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Roberto Ciccarelli
I giovani si prendono la piazza
La Street Parade dei precari che hanno promosso la manifestazione «Il nostro tempo è adesso» partirà sabato 9 aprile alle 15 da Piazza della Repubblica a Roma, passerà per piazza Vittorio e arriverà al Colosseo. Alla stessa ora sono previsti altri cortei, presidi e manifestazioni in più di 30 città italiane, da Napoli a Bologna, da Bari a Pisa, da Firenze a Milano, oltre che a Bruxelles, in Spagna e a Washington. Tappa di avvicinamento allo sciopero generale del 6 maggio, il corteo vuole tornare a dare voce alle principali rivendicazioni ascoltate nelle piazze del movimento studentesco e universitario di quest'autunno: il diritto al futuro, garanzie e tutele nella vita e sul lavoro per le nuove generazioni che più di altre stanno pagando la crisi.
Sono questi i primi passi di una rete promossa da quattordici associazioni che vanno dal comitato promotore della campagna Cgil «Giovani non più disposti a tutto» all'associazione nazionale degli archeologi, ci sono anche i dottorandi dell'Adi, i ricercatori precari del Cpu, operatori di call center, giovani imprenditori, avvocati e architetti, oltre a redattori, giornalisti precari e testate web che si occupano dei diritti degli stagisti. Il loro appello è stato sottoscritto negli ultimi giorni da migliaia di persone sul sito www.ilnostrotempoeadesso.it e dalle organizzazioni giovanili dei partiti di centro-sinistra (Idv, Pd, Sel e Fds). In una videolettera la segretaria Cgil Susanna Camusso ha comunicato il suo sostegno all'iniziativa, mentre è stata annunciata un'analoga iniziativa da parte del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Come vuole il format usato nelle manifestazioni tematiche degli ultimi tempi, anche in questo caso è possibile guardare in rete i messaggi dei testimonial del mondo dello spettacolo e della cultura, dal premio Campiello Giovani Silvia Avallone al sociologo Luciano Gallino e Ascanio Celestini, David Riondino e Dario Vergassola, fino agli attori di Boris.
Nella conferenza stampa organizzata lunedì a Roma per presentare la manifestazione sono state snocciolate le cifre che hanno trasformato in poco più di due anni la «questione giovanile» in una vera e propria emergenza sociale intergenerazionale. I dati, soprattutto quelli che riguardano la disoccupazione, sono ormai di dominio pubblico. Ogni trimestre l'Istat conferma lo sconcertante primato che l'Italia detiene tra i paesi Ocse: la media dei giovani disoccupati che hanno tra i 15 e i 24 anni si mantiene stabile poco sotto il 30 per cento. Quello che passa ancora oggi inosservato è la crescita del tasso di inattività al 71,6 per cento, una situazione che interessa di più gli uomini al Nord e le donne nelle regioni del Centro, mentre al sud il 32,9 per cento delle donne sono disoccupate.
Osservando le statistiche che parlano di chi ha oggi almeno 34 anni si scopre che la nuova questione sociale affoga in una terra di mezzo che fino a pochi anni fa tutti, ma proprio tutti, stentavamo a riconoscere. Scarse opportunità professionali, lavori in nero sottopagati e discontinui, quindi senza contratto e contributi, tutti fattori che hanno colpito la generazione nata negli anni Settanta, quella che era stata destinata al culto della libera e intraprendente professionalità e oggi si trova fuori dal mercato del lavoro con l'unico sostegno dei risparmi accumulati dalle reti familiari (che hanno già bruciato il 60 per cento delle loro risorse). Per questo il lavoro irregolare in Italia coinvolge ormai 1,5 milioni di persone sotto i 34 anni, tutti iscritti alla gestione separata dell'Inps. Pochi di loro, per non dire nessuno, avrà diritto ad una pensione a causa della sporadicità dei versamenti.
Se poi volessimo allargare lo sguardo oltre questa soglia di età, è quasi certo che i dati aumenterebbero fino a raddoppiare. Considerando il tasso di inattività fino a 64 anni, sembra che gli inattivi e coloro che hanno rinunciato alla ricerca di una nuova occupazione ha raggiunto il 37,8 per cento della forza lavoro attiva. Qualche tempo fa l'Istat cercò di dare un profilo a questa figura sociale della crisi, coniando una nuova categoria, quella degli «sfiduciati», 1,5 milioni di persone ai margini della vita attiva.
Dall'iper-attivismo alla sfiducia, sembra essere questo il destino di almeno due generazioni alle quali è stato recentemente consigliato di riscoprire i «lavori umili». Non la pensano così i promotori del 9 aprile che tuttavia non nascondono che il sindacato «ha avuto molte difficoltà nel dare una risposta alla precarietà, ma noi ci impegneremo a spingerlo a prendere una posizione». Chiedono alla politica nazionale di cambiare la propria agenda, sempre ferma alle questioni giudiziarie del Presidente del Consiglio; vogliono l'aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo e riforme sociali che garantiscano il diritto ad un'equa retribuzione, alla maternità e alla continuità di reddito che manca del tutto in Italia, unico paese nell'Unione Europea. Sullo sfondo resta la necessità del reddito di cittadinanza, la rivoluzione del welfare e l'abolizione della legge 30, quella che ha introdotto le peggiori condizioni di lavoro dal Dopoguerra ad oggi. Non mancheranno occasioni per riprendere il filo del discorso.
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Le rivendicazioni da porre erano e sono semplici: abrogazione legge Biagi, abrogazione legge sul capolarato delle agenzie interinali multinazionali e non e fissazione del Salario Mimimo Garantito.
Ma di questo manco se ne parla. Si chiede qualche spicciolo ed un pochino di assistenza. 06-04-2011 09:27 - pietro ancona