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Praful Bidwai *
«Qui non può succedere». E invece è successo
Il primo giorno, 12 marzo, lo hanno liquidato come un episodio minore.
Il secondo giorno, di fronte a un'esplosione al reattore 1 della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, hanno negato che ci fosse un'emergenza nucleare «come scritto da alcuni organi di stampa». Uno di loro, anzi, ha parlato di «un esercizio di ben pianificata risposta all'emergenza».
Il terzo giorno, mentre il mondo intero guardava con orrore il precipitare della crisi giapponese, loro ripetevano che tutto si sarebbe presto risolto.
Questi signori, che si pensano onniscenti e infallibili, sono i grandi capi del nucleare in India (che ha avviato il suo programma nucleare nei lontani anni '60 e oggi ha un duplice programma, militare e per la produzione di energia, ndt). Il segretario del Dipartimento all'energia atomica nonché presidente della Commissione per l'energia atomica, Sreekumar Banerjee. Tale S. K. Jain, presidente della Nuclear Power Corporation, che gestisce 20 reattori in India. Le loro dichiarazioni mostrano come il loro dogma gli impedisca di riconoscere i fatti.
La scala del disastro giapponese è ben oltre l'incidente del 1979 a Three Mile Island negli Stati uniti, ed è una terribile ironia che la crisi di Fukushima debba avvenire a ridosso del 25esimo anniversario del disastro di Chernobyl in Ucraina, il 26 aprile 1986, che ha inferto uno shock fatale all'industria nucleare globale. La crisi attuale è per certi versi più grave di quella dell'Ucraina, che poteva essere attribuita a un progetto difettoso e procedure operative sbagliate in un sistema industriale arretrato. Non così Fukushima. Gli standard di sicurezza dei reattori nucleari giapponesi sono accreditati nel mondo come i migliori.
Il programma nucleare giapponese ha registrato in passato numerosi problemi, tra cui esplosioni, guasti indotti da terremoti, crisi nei reattori autofertilizzanti e piccoli rilasci di radioattività: mai però prima d'ora un incidente aveva assunto dimensioni catastrofiche. Adesso questo è successo, in una centrale con 6 reattori progettati da un'azienda degli Stati uniti, la General Electric, e gestita dalla Tokyo Electric Power Company (Tepco), una delle maggiori imprese di energia nucleare nel mondo sviluppato. Per capire il contesto dobbiamo ricordare gli effetti delle crisi precedenti. Three Mile Island (1979) ha paralizzato l'industria nucleare Usa, la più grande al mondo, che del resto aveva già dei problemi poiché non un solo reattore era stato messo in ordinazione dal 1973. Dopo l'incidente sono state varate norme di sicurezza più severe, che hanno alzato il costo dei reattori e quindi dell'energia nucleare. Nonostante i generosi aiuti offerti 10 anni fa dal presidente George W. Bush per promuovere una «rinascita nucleare» in America, neppure un nuovo reattore è ancora entrato in produzione.
Poi è arrivata Chernobyl e ha paralizzato l'industria nucleare europea. La fiducia del mercato nell'energia nucleare è crollata. Nessun nuovo reattore è stato costruito negli ultimi 25 anni e i pochi progetti presenti hanno vari problemi: a cominciare dal Reattore Pressurizzato Europeo (Erp) sviluppato dalla francese Areva, in costruzione in Finlandia. L'Epr è 42 mesi in ritardo sul progetto, ha sforato del 90% il budget previsto, e deve rispondere a ben tremila obiezioni poste dagli enti di sicurezza atomica di Finlandia, Gran Bretagna, Stati uniti e della stessa Francia. Se sarà abbandonato per i costi proibitivi e le polemiche, potrebbe segnare la fine dell'espansione nucleare in Europa. Ora il disastro giapponese potrebbe precipitare una crisi definitiva per l'industria nucleare globale. (...)
Dobbiamo tirare almeno quattro lezioni da questa crisi: valgono per l'India, che sta per imbarcarsi in un programma per raddoppiare la sua capacità nucleare, come per ogni paese che abbia simili ambizioni. Primo, quella nucleare è la sola forma di produzione di energia passibile di incidenti catastrofici, con danno sanitario e contaminazione ambientale sul lungo periodo. Un errore umano o un evento naturale possono innescare una catastrofe, e questo perché i reattori sono intrinsecamente vulnerabili. Si tratta di sistemi ad alta pressione e alta temperatura in cui la reazione a catena di fissione ad alta energia è appena controllata. Sistemi complessi, un problema in un sotto-sistema viene rapidamente trasmesso agli altri e ne risulta amplificato, precipitando l'intero sistema nella crisi.
Seconda lezione: l'energia nucleare implica l'esposizione a radiazioni in tutte le fasi del cosiddetto «ciclo del combustibile atomico», dall'estrazione dell'uranio alla trasformazione in combustibile, alla gestione e manutenzione dei reattori, al trattamento, stoccaggio e riprocessamento del combustibile esausto. I reattori lasciano scorie radioattive che rimangono pericolose per migliaia di anni. Il dimezzamento della vita del plutonio-239, prodotto per fissione, è di 24mila anni. La scienza non conosce modi per immagazzinare scorie altamente radioattive per lunghi periodi, né tantomeno per neutralizzarle.
Terzo, l'India non ha un ente indipendente che possa dettare standard e norme di sicurezza. Il nostro ente (Atomic Energy Regulatory Board) dipende per il suo budget e il personale dal Dipartimento all'energia atomica, e riferisce al capo della Commissione pr l'energia atomica che è anche il presidente del Dipartimento. Nei 40 anni da quando sono stati installati i primi reattori nucleari a Tarapur, il Dipartimento all'energia atomica non ha fatto che applicare i progetti tecnici di Usa e Canada, con minime modifiche.
Infine, la crisi giapponese dimostra che la sicurezza deve avere precedenza su tutto il resto. Sarebbe inaccettabile sacrificare la sicurezza all'industria e a una élite tecnocratica che si considera al di sopra dell'interesse pubblico. Il Dipartimento all'energia atomica deve smettere di trincerarsi dietro il «qui non può succedere». Guardiamo il record di sicurezza nucleare in India. Ci sono stati guasti imbarazzanti, come l'incendio del 1993 al reattore di Narora, il crollo della cupola di contenimento a Kaiga, frequenti casi di sovra-esposizioni a radiazioni in diversi siti, trasporti di acqua pesante in condizioni insicure, e i terribili effetti sulla salute umana presso le miniere di uranio di Jadugoda e i reattori in Rajasthan, nelll'India settentrionale.
Abbiamo urgente bisogno di un'indagine indipendente e credibile sulla sicurezza del programma nucleare indiano, a cui partecipino tecnici esterni al Dipartimento all'energia atomica dello stato, e che avvii una radicale revisione dei progetti di espansione nucleare dell'India. Nel frattempo ci vuole l'immediata moratoria sulla costruzione di nuovi reattori, a cominciare dal controverso modello di Epr di Areva, che il governo indiano progetta di installare nel villaggio di Jaitapur in Maharastra, a sud di Mumbai.
* Giornalista e scrittore indiano, cofondatore della Coalition for Nuclear Disarmament and Peace (Cndp). È autore con Achin Vanaik di "South Asia on a short fuse" (Oxford University Press, 1999) sull'espansione nucleare nell'Asia meridionale.
(traduzione di Marina Forti)
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purtroppo l'opinione pubblica ha più paura di rimanere senza condizionatore, riducendo i consumi energetici che il mix di isotopi sotto casa. Una questione a parte è il caso italiano dove abbiamo esperienza da vendere sulla buona gestione e funzionamento di ferrovie (trasporti in generale) poste,telecomunicazioni, sanità ecc. ecc. 22-03-2011 13:22 - giuseppe
Quando ricevevano dagli americani il nucleare,perchè sprovvisti a ora che lo potranno esportare con le loro cibarie e con i loro pesci.
Dicono che in Giappone le automobili camminano senza benzina...
Al prossimo disastro! 21-03-2011 21:12 - mariani maurizio