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Tommaso Di Francesco
Dal Jebel-Nefusa ultimatum contro Gheddafi
Allo storico del colonialismo italiano, Angelo Del Boca, è arrivato un documento importante: quello della costituzione del Consiglio provvisorio delle città «liberate» e delle storiche tribù del Jebel-Nefusa, la montagna intorno a Tripoli. Una dichiarazione che si richiama alla «rivoluzione del 17 febbraio» e schiera questi organismi direttamente «sotto la direzione» di Moustafa Abd al-jalil, ex ministro della giustizia di Gheddafi ora tra i leader degli insorti di Bengasi. Appoggiando perdipiù l'intervento della coalizione dei «volenterosi». Un documento esplicito che chiede l'immediata fine del regime di Tripoli.
Cosa rappresenta questo documento?
Non è il primo, stilato invece il ad Al Zintan il 29 febbraio. Ora, di fronte alla difficoltà militare di Gheddafi, hanno deciso di riunirsi sabato scorso a Jado, cioè al centro della montagna del Jebel-Nefusa, in Tripolitania. Lì si sono ritrovati i rappresentati delle città di Nalut, Kabau, Awlad Mahmud, Al-Hawamid, al-Rujaban, Jado, al-Zintan, al-Qalaa e Kikla. E hanno inviato questa loro dichiarazione in sette punti a tutti gli stati del mondo ma in modo particolare agli stati arabi e africani, dichiarando costituito il Consiglio del Jebel-Nefusa.
Come definiresti queste realtà?
Sono tutte le tribù della montagna. È importante perché Gheddafi ne ha una paura folle, sa che se si muovono questi succede quello che è successo agli italiani che da loro sono stati ricacciati a mare e sconfitti come nella battaglia di Shara-Shat cento anni fa. È importante perché sancisce che passano sotto la bandiera del Consiglio transitorio di Bengasi e si pongono sotto il comando di Moustafa An Al Jalil, ex ministro della giustizia di Gheddafi passato con gli insorti, ricordando che il regiome di Tripoli ha ormai perso legittimità nazionale, nel mondo arabo e internazionale. Inoltre, ed è la prima volta per un documento politico dei ribelli che di fatto non hanno mai fatto arrivare nessuna presa di posizione politico-ideale, insistono che vogliono uno stato rispettoso della legge, interessato alla giustizia e legalità dotato di istituzioni civili e che difenda i diritti umani. Parole assolutamente nuove per la dizione libica. Non è secondario poi certo l'appoggio alla Risoluzione 1973 dell'Onu sulla «protezione dei civili», come la condanna di Gheddafi per avere usato mercenari nella repressione sanguinosa del popolo libico. Appare significativa, ma contorta, la felicitazione al governo del Qatar, degli Emirati Arabi e al Consiglio di cooperazione del Golfo, per l'appoggio dato agli insorti. Mentre giudico rilevantissima la sottolineatura che la Libia deve rimanere una ed una sola, qui diversaamente da qualche istanza separatista che in Cirenaica c'è. La Libia sarà una sola e, dicono, la guerra civile sarà evitata. Eppure c'è già. la conclusione poi richiama dio, ma l'impronta è assolutamente laica e di prospettiva, perché insiste sul superamento degli odi dei quali è stato responsabile Gheddafi.
Come influisce questo documento sulla sorte della crisi libica nella fase attuale, con i ribelli che, aiutati dai bombardamenti dei «volenterosi», adesso combattono sulla strada per Sirte, e mentre si apre oggi il vertice di Londra che di fatto insedia il comando della Nato?
Oggi c'è la riunione a Londra alla quale partecipa anche l'intellettuale e dissidente Anwar Fekini in qualità di oppositore, probabilmente ispiratore della «dichiarazione del Jebel-Nefusa». Fekini parlerà a Londra e dirà che le città della montagna, in Tripolitania, sono anche loro in rivolta contro Gheddafi e pronte a scendere a Tripoli. Da questo punto di vista, l'ultimo punto della dichiarazione, quello che rifiuta ogni dialogo e accordo che non sia da loro deciso, è un chiaro ultimatum a che il Colonnello se ne vada al più presto. Altrimenti «quelli della Montagna» stanno per arrivare. È probabilmente l'atto politico più forte, in quanto a pressione, che sia mai stato fatto finora in Libia per chiedere la fuoriuscita di Gheddafi. Anche perché, se guardi la cartina della Libia, il Jebel-Nefusa è una striscia di montagna enorme e popolata da almeno trecentomila persone che rappresentano anche una bella marea di popolo che può davvero arrivare nella capitale libica. E sono l'avanguardia storica anticoloniale del paese. Sono quelli che, surclassando i turchi che dovevano difendere Tripoli, hanno sbaragliato il 26 ottobre del 1911 bersaglieri e alpini italiani. Li guidava il nonno di Fekini che si chiamava Mohamed Fechini, che è sceso con tutti i suoi montanari a cavallo e così hanno praticamente distrutto due reggimenti di nostri soldati.ECCO IL TESTO DEL "DOCUMENTO DELLA MONTAGNA"
I sette punti della dichiarazione delle città e tribù del Jebel-Nefusa
1) (...) Noi ci impegnamo a lavorare sotto la bandiera del Consiglio transitorio (Cnt) sotto la direzione di Mustafà Ab Al Jalil, (ex ministro della giustizia di Gheddafi, ora passato agli insorti ndr.), pronti ad applicare le raccomandazioni e gli ordini del Cnt considerato come unico rappresentate legittimo del popolo libico dopo che il regime di Gheddafi ha perso ogni legittimità locale, araba ed internazionale.2) Vogliamo costruire uno stato rispettoso della legge, della giustizia e della legalità, dotato di istituzioni civili che rispettino i diritti dell'uomo.
3) Ci felicitiamo per la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell'Onu e in particolare per il suo quarto paragrafo che tratta la protezione dei civili (...).
4) Noi condanniamo l'impiego da parte di Gheddafi dei mercenari sul territorio libico di origine africana e anche non africana.
5) Ci felicitiamo della posizione coraggiosa del governo e del popolo del Qatar, degli Emirati arabi uniti e degli altri paesi membri del Consiglio di cooperazione del Golfo, della Lega araba, come noi salutiamo la posizione degli stati del mondo libero che si sono accostati a noi in modo particolare la Francia, l'Inghilterra, gli Stati uniti, con i quali aspiriamo di avere delle relazioni fruttuose, dense e costruttive.
6) Affermiamo il nostro attaccamento deciso all'unità del territorio libico testando, e lo deve sapere tutto il mondo, che la Libia è una sola e stessa famiglia e che la guerra civile non avrà luogo. Inoltre quella di Al Qaeda è una storia inventata da Gheddafi il quale continuerà fino all'ultimo a disseminare discordia e zizzania.
7) Respingiamo tutto quello che può sviare questa nostra rivoluzione o farla abortire a favore di Gheddafi e dei suoi clienti, rifiutiamo in modo assoluto tutti i tentativi menzogneri che si appellano al dialogo; non accettiamo nessun accordo al di fuori di quello che noi decideremo. Invitiamo a non ascoltare i media che non hanno mai cessato di praticare il terrorismo, la menzogna, la falsificazione, ecc..
In conclusione, in questa ora decisiva, ci rivolgiamo a tutti gli abitanti delle regioni che subiscono ancora la pressione delle forze di Gheddafi e combattono per la salvezza e per mantenere l'unità nazionale, a serrare i ranghi per costruire una Libia che si sbarazzi di tutti gli ostacoli, gli odi e i rancori che il regime di Gheddafi ha cercato di impiantare negli animi da più di quarant'anni.
Dio è grande ed è la sorgente di ogni soccorso e risorsa.
Jado, sabato 26 marzo 2011.
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Può darsi che qualcuno ad ovest si voglia riposizionare per un dopo unitario ma il peso dei bengasiani potrebbe essere insopportabile per la parte più sviluppata ma, al tempo stesso, relativamente meno ricca di risorse. Molto congiura purtroppo per due Libie con ottime ragioni materiali per essere in guerra per i prossimi cento anni (oltretutto buoni clienti per i Rafale e quant'altro).
Gli umanissimi interventisti 'sensibili alle foglie' certo non si sono posti certi problemi. 30-03-2011 00:51 - almanzor
O bisogna ancora scrivere che la ribellione dei libici da 42 anni di (sanguinaria) dittatura, avrebbe come retroscena esclusivamente: (a) il petrolio e il gas; (b) le risorse idriche; (c ) l'adozione del dinaro d'oro; (d) le mancate vendite di flotte d'aerei e centrali nucleari da parte della francia; (e) La Total che fotte l'Eni; (f) lo studio delle conseguenze dei missili e dei caccia; (g) vendere Tomahawk.
Mai la fine di una dittatura. 29-03-2011 23:09 - pedro navaja
Ah... ma che bbella notizzia.
vedo gia' la democrazia in cammino. 29-03-2011 21:48 - Murmillus