
  • IL CAPITALISMO SI CIBA DI GUERRA
    C’è sicuramente qualcosa che mi sfugge, ma gli ultimi avvenimenti relativi alle popolazioni insorte nei Paesi del mondo arabo fanno chiaramente intendere che l’occidente non è imparziale. Da una parte abbiamo un popolo che si solleva contro un dittatore (con cui avevamo fatto accordi fino all’altro giorno, affinchè bloccasse il flusso immigratorio in Italia "con qualsiasi metodo") armandosi fino ai denti ed ora viene protetto da ONU e NATO (addirittura il Governo italiano pare ora non fidarsi più di Gheddafi e garantisce, malgrado l’annunciato cessate il fuoco proclamato da Tripoli, basi aerei e militari alla NATO). Dall’altra abbiamo masse che si sollevano pacificamente e governi che reprimono nel sangue tali manifestazioni (nello Yemen di Ali Abdullah Saleh, sostenuto dagli USA, si contano oggi 41 morti e duecento feriti che si sommano ai 13 morti del 12 marzo 2011; nel Bahrain addirittura si permette all’esercito dell’Arabia Saudita di partecipare alla carneficina dei manifestanti – si parla di 12 morti e mille feriti) e l’ONU non si sente ancora.

    Sinceramente non sono andato a verificare la conta delle vittime, ma una cosa è certa: quando il capitalismo è alla frutta, l’unica via di accrescimento è la guerra e come al solito ne pagheranno le conseguenze coloro che, o per ignoranza o per indifferenza, si trovano coinvolti senza trarne alcun vantaggio, tantomeno economico (la lira si svalutò sia tra l’inizio e la fine della prima guerra mondiale – vinta – , sia in occasione della seconda – persa).

    Anche per l’avidità capitalista la svalutazione della moneta è un grave colpo (sappiamo bene che uno dei motivi per cui la piena occupazione viene sempre osteggiata è perché crea una offerta di beni e servizi superiore alla domanda, con conseguente inflazione e svalutazione), ma la guerra è l’unico metodo che garantisce al capitale di accrescersi in misura fortemente superiore (sugli armamenti ci sono utili enormi, e tanto si può guadagnare accaparrandosi gli appalti della ricostruzione) alle perdite che la svalutazione può generare.

    Sarebbe ora di cominciare a pensare ed a vivere in sintonia con logiche anticapitalistiche. 18-03-2011 17:40 - gianni terzani
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