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Stefano Liberti, inviato a Ajdabiya
Morte e macerie a Adjabiya "liberata"
La strada è libera. I giovani combattenti festeggiano. I tank di Gheddafi giacciono tutto intorno come cimeli anneriti. Dopo dieci giorni durissimi, in cui è rimasta tagliata fuori dal mondo, circondata dale forze lealiste e svuotata dei suoi abitanti, Ajdabiya ricomincia a vivere. Un massiccio bombardamento francese ha spianato la strada all'avanzata dei ribelli. Le forze lealiste, che controllavano l'ingresso ovest e quello est della città e sparavano su chiunque tentasse di avvicinarsi, sono state sbaragliate: distrutti tutti i carri armati a est, più o meno una ventina. Inceneriti i lanciarazzi appostati a ovest. Date in ritirata ad almeno quaranta chilometri di distanza le colonne di Gheddafi. In serata, il Consiglio nazionale transitorio (Cnt), che rappresenta gli insorti della Cirenaica, annuncia che anche Brega, ottanta chilometri più a ovest, è stata liberata.
Macchine festanti con la bandiera rosso-verde-nera della «rivoluzione del 17 febbraio» entrano in città. Suonano i clacson. Qualcuno spara con i kalashnikov. Ma Ajdabiya non risponde. E' vuota, deserta. Le strade polverose risuonano di silenzio. Diversi palazzi portano i segni dei bombardamenti di Gheddafi. Una moschea ha l'ingresso completamente aperto, i muri crollati, le colonne che reggono il nulla. Una scuola è stata colpita in pieno da un razzo. Un tripudio di vetri rotti, banchi rovesciati, una cartina del mondo con al centro la Libia mezza sventrata. Poco più in là una casa completamente distrutta, dietro alla facciata cancellata dalle bombe si vedono i contorni di una sala da bagno. «Tiravano a caso, senza interruzione», racconta Omsar Abderrahman, un ragazzo 22enne che è rimasto in città durante i dieci giorni di assedio. «Cominciavano all'alba e andavano avanti fino alla sera. Abbiamo passato momenti davvero difficili».
Omar è uno dei pochi abitanti di Ajdabiya che è rimasto in città. «Abbiamo fatto uscire tutte le donne, i vecchi e i bambini. Noi siamo restati per presidiare il posto, non abbandonarlo completamente alle forze di Gheddafi». Ma queste ultime non sono mai entrate veramente. Si sono limitate a piccole incursioni e poi a continui, martellanti bombardamenti.
Nel quartiere «7 ottobre», uno dei più colpiti dall'artiglieria del regime, Abdullah gira a piedi con un fucile a tracolla. Si guarda intorno, soppesa con lo sguardo i danni, osserva le facciate della case colpite dai razzi nemici. Poi racconta che lui nel 1982 è andato a combattere in Libano. «Io conosco la guerra - dice -, Gheddafi è peggio degli israeliani. Loro almeno rispettano le moschee e le scuole».
L'atmosfera in città è sospesa. Il clima è spettrale. Ajdabiya è rimasta dieci giorni senza acqua né elettricità. L'ospedale cittadino ha continuato a funzionare, in condizioni al limite del possibile. «Abbiamo cercato di fare del nostro meglio», racconta il dottor Suleiman Rifadi, lo sguardo stanco e l'espressione visibilmente sollevata dalla fine dell'assedio. Tre corpi giacciono senza vita nel cortile dell'ospedale. L'odore acre della morte aggredisce l'olfatto. «Li abbiamo raccolti stamattina. Devono essere morti da almeno tre giorni». Due sono soldati lealisti. Il terzo è un civile. Nella sala frigorifera c'è il corpo di un ragazzo giovane, il cranio aperto in due, pezzi di materia cerebrale attaccati al cuoio capelluto. Si chiamava Saleh Khamis Elanouari. Era venuto ad Ajdabiya da Bengasi per portare via suo zio e la famiglia. E' stato colpito da un cecchino alla porta est mentre entrava in città. E' rimasto abbandonato nella macchina per una settimana, finché oggi sono riusciti finalmente a raccoglierlo e trasportarlo qui. Nel cortile, ci sono il fratello e alcuni amici. Aspettano di riportarlo indietro a Bengasi per fare il funerale. «Viaggiava disarmato. Lo hanno ucciso così, senza ragione», raccontano.
La maggior parte delle vittime dell'assedio di Ajdabiya - «più o meno un centinaio», secondo il dottor Rifadi - sono civili. In città non ci sono stati combattimenti. Le forze lealiste si sono semplicemente appostate ai due ingressi. Gli shebab al tahura, i «giovani rivoluzionari» sono rimasti diversi giorni al cancello orientale della città, lanciando ogni tanto qualche razzo più o meno innocuo. Solo l'intervento dei bombardieri francesi ha permesso di superare lo stallo e di liberare la città. Dopo giorni di trattative sul terreno, le forze della coalizione sono entrtate in azione. «Un imam è andato a chiedere alle forze di Gheddafi di deporre le armi e andarsene. Avevano le linee di rifornimento tagliate, non avevano alcuna possibilità di resistere a lungo. Ma loro si sono rifiutati», racconta un combattente all'ingresso ovest mentre si aggira tra gli scheletri dei mezzi pesanti del regime di Tripoli.
I risultati del bombardamento francese sono ancora visibili sul terreno: una ventina di coperte indicano il luogo dove giacevano fino a poche ore prima i corpi dei combattenti lealisti. «Lì c'erano i mercenari di Muammar», dice Omar. «Qualcuno li ha portati via».
La storia dei mercenari è un'ipotesi che ormai è diventata realtà. La vulgata vuole che a combattere con Gheddafi ci siano solo soldati di ventura africani, provenienti da Ciad, Mali, Algeria. Alcuni parlano anche di piloti serbi. E' difficile capire quanto ci sia di vero. I combattenti lealisti che vengono uccisi o arrestati sono quasi sempre di carnagione scura. Hanno i tratti somatici degli africani sub-sahariani. Ma non è detto che siano davvero stranieri. O almeno non tutti. «Molti sono libici del sud, di Sheba (la città sahariana rimasta fedele al regime, ndr), sostiene il dottor Rifadi. «Io ad Ajdabiya ho visto con i miei occhi, perché avevano i documenti in tasca, solo due ciadiani e un maliano. Gli altri erano libici».
Ma la storia dei mercenari africani si impone come una verità indiscutibile e aizza le folle. Sulla strada proveniente da Bengasi una macchina con a bordo due ragazzi sudanesi viene bloccata e presa d'assalto da un gruppo di uomini. Solo l'intervento provvidenziale di altri passanti che conoscono i passeggeri - abitanti di Ajdabiya venuti a vedere in che stato sono le loro case - permette di evitare il peggio.
All'ingresso sud della città, il cimitero è una distesa di sabbia senza indicazioni. Al cancello non c'è nessuno. Dopo alcuni minuti, si affaccia un custode. Trascina una carriola con sopra un tubo e una coperta. Indica le tombe scavate negli ultimi giorni, a qualche centinaio di metri di distanza. Sono buche sul terreno, coperte di cemento, una piccola lapide con sopra scritto il nome. Una ha una kefia intorno al cippo. Moltissime recano la dicitura «majul», «sconosciuto». «Li abbiamo sepolti così, man mano che ce li portavano», racconta il custode. Intorno c'è silenzio. Nessuno è venuto a piangere sulle tombe di questi morti senza nome. La guerra cancella le identità e lascia un'impressione amara ma certa: Ajdabiya la città martire, difficilmente riuscirà a riprendersi da questi dieci giorni spietati che l'hanno lasciata prostrata e ferita.
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http://www.rosarossapuglia.altervista.org/index.php?option=com_k2&view=item&id=202:la-sinistra-e-la-libia&tmpl=component&print=1 29-03-2011 14:07 - Lem
Se uno assume della gente da altri paesi per ammazzare parte del suo popolo, cosa dobbiamo dedurre ? 29-03-2011 10:47 - lina
Ha organizzato la strage di Lockerbie, dove morirono 270 innocenti. Ha represso nel sangue la rivolta del carcere per dissidenti di Abu Salim, dove morirono 1270 prigionieri politici. Ha creato la "Legione Islamica" formata da mercenari di vari paesi del Sahel e dell'Asia (Pakistan, Syria, etc.), che ha devastato il Darfur ed in cui una parte degli ufficiali e' poi confluita nei famigerati janjaweed Sudanese, autori del genocidio del Darfur. E' questa e' solo una parte delle nefandezze compiute.
E' vero che sappiamo poco dei rivoltosi, ma se c'e' la possibilita' di abbattere un simile tiranno, qualunque alternativa e' meno peggio. 29-03-2011 08:17 - Ahmed
comincia con una ed "rìvolta popolare" che chiede "pane(a vo~e)democrazia e libertà" sempre con relativa richiesta di un cambiamento di
regime, con più tardi, annessi scontri di piazza e relativie decine di pacifici manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza Siriane(che dopo un
pò saranno soprannominate milizie filo Assad o "mercenari") vedrete. fra un pò di tempo si avrà notizia che in una città della Siria, forse la
stessa dove tutto è cominciato, ci sarà una ed"sollevazione popolare" di persone(tutte ermate fino ai denti, con armi che è facile
indovinare da dove vengono)che i nostri "liberissimi ed imparzialissimi"(ma quando mai)media occidentali chiameranno con somma
ipocrisia e falsità "pacifici dimostranti" i quali marceranno su Damasco x cacicare il "dittatore" Assad, che intanto i suddetti media avranno
già paragonato(secondo il loro orientamento politico)a:Hitler,Stalin,Mussolini,Milosevic,Saddam-Husseyn,Pol-Pol e Gheddafi(owiamente
se quest'ultìrno sarà già stato eliminato)certamente il govemo Siriano risponderà con una logica ed inevitabile(e sanguinosa) repressione
inviando l'esercito,vorrei vedere quale govemo anche il più democratico non reagirebbe ad una aaìonetarmatal) votta a sowertire l'ordine
costituito a proposito qualcuno ricorda come si svolse la "famosa o famigerata"(fate voi) marcia su Roma effettuata dai fascisti di
Mussolini? repressione, dicevo, che naturalmente che dipende da quanto territorio abbiano "conquistato o liberato"(fate voi) i ed
"insorti"causerà x colpa dei combattimenti, centinaia se non migliaia di vittime anche civili;a questo punto se la ed "rivoluzione, colorata
e democratica" riuscirà ad avere il soprawento, tutto bene, viceversa se il "dittatore" di tumo riuscirà a mettere all'angolo i ed"pacifici
dimostranti" allora in questo caso ecco che arriverà il consiglio di sicurezza dell'ONU, il cui segretario generale, Ban Ki Moon(guarda
caso) è cittadino di una nazione(sud Corea) che à ancora formalmente in GUERRA con quella del nord(si signori à dal 1953 che a Pan
Mun Jon piccolo villaggio sul 38° parallelo continuano a discutere come trasformare in un vero trattato di PACE l'ARMISTIZIO stipulato
allora tra le 2 Coree,gli USA e la Cina. e quindi moHo ricattabile, il suddetto segretario convocato il consiglio di sicurezza delle NU, dove
USA-UK-Francia ed altri in subordine voteranno una ennesima risoluzione x una no !ly zone o peggio(vd Iraq 2003}con conseguente
scatenamento di bombardamenti ed attacchi mlssilistici vari, finchè la nazione AGGREDITA(si perchè di aggressione si tratta!)non cederà
o nel cacciare il "dittatorello" di tumo, oppure finchè non sarà "necessaria" una invasione, owiamente x "esportare la democrazia"
abbattendo cosi il "sanguinario regime" vigente, ed entrare così nella corte delle nazioni "amiche" dell'occidente delle muHinazionali, le
quali potranno impunemente impossessarsi delle ricchezze minerarie(se ne hanno)o fare da schiavi(x le loro popolazioni) sottopagati,
emigrando in Europa, in modo da abbassare il tenore di vita(divide et imperal)di noi poveri coglioni che non abbiamo capito niente del
gioco che si sta svolgendo tra i vari imperialismi e colonialismi mondiali. 28-03-2011 18:03 - alexfaro
Riporto parte dell'analisi di S. Cararo dedicata al complesso argomento:
"La svolta panafricana di Gheddafi nel 1997, che porta alla rottura definitiva con l’ipotesi panaraba perseguita fino ad allora, apre le frontiere della Libia ad una enorme immigrazione dall’Africa che destabilizza gli equilibri nella popolazione, nel mercato del lavoro e nella distribuzione delle rendite petrolifere. Su una popolazione libica di 6,5 milioni di abitanti, si tratta di “circa un milione e mezzo (forse due milioni, nessuno conosce la cifra esatta) di lavoratori provenienti da paesi come il Mali, il Niger, la Nigeria, Il Sudan, l’Etiopia, la Somalia etc. forniscono manodopera a bassissimo costo per l’industria petrolifera, il settore edile, quello dei servizi, l’agricoltura” ma l’apertura delle frontiere libiche all’Africa sub-sahariana “suscita gravi tensioni nel paese a causa dell’enorme afflusso di immigrati” (8)[Analisi redazionale di Medarabnews. com del 16 marzo 2011-03-20]
L’effetto di questa immigrazione nelle relazioni sociali in Libia, è anche la causa della vera e propria esplosione di episodi razzismo contro gli africani (additati come “mercenari di Gheddafi”) da parte dei ribelli di Bengasi, segnalati anche da Amnesty International e Human Rights Watch e da tutti i corrispondenti e inviati nelle zone controllate dai ribelli.
“La rivolta libica ha innescato la più vasta esplosione di violenza razziale registrata in un paese nordafricano….Lo stesso regime del Colonnello è corresponsabile di un’ondata di razzismo cos’ feroce. I nemici del colonnello stanno istigando sciovinismo e xenofobia contro i neri africani. Permettere che un simile, palese fanatismo razzista si diffonde all’interno delle aree “liberate” è rischioso” scrive un autorevole giornale arabo decisamente ostile a Gheddafi (9)"[Al Ahram weekly del 16 marzo 2011].
http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=blogsection&id=4&Itemid=42&limit=9&limitstart=9 28-03-2011 16:07 - almanzor