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Norma Rangeri
Dietro il paradosso
Che tristezza, che indegna campagna si sta scatenando contro il nostro collaboratore Alberto Asor Rosa. Addirittura girano appelli bipartisan, meritevoli di altri destinatari, per questo mai disturbati. Asor Rosa è un intellettuale che esprime liberamente il suo pensiero, talvolta anche in modo paradossale. Non ha truppe cammellate, né un partito alle spalle, ma solo un piccolo giornale contro il quale altre volte sono state scagliate accuse di ospitare il pensiero dei "cattivi maestri", sempre lanciate dalla destra del Pci. E non a caso questo attacco oggi, come ieri, viene portato da un ex stalinista.
Strumentalizzare una provocazione è gioco facile, specialmente se si possiedono i potenti mezzi della televisione. Parliamo naturalmente del clamore suscitato dall'articolo di Asor Rosa («Non c'è più tempo», manifesto 13 aprile), pubblicato nella prima pagina accanto a un articolo di Valentino Parlato (ancora sull'emergenza berlusconiana) e a uno di Ugo Mattei sul furto di legalità contro i referendum.
Abbiamo pubblicato la sua opinione, compresa la paradossale conclusione, perché affonda lo sguardo sull'eutanasia della democrazia italiana, riflette sulla torsione autoritaria del regime (parola fino a qualche anno fa ostracizzata ma ormai diventata di uso corrente). Più che sulla boutade finale («chiamiamo i carabinieri, la polizia» e, già che ci siamo «anche la guardia di finanza») con cui si concludeva il suo intervento, sarebbe utile sviluppare la discussione sulla grave compromissione degli spazi di agibilità democratica provocati dal plebiscitarismo di Berlusconi, portato alle estreme conseguenze con la cancellazione dell'architrave delle democrazie moderne: la divisione dei poteri.
Noi crediamo nei movimenti, nella possibilità di sbarazzarci di Berlusconi e del berlusconismo con la loro forza, testimoniata in questi mesi in modo straordinario e ancora in campo in queste elezioni amministrative e nei referendum. Rispetto a uno sbocco positivo, lasciamo i paradossi alla loro funzione e discutiamo come affrontare lo stato di emergenza.
Il parlamento è trasformato in un collegio di difesa allargato del premier, l'assalto all'autonomia della giurisdizione è giunta fino all'approvazione della vergognosa legge sul cosiddetto "processo breve", e l'assommarsi delle prerogative del legislativo e del giudiziario nel potere esecutivo, sotto la spinta inarrestabile del conflitto di interessi, è davanti gli occhi di tutti. A cominciare da quelli del Presidente della Repubblica, come testimoniano le parole forti pronunciate ieri l'altro dal capo dello stato intervenuto sulla situazione politica.
E' Napolitano a parlare di «ristrette oligarchie dotate di poteri economici e sociali senza contrappesi», è ancora il Presidente della Repubblica ad allarmarsi perché «nulla potrebbe essere più lontano dall'idea di una democrazia di un corpo sociale indistinto in grado di esprimersi solo elettoralmente». E' il Quirinale che ieri ha esplicitato l'intenzione di verificare le conseguenze dell'ultima legge ad personam licenziata dalla Camera, prima ancora che giunga a approvazione definitiva da parte del Senato.
Se dunque le leggi del libero confronto, che si forma e si esprime nelle elezioni e nelle maggioranze parlamentari, si trasformano in un vuoto simulacro, parlare della dialettica tra opposizione e maggioranza rischia di diventare esercizio retorico. Scontiamo (purtroppo) l'inadeguatezza di un'opposizione che per prima non crede alla possibilità di mettere in campo un'altra politica, e la crisi istituzionale ne è una delle conseguenze. Del resto le forzature sono all'ordine del giorno: nell'aula di Montecitorio, D'Alema ha recitato l'articolo 88 della Costituzione: il Presidente della Repubblica può «sciogliere le camere sentiti i loro presidenti», anche in assenza di una crisi di governo. E se lo dice D'Alema... .
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Basti pensare all'assurdo reato di vilipendio di capo di stato. Una cosa indecente che il PCI non abbia mai pensato di abolirlo!
Da noi si importi dagli altri paesi quello che fa comodo ma mai quello che e' nesessario. Per avere un concetto della liberta' di espressine bisognerebbe rifarsi alla costituzione americana, che, scritta nel periodo immediatamente precedente la rivoluzione francese fa della liberta' di parola il caposaldo delle liberta'.
Per altro non condivido la passione per i cosiddetti movimenti, per lo piu' acefali, volubili e facilmente manovrabili. 15-04-2011 23:32 - Murmillus
A voi non viene in mente: Perche' non ha recitato l'Art. 11?
Un giorno ci sarà la sveglia. Un giorno anche lui il “politico di professione” sarà messo di fronte alle sue responsabilità. E siccome non si è pentito di quanto ha fatto allora, se ne pentirà di fronte a un tribunale. Un giorno il mondo si libererà di queste canaglie che buttano bombe sulla testa della gente.
cordialmente 15-04-2011 23:12 - luca bianchi
1. Nel nostro caso non ci troviamo di fronte ad un evento eversivo, ma di fronte ad una serie infinita di microazioni quotidiane (letteralmente “quotidiane”) che lentamente hanno minato il campo democratico e costituzionale, così come un tarlo può smangiucchiare piano piano una sedia fino a al punto di minarne la sua capacità di sopportare il peso di un corpo umano che si accomodi su di essa.
La sedia della nostra democrazia sulla quale ci siamo accomodati – non chiedendoci mai fino a che punto essa fosse capace di sopportare il nostro peso – in effetti negli ultimi trent’anni è stata smangiucchiata da un tarlo che si chiama “Berlusconi”, che dalle sue TV fino all’ormai “suo” parlamento asservito la sta facendo a brani, e ormai sta sul punto di cedere.
L’esortazione di Asor Rosa – tardiva forse, perché ad esempio i girotondi queste cose le avevano dette quasi 10 anni fa!! – è rivolta provocatoriamente ai tanti Morfeo che in questi anni hanno dormito, a partire dagli ultimi due Presidenti della Repubblica, che hanno sottovalutato la forza micidiale della sommatoria di queste azioni: non dimentichiamo che Ciampi non ha ritenuto di rimandare alle camere il Porcellum! Non dimentichiamo che nessuno nel governo Prodi ha ascoltato la Bindi che esortava l’abolizione del Porcellum, con una legge che avesse solo due articoli – lo ricordate? – 1. è abolito il Porcellum; 2. è ripristinato il Mattarellum!!!
2. Il Manifesto, che seguo diuturnamente da quand’era una rivista e al quale sono legato da un rapporto di vera e propria dipendenza – come ha intuito la Valda, che ci ha chiesto di condividere su Reggio Fahrenheit le sue preoccupazioni per tema di non vederle pubblicate sul giornale – ha ormai da lungo tempo chiuso il dibattito a sinistra. Lo dice l’ormai anoressica rubrica delle lettere; lo dice soprattutto il suo sito web che è il peggiore sito web dei giornali italiani.
Ci saranno delle ragioni alla base di questa virata elitaria e autisticheggiante! Secondo me una di queste ragioni è nel fatto che il giornale non fa più una reale inchiesta sulla realtà: che il giornale va perdendo il rapporto con la realtà. Ed è chiaro che in un clima simile la spocchiosità di un anziano accademico, che provocatoriamente si rivolge al capo dello stato, possa trovare spago nella spocchiosità di una redazione che provocatoriamente sempre più rifiuta di dare spazio al dibattito pur di confermarsi autisticamente nelle proprie certezze.
Mi sono appena riabbonato (e, fra l’altro, sono anche socio da lungo tempo del Manifesto) per cui penso di potermi esprimere con franchezza: sia il giornale che Asor Rosa dovrebbero osare dare più ascolto a ciò che viene dal basso, per dindirindina! 15-04-2011 23:09 - Dino Angelini
mah...bisogna avere il gusto del farsi del male! che altro c'è da dire??
smettiamola con le provocazioni e cuciamo con pazienza l'alleanza antifascista. Con una certa urgenza, perché il tempo lavora contro di noi. E chi crede in dio cominci a pregare per la salute del Presidente della Repubblica, unico baluardo, da qui alle elezioni politiche, al fascismo nascente. 15-04-2011 23:04 - valerio caciagli
E per favore, lasciamo perdere Stalin il cui pensiero era molto più moderno e raffinato di quello di tanti intellettuali (sic)che si aggirano nella vostra redazione o dei “rappresentanti” la sinistra italiana odierna.
Cordialmente 15-04-2011 21:01 - luca bianchi
In democrazia un intervento esterno può solo consistere nella modifica delle regole costitutive dei poteri e della rappresentanza. La modifica delle regole oggi decisiva riguarda il sistema elettorale, al fine di ripristinare la dipendenza degli eletti dagli elettori invece che dal capo del governo. Il paradosso è che una qualsiasi modifica delle regole deve essere approvata da una maggioranza che non accetta di agire potenzialmente contro il proprio interesse. Nella caduta di Prodi ebbe un ruolo decisivo la proposta geniale di Veltroni di aumentare il quorum elettorale per le piccole formazioni che di fronte a questa prospettiva scelsero (a loro difesa) di andare subito alle elezioni.
Dunque il problema è come imporre al parlamento di discutere e approvare una riforma elettorale.
L'unica possibilità è che intervenga con grande decisione il Capo dello Stato imponendo un iter con degli obiettivi ben definiti e una modalità di discussione pubblica. In attesa della conclusione di questa fase "rifondativa" il Capo dello Stato si asterrebbe dalla promulgazione di qualsiasi legge (si può vivere per un pò anche con le leggi esistenti, recuperando alla funzione legislativa un ruolo di lungo respiro). Non sto a dire come una tale azione sarebbe insieme dirompente e salutare. 15-04-2011 20:59 - Amabile
Con la scimmiottatura delle ormai istituzioni private,le quali non hanno certo bisogno di arbitrati per esercitare coercizioni burocratiche.
Hanno avvallo e protezione costituzionale.
La commistione è tale da inebetire anche il più diligente dei singoli,un coacervo di morse a stringere l' individuo debolmente integrato.
Al dunque il problema non è nella cima della piramide ma nella sezione mediana del tronco, un palmo sopra la base (per usare una rappresentazione geometrica).
Se poi si preferisce colpirne uno per educarne cento(antica degenerazione democratica),decurtisianamente nicchio.
Qualche coordinata in questo senso non potrebbe che giovare alla reciprocità.
Buona direzione. 15-04-2011 20:45 - t.o.
la redazione: Basta guardare l'indice dei "commenti" - diverso da quello dei "fuoripagina" - sulla destra della schermata che si apre cliccando sul commento in homepage. Se fosse troppo difficile, il link è http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/04/articolo/4446/
il problema dell'articolo di Asor Rosa è che non basta scagliarsi contro un paese di zotici che non bada alla forma. Non avvedersi di questo, secondo me significa considerare la forma avulsa dal suo contenuto. Intanto, il contenuto è obsolescente: la società del valore non valorizza più. La valorizzazione avviene attraverso il lavoro vivo di massa. Cultura, amministrazione, istruzione etc, cioè tutti quei settori del ceto medio (dove la cgil conta qualcosa e l'orientamento a sinistra pure), sono lavoro improduttivo, sostenibile grazie a quella preesistente valorizzazione, in crisi perchè siamo precisamente nella crisi della società del lavoro, crisi che è crisi dello stesso capitale (finanziarizzazione e debito pubblico). Crisi che è determinata da una capacità di razionalizzare i settori produttivi più rapidamente della possibilità di aprire nuovi mercati, crisi cioè determinata dall'intervento nella produzione della microelettronica.
Quindi quello della Sora Rosa, è un lamento nostalgico per una società della circolazione 'per bene' (idolatria dello stato e della democrazia di mercato) che ormai non ha più basi su cui fondarsi, per via dello scatafascio della produzione (o meglio, lo scatafascio dell'estrazione di plusvalore). Mi figuro poi le frustrazioni nell'ambiente accademico da cui il nostro proviene. Comunque è per questo che la sinistra non ha più nulla da dire e il populismo berlusconiano la fa da padrone. La sinistra non può più esprimere il punto di vista dell'operaio (non c'è crescita) e rimane infossata sul punto di vista del ceto medio. Destra e sinistra, legalità e illegalità, progresso e reazione, democrazia e dittatura ormai coincidono come due gocce d'acqua, una volta che la società del valore è saltata. Se cominciassimo a prospettare una società più efficiente al di là del mercato e dell'astrazione lavoro, una società dove i saperi non siano immiseriti dalle esigenze aziendali ciò che porterebbe anche a una progressiva diminuzione della cosiddetta divisione del lavoro, una società dell'abbondanza, allora, in ogni contesto quotidiano sociale, avrebbe senso tornare a esporsi e a rischiare. Perchè il problema non è Berlusconi al governo, ma il degrado su ogni livello dell'esistenza quotidiana, il fatto che, mancando ogni prospettiva e immaginazione condivise di trascendimento di un presente sempre più opprimente, mancano pure quelle sponde che si pongono come costituenti rapporti di forza e che quindi fanno emergere, diciamo così, un pò di coraggio. E sennò facciamo i donchisciotte martiri. Ma a che serve?
p.s.
Comunque ripeto ancora, dopo molti mesi, che al Manifesto dovreste indagare sull'economia cinese (alibi di tutti gli ottimisti del mondo). 15-04-2011 19:35 - Acci