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Stefano Liberti, inviato a Bengasi
Gli insorti di Bengasi «Grazie Francia». E ora?
L'ingorgo comincia all'improvviso, sulla strada che da Bengasi si dirige verso ovest. Decine di macchine sulla strada, parcheggiate come capita. Gente che cammina, facendo il segno «V» di vittoria con la mano e gridando «grazie Francia». Poi compare il primo tank. Carbonizzato. Più in là un altro. E decine di altri ancora. La folla è raggruppata tutto intorno. E' una vera e propria processione quella che si organizza verso i resti del bombardamento lanciato dall'aviazione francese nel tardo pomeriggio di sabato e nella mattinata di domenica. Migliaia di persone sono venute a vedere. Si aggirano tra i carri armati bruciati. Svitano pezzi, che riportano a casa. Sparano in aria colpi di kalashnikov di celebrazione.
Siamo a una ventina di chilometri dalla capitale della Cirenaica. Nel campo aperto si vedono le forze che il colonnello Gheddafi aveva schierato per attaccare la città. E' una vera e propria armata. Mezzi corazzati, carri armati, lanciarazzi: alcuni tank hanno ancora il colpo in canna. «Sono armi ultra-moderne che non avevamo mai visto», dice un colonnello dell'esercito che al momento della rivolta del 17 febbraio ha disertato e si è unito ai ribelli. «Se non fossero intervenuti i francesi, avrebbero distrutto Bengasi».
L'operazione militare è scattata appena in tempo: solo poche ore prima, la mattina di sabato, le truppe lealiste erano entrate in città ed erano state rimandate indietro dai «giovani rivoluzionari», che hanno perso in combattimento circa 70 uomini. Con ogni probabilità, vista la sproporzione delle forze in campo, non sarebbero riusciti a respingerle ancora. Senza l'intervento della Francia, la rivoluzione del 17 febbraio sarebbe stata spazzata via dai cannoni di Gheddafi. «Sono arrivati al momento giusto. Ci hanno fatto il più grande regalo che abbiamo mai ricevuto. Non ce lo dimenticheremo mai», dice Gheit, un commerciante trentenne venuto a vedere i resti del bombardamento. «E guardate poi con quale precisione hanno colpito», aggiunge indicando i resti fumanti di un carro armato e l'erba ancora verde tutto intorno. L'azione è stata effettivamente chirurgica: la strada è intatta, l'ambiente circostante non ha subito danni.
«Quelli che avete visto sono solo una piccola parte. Molti altri carri armati sono fuggiti via», racconta al check point successivo un giovane combattente che ha assistito ai bombardamenti. «Erano decine e decine. E sono fuggiti verso Ovest». Dopo essersi spinto fino alle porte di Bengasi, il fronte è ora indietreggiato di nuovo verso Ajdabiya, la città strategica 160 chilometri più a sud. Lì si combatte ancora ferocemente. Le truppe avanzano e indietreggiano. Rinforzi sarebbero arrivati via mare. Dai racconti di chi è scappato dalla città, all'interno le forze di Gheddafi avrebbero compiuto un massacro, colpendo le abitazioni con razzi e colpi di mortaio e uccidendo centinaia di civili. L'affermazione non è verificabile. La città è off-limits. «Fra poco potremo mostrarvi quello che è successo. Prenderemo Ajdabiya e arriveremo rapidamente a Sirte», afferma Abdel Hafiz Ghoga, numero due del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) di Bengasi, il governo provvisorio degli insorti.
Ma l'impressione è che, senza l'ausilio dei bombardieri occidentali, il fronte appare destinato a impantanarsi di nuovo. Per quanto motivati e volenterosi, gli insorti non hanno né le armi, né la preparazione militare, né tantomeno il necessario coordinamento per la trionfale avanzata promessa da Ghoga. La domanda che quindi tutti si fanno è: i francesi o gli altri membri della coalizione spianeranno la strada ai ribelli? Continueranno a bombardare le postazioni di Gheddafi? La risoluzione 1973, approvata giovedì dal Consiglio di sicurezza, parla semplicemente di uso di «ogni mezzo necessario per proteggere i civili». Se legittimava il bombardamento di sabato e di domenica vicino a Bengasi, che ha effettivamente salvato la vita a migliaia di civili, non prevede la possibilità di colpire un esercito che sta fronteggiando combattenti nemici.
A Bengasi intanto la situazione resta tesissima. Quasi tutti i negozi sono chiusi. Per la strada la sera si alzano barricate. Check point di «giovani rivoluzionari» controllano ogni movimento. Alle nove scatta il coprifuoco. E, intorno alla stessa ora, si cominciano a sentire sparatorie in diverse parti della città. «Stiamo cercando di bonificare Bengasi dagli elementi della Lijan thauria, i comitati rivoluzionari del regime di Tripoli», dichiara Ghoga.
Sorta di milizia civile costruita da Gheddafi nel corso degli anni, la Lijan thauria è molto temuta. Secondo informazioni del Cnt, conterebbe 1200 elementi in città, armati, mescolati nella folla e intenzionati a seminare il panico. «Molti non sono di qua. Parlano libico con l'accento dell'ovest. Sono venuti apposta per lanciare attacchi qui da noi», sostiene Issam Ghariany, uno dei portavoce del Cnt. A partire da sabato, dal giorno in cui tutto è precipitato a Bengasi con l'attacco respinto delle forze lealiste e con il bombardamento francese, i suoi membri si sono scatenati, creando un fronte interno alla città, più pericoloso perché magmatico e inafferrabile. Secondo diverse fonti concordanti, i miliziani pro-Gheddafi hanno lanciato attacchi indiscriminati contro passanti in varie parti di Bengasi. Sabato notte, una sparatoria fra membri della Lijan thauria e insorti è andata avanti per due ore di fronte all'hotel Nuran, nella parte est della città, dove alloggia gran parte dei giornalisti stranieri. «Abbiamo dato loro 24 ore di tempo per arrendersi. Poi saranno trattati come combattenti nemici», assicura Ghoga.
Intanto la città è deserta. Nessuno si avventura fuori di casa. Per le strade si aggirano solo miliziani armati, che sparano in aria colpi di kalashnikov e inneggiano a una rivoluzione che somiglia sempre di più a una guerra di trincea.
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Da quando sono esplose le rivolte c’é un fiorire di documentazioni che hanno il fine di dimostrare che tutte queste rivolte nel mondo arabo sarebbero in realtá il risultato della attivitá Usa per cambiare le direzioni di questi paesi, ma mantenendo il loro dominio per mezzo di nuovi equipe al potere.
Che gli Usa per mezzo delle sue varie organizzazioni sia impegnata a promuovere movimenti per articolare la situazione in loro favore, non c’é dubbio. É una attivitá che é stata giá applicata all’epoca della 2a guerra mondiale. Il fine ultimo del capitalismo é difendersi dalle rivoluzioni che possono mettere in questione l’ordine sociale delle classi. Poi ci sono gli interessi economici di sfruttamento, rapina, etc. I vari settori del capitalismo si scannano tra di loro ma reagiscono insieme per difendere il loro potere di classe. Successe giá all’epoca della Rivoluzione russa: stati che fino a una settimana prima si erano scannati reciprocamente si trovarono uniti contro il nemico comune rappresentato dal nuovo potere rivoluzionario in Russia.
Le rivolte che stanno avendo luogo nei paesi arabi sono certamente infiltrate da elementi che fanno gli interessi dell’imperialismo Usa, ma sono rivolte vere, cioé la gente interviene perché non ne puó piú, ed é disposta a lottare per vincere, a qualunque costo. É quanto sta succedendo in Tunisia, in Egitto, e negli altri Paesi come la Libia. Un dato é importante per valutare la situazione sociale, é considerare la politica che i vari governi hanno portato avanti applicando le norme del Fondo monetario internazionale. Norme che hanno significato la privatizzazione dei vari settori della produzione e dei servizi, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la riduzione dei salari, il deperimento delle condizioni di lavoro, la disoccupazione. Ció sta succedendo in tutto il mondo nei Paesi che dipendono dagli accordi con il Fmi. Ultimo scorso, di cui la stampa non ne parla ancora, é la rivolta che giá da tre settimane é in atto nel BurkinaFaso. Iniziata come reazione a una prepotenza della polizia che aveva ucciso uno studente per futili motivi, la rivolta ha ormai coinvolto tutta la popolazione lavoratrice che, anch’essa, é vittima degli accordi che il governo fece con il Fmi, con la conseguenza di un impoverimento globale delle loro condizioni di vita e di lavoro. Anche la rivolta in Libia é cominciata come una lotta contro il potere della cricca di Kaddafi, per riforme democratiche, ma era implicita la rivolta contro le condizioni economiche della popolazione. Dopo il crollo dell’Urss e dei movimenti ad esso correlati, Kaddafi rimase isolato, allorquando lo stesso Egitto nasserista, al quale si era nei primi anni della sua presa del potere ispirato, svoltava con Sadat verso una politica di accordo con l’imperialismo Usa e Israele. La sua via d’uscita era accettare le condizioni degli Usa: applicare una politica economica neoliberista, prendere le distanze dai vari movimenti rivoluzionari che prima aveva appoggiato. I lavoratori libici, privi di sindacati, si sono trovati nella condizione di pagare il prezzo di questa politica. Non c’é da meravigliarsi che hanno preso la iniziativa di ribellarsi, dopo gli esempi della massa tunisina e egiziana. Ma non era solo la massa libica che aveva interesse a rovesciare Kaddafi. I paesi che sfruttano il petrolio libico avrebbero dovuto accettare le condizioni di contratto a loro sfavorevoli che Kaddafi voleva imporre. Inoltre una vittoria della rivoluzione in Libia avrebbe messo in pericolo tutto il MedioOriente compresa l’ArabiaSaudita. É questo Paese che ha organizzato la infiltrazione tra le forze degli insorti, fornendo armi ma anche capi filoimperialisti. I capi del Consiglio provvisorio di Bengasi sono agenti legati agli interessi Usa. Non a caso la loro prima preoccupazione é stata quella di esigere lo scioglimento dei Consigli popolari che si erano organizzati nel corso della rivolta. In realtá in questo momento la rivoluzione libica é assediata da Kaddafi da un lato, l’imperialismo Usa, Gb, Francia, Italia con il supporto locale della direzione del Consiglio provvisorio di Bengasi dall’altro. Dunque cosa fare di fronte alla situazione non é certo scegliere uno dei due campi opposti, ma scegliere il terzo: la massa rivoluzionaria libica. Anche se stretta d’assedio la massa ha certamente coscienza che si stanno scontrando sul loro territorio gli interessi di vari settori del capitalismo, come avevano giá visto all’epoca di ElAlamein. Per combattere il potere di Kaddafi é necessaria la mobilitazione della massa della Libia. I bombardamenti dei paesi Nato servono solo a difendere gli interessi imperialisti, contro Kaddafi, forse, ma sopratutto contro la massa. Durante la 2a guerra mondiale guarda caso i bombardamenti alleati venivano effettuati principalmente sopra i quartieri operai. E da allora il capitalismo non é diventato piú democratico.I suoi interessi sono interessi di classe. Ció che vuole fare in Libia é sloggiare Kaddafi, ma prevenire una rivoluzione. A parte l´interesse locale l’imperialismo vuole prevenire la formazione di una grande Regione rivoluzionaria araba nel Nord dell´Africa, dalla Tunisia allo Jemen...
L´intervento dell´imperialismo ha come scopo la distruzione della Libia, stabilire una base militare sul posto per tenere sotto controllo la regione. Guai a farli vincere, in Irak hanno fatto scempio della popolazione e saccheggiato il Paese. Fermarli é un dovere ora della popolazione europea.
Nicolai Caiazza
22marzo2011 22-03-2011 21:08 - Nicolai Caiazza
Qualcuno ha fatto il preventivo?
Fra tanta esultanza guerrafondaia sarebbe un segnale di onestà intellettuale. 22-03-2011 19:55 - Renato -Roma
(vedasi x esempio le bufale sul famoso cimitero di Tripoli spacciato come fosse comuni, o i "famigerati" attacchi aerei dell'aviazione libica, sui "pacifici" dimostranti, guarda caso tutti armati fino ai denti, mai avvenuti?)
io mi faccio una domandina(visto che sono curioso e mi interesso anche di storia militare e delle armi da fuoco), da dove sono arrivati tutti quei fucili FAL della FN, che ho visto imbracciare solo dai cd "ribelli" in numero cospicuo? vuoi vedere che sono tutti di fabbricazione Argentina? vi chiederete perchè, vi rispondo subito: ricordate la guerra delle Falkland? dopo la resa delle truppe Argentine, gli Inglesi catturarono tutto il loro armamento, compresi ca 15/20.000 FAL,ora io scommetto che questi sono stati riciclati alla cd "rivoluzione" Libica, visto che l'esercito di Gheddafi ha in dotazione il Kalshnikov AK47 Russo questa mia ipotesi la dice lunga sulla spontaneità e indipendenza dei cd "ribelli" 22-03-2011 18:32 - alexfaro
E' però vero che, in fondo, questo articolo non mette in buona luce gli insorti i quali appaiono come dei feroci conigli mannari che vogliono vincere facile, disposti a pagare qualsiasi prezzo a potenze straniere tutt'altro che disinteressate per poter sgozzare come si deve i loro nemici. 22-03-2011 18:27 - almanzor
http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=6142&Itemid=9 22-03-2011 17:55 - Marko Aitasantua