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FUORIPAGINA
18/04/2011
  •   |   Marina Forti
    La battaglia delle vittime delle guerre afghane

    Una donna afghana piange su una tomba.
    Foto di James Nachtwey

    Ogni giorno, sulle pagine del quotidiano Ash-e-Subh («Otto del mattino») pubblicato a Kabul, esce la storia di una delle infinite vittime di episodi di violenza, violazione dei diritti umani o veri e propri crimini di guerra avvenuti nei trent'anni di guerra in Afghanistan. «Finora ne abbiamo pubblicate 970», dice Liah Ghazanfar, direttrice della Fondazione per la solidarietà e giustizia, organizzazione nata con l'obiettivo di «dare una voce alle vittime della guerra, perché siano udite dal governo e dalla società».

    E' l'obiettivo per cui lavora anche la «Associazione sociale degli afghani che cercano giustizia» («Social association of afghan justice seekers»): «Raccogliamo testimonianze per documentare quanto è avvenuto in tanti anni di conflitto, per cercare giustizia e difendere i diritti delle vittime e delle loro famiglie», spiega Weeda Ahmad, direttrice dell'associazione insieme a nuri Assadullah. Parlano di abusi e violenze commessi durante le diverse ondate di guerra nel paese: il regime parcham (una delle fazioni comuniste), la guerra del mojaheddin negli anni '90, l'era dei Taleban, «e infine il presente».


    Queste due associazioni sono parte di una rete di 26 gruppi e organizzazioni sparse in tutto il paese, riunite nel «Coordinamento per la giustizia nella transizione» in Afghanistan. Pongono un problema chiave, per un paese che spera di uscire dalla guerra: fare giustizia dei crimini del passato. Questione ancora più urgente da quando il presidente Hamid Karzai, con l'avallo della coalizione internazionale che lo sostiene, ha lanciato un «processo di riconciliazione» e punta a un negoziato di pace con i ribelli combattenti, i Taleban.
    «Se è un negoziato per garantire la pace in consultazione con la società civile, avrà successo: tutti gli afghani vogliono la pace. Altri negoziati in passato sono falliti perché non era ascoltata la voce delle vittime», insiste Liah Ghazanfar, che incontro nel piccolo ufficio della sua organizzazione alla periferia di Kabul. Aggiunge: uno dei grandi errori della Conferenza di Bonn del 2001 (che ha disegnato l'assetto politico dell'Afghanistan post-Taleban, ndr) è stato mettere «tutto l'accento su "pace e sicurezza", ma non sulla giustizia. Ora non abbiamo né sicurezza né giustizia». La Conferenza di Bonn ha sancito la spartizione del potere tra gli ex-mojaheddin che si erano combattuti negli anni '90 ( i warlord, «signori della guerra»), associati al governo del presidente Hamid Karzai o messi a capo delle rispettive province.

     

    L'idea che un negoziato di pace associ anche i Taleban alla spartizione di potere ora spaventa Ghazanfar: e con lei tutte le persone istruite, attive sulla scena pubblica, le donne, gli attivisti sociali, che avrebbero tutto da perdere («Karzai dice che hanno cambiato idea sulle donne, l'istruzione, la società civile. Non è così»).
    E' incredibile: «Per dieci anni, dalla fine del regime dei Taleban e l'avvio della transizione, nessuna istituzione ufficiale ha ancora parlato con le vittime», fa notare Sari Kouvo, ricercatrice presso l'Afghan Analist Network a Kabul e capo del programma per l'Afghanistan del Centro internazionale per la giustizia nella transizione (International Centre for Transitional Justice, organizzazione internazionale con sede a New York). Finora lo ha fatto solo la Commissione indipendente afghana per i diritti umani (Aihrc) nel 2005, con una prima consultazione raccolta nel rapporto A call for Justice («Un appello per la giustizia»). In seguito la questione della «giustizia nella transizione» è stata inclusa nel piano di ricostruzione dell'Afghanistan varato da una conferenza internazionale nel 2006. Nei fatti però è rimasta lettera morta: «Il governo ha risposto con il silenzio», dice Weeda Ahmad. E' allora, intorno al 2007, che l'associazione degli «afghani che cercano giustizia», o la Fondazione solidarietà e giustizia, hanno cominciato a raccogliere testimonianze: da allora ci sono state due convenzioni nazionali sulla giustizia, l'ultima in marzo.


    «La giustizia è la questione dimenticata della transizione afghana», dice Kouvo: «In un paese dove chi è al potere ha sempre beneficiato della mancanza di stato di diritto, serve una forte volontà politica per costruire un sistema di legalità. Uno dei grandi fallimenti della comunità internazionale qui è non aver fatto alcuna pressione in questo senso».
    Le nostre interlocutrici puntano il diro anche sulla legge di amnistia voluta dal presidente Karzai, entrata in vigore nel 2008: offre l'impunità totale, indipendentemente dal reato, a quanti sono stati coinvolti nelle guerre degli ultimi 25 anni e depongono le armi. Per la legge internazionale, un'amnistia così ampia non è legale, fa notare Kouvo: i «crimini contro l'umanità» non sono condonabili. Ma le organizzazioni afghane sperano di riaprire la questione, in base alla norma che il governo non può perdonare a nome delle singole vittime.
    «Portare in giustizia i responsabili», dice Liah Ghazanfar, «significa che devono lasciare le posizioni di potere che oggi occupano, nel governo o in parlamento. E devono fare delle scuse alle vittime». Significa «rompere il silenzio ufficiale e riconoscere gli abusi e violenze avvenute, in un processo a livello locale e nazionale».
    «Non si può fare la pace con i Taleban senza fare i conti con gli abusi del passato», insiste Kouvo: «E' importante per le vittime, che ricevano giustizia, e anche per gli ex combattenti che ora vengono "reintegrati", che vogliono sapere di essere protetti da future incriminazioni».


I COMMENTI:
  • Finalmente un articolo ben documentato e ponderato sull'AFG. Spiace constatare che spesso (anche sul MANIFESTO) ci si e' abbandonati ad una stolta retorica propagandistica, degna dei gruppi antagonisti, che sputano sentenze, ma poco sanno del mondo.
    Spesso si manca di realismo politico quando si tratta la situazione Afghana: il governo e' debole e corrotto e non riesce a tenere il paese intero. Questo non vuol dire che la popolazione debba essere punita con il ritorno dei Talebani, che sono un incubo in terra.
    Le alleanze con i vari potentati locali sono una triste necessita', di fronte all'offensiva militare Talebana. In questa chiave non si capisce se sia meno peggio il ritiro ISAF (con i rischi di un'altra conquista di Kabul) o lo status-quo, che sta avvelenando il paese.
    Vi consiglio di visitare la pagina di RAWA [http://www.rawa.org/index.php] organizzazione di donne comuniste, ovvero il sito di Hambastagi (Solidarieta') partito progressista Afghano[http://www.hambastagi.org/new/english-section.html].
    Entrambi lottano contro i Talebani e si dichiarano contro la presenza ISAF ("Occupazione"). Capisco la loro posizione politica, ma non so quanto sia realistica, dal punto di vista militare, una evacuazione ISAF. 19-04-2011 06:00 - Ahmed
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