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FUORIPAGINA
21/04/2011
  •   |   Michele Giorgio, inviato a Bengasi
    Libia, la società civile muove i primi passi

    È insolitamente grigio il cielo sopra la Libia in questi giorni. E la luce opaca dei neon non illumina abbastanza le ampie sale del «Centro di cultura islamica» di Bengasi, un edificio di color marrone che ricorda una costruzione Lego. Dentro si discute animatamente. Sono in corso due conferenze: una dei «Giovani per il cambiamento», la seconda di piccoli imprenditori e commercianti, sulle difficoltà causate dalla guerra civile che ha fermato gran parte delle attività economiche e della vita amministrativa. Le scuole e le università sono sempre chiuse e non è detto che riaprano agli inizi di maggio come si pensava qualche giorno fa, quando il conflitto con le forze governative fedeli a Muammar Gheddafi sembrava cominciare a pendere di nuovo dalla parte dei ribelli. Ma i «thwar», i combattenti della «rivoluzione del 17 febbraio», come gli insorti chiamano la loro rivolta, se si dimostrano bravi nella guerriglia urbana a Misrata, continuano a pagare lo scarso armamento e addestramento nel «kar wa far» (tira e molla) in corso ormai da settimane nel deserto tra Ajdabiya e Brega.


    Ma la paralisi bellica e la crisi economica non stanno fermando il lento fiorire di una società civile strutturata a Bengasi. Un fenomeno nuovo per la Libia al quale tuttavia si accompagna solo un abbozzo di organizzazione di forze politiche vere e proprie, mentre rimangono avvolte in gran parte nel mistero le attività del Consiglio di nazionale di transizione (Cnt) che governa i territori controllati dagli insorti e dirige le operazioni di guerra. L'impegno dei più giovani rimane il più costante. Sul lungomare, nell'accampamento permanente rappresentativo delle parti che hanno partecipato alla rivolta del 17 febbraio, hanno montato nuove tende in questi giorni. Alcune appartengono ai neonati «centri sociali». «Vogliamo discutere del nostro futuro, oltre a fare il punto su ciò che accade nella guerra contro Gheddafi», spiega Mahmud Elwani, 21 anni. 
    Soddisfatta si proclama Iman Bugaighis, un'odontoiatra che ha fatto parte della coalizione che dalle stanze del Tribunale ha guidato i primi giorni dell'insurrezione. «La Coalizione - ci dice Bugaighis - ha svolto un lavoro deciso nella prima fase ponendo le basi per la nascita e sviluppo della società civile, dai più giovani alle associazioni professionali. In futuro anche le donne saranno più protagoniste».

     

    Un ruolo di primo piano lo svolgono gli organi d'informazione. Radio e televisione Sawt Libia horra (Voce della Libia libera) ma, soprattutto, i giornali che spuntano come i funghi nelle edicole, una dozzina in poche settimane. Alcuni come Libya17feb (fatto da giovanissimi) e Libya Post (in lingua inglese) non vanno oltre le quattro pagine. Altri come Libia horriyeh e Libia horra sono più corposi e puntano su approfondimenti di economia e di società. «Di politica ci occupiamo ancora poco» - ammette Mustafa Fannush, direttore di Libia horriyeh - «perché non sono ancora nati partiti o e movimenti organizzati. Dobbiamo recuperare anni e anni di repressione. Servirà tempo». Concorda Alaa Hassan, docente di storia all'università, sottolineando «che il regime se da un lato ha imprigionato gli uomini dall'altro non ha certo potuto incarcerare le idee». Secondo il professor Hassan la forza politica relativamente più organizzata sono i Fratelli Musulmani ma «non rappresentano più del 5% della popolazione». I libici - prosegue il docente - sono musulmani e tradizionalisti ma non estremisti». A suo avviso il «tayar», la corrente che in futuro raccoglierà più consensi, è quella nazionalista. La sinistra, aggiunge, gode di qualche consenso, in particolare tra i lavoratori più consapevoli che pensano alla formazione dei sindacati. 


    Tale fermento nella società e i primi indizi di organizzazione politica procedono però su di un binario che non è parallelo a quello del Cnt, il «governo» dei ribelli, nel quale non sono pochi e poco rilevanti gli ex esponenti del regime di Gheddafi «passati alla rivoluzione» a partire del suo presidente Mustafa Abdul Jalil. «Il Cnt non è la coalizione del 17 febbraio» - afferma con tono perentorio M.K. un professionista, che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità - «sono deluso per come stanno andando le cose. All'inizio gli amministratori erano i rappresentanti scelti dal popolo, invece ora le cose si svolgono secondo regole che in parte ricordano quelle del regime». M.K. non lo dice apertamente ma lascia intende che il Cnt, tra contatti diplomatici con i governi di tanti paesi (Italia, Francia e Qatar in testa) e rapporti economici con imprese e investitori stranieri, agisce sempre di più come un «comitato d'affari». A Bengasi si stanno precipitando non pochi libici da molti anni residenti o in esilio all'estero, in maggioranza con l'intenzione di aiutare concretamente i ribelli anti-Gheddafi ma non mancano quelli che nelle «aree liberate» ci vanno per fare un lavoro di lobby e favorire imprese e società amiche.


    «Purtroppo sono riapparsi nepotismo e malcostume ai vertici dell'amministrazione pubblica» riconosce con amarezza Mustafa Fannoush, il direttore di Libia Horriyeh. «Sul mio giornale - aggiunge - ho denunciato il tentativo di un membro del Cnt, di sostituire in blocco il consiglio di amministrazione in carica della Agoco (la principale compagnia petrolifera del paese, con sede a Bangasi) e di formarne un altro con amici e parenti. Tutto ciò è inaccettabile. Mentre tanti ragazzi muoiono al fronte, qualcuno pensa solo ai suoi interessi». La ripresa della produzione del petrolio con i rapporti con Stati e compagnie estere; il «business dell'umanitario» che sta esplodendo in questi giorni con l'arrivo delle agenzie dell'Onu e delle Ong; il giro d'affari generato dallo sfruttamento da parte di un circolo ristretto di persone, talvolta collegate al Cnt, sono solo alcune delle preoccupazioni di coloro che fanno riferimento alla coalizione 17 febbraio. Un'azione di controllo proverà ad esercitarla la neonata «Assemblea nazionale-democratica» che nel suo manifesto costitutivo si propone come una sorta di revisore dei conti e delle attività del Cnt, ed evitare che il nuovo sia dannatamente simile al vecchio.


I COMMENTI:
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  • Trovo questo articolo semplicemente vergognoso. In Libia è in atto un'aggressione imperialista e le rivolte di popolo sono state sollevate per creare il casus belli. Il vero scopo delle potenze occidentali è di dividere la Libia in Tripolitania e Cirenaica per avere poi una possibilità di maggior sfruttamento dei pozzi petroliferi a costi molto più convenienti. Come farebbe, altrimenti, la BP a ripagare i danni causati nel golfo del Messico? La situazione è ben diversa da quello che succede in Tunisia e in Egitto. 22-04-2011 12:37 - Simone
  • straquoto alex1 e pietro ancona 22-04-2011 11:49 - nicolò
  • Innanzitutto grazie al Manifesto per le informazioni da Bengasi, introvabili su altri media responsabili del CONO D'OMBRA. Mi sembra positivo che gli shabab - così sono chiamati con simpatia gli insorti dalla gente di lingua araba che vive in Italia - stiano organizzando un loro embrione di società. E' ovvio che devono fare i conti con degli ingombranti alleati e anche con il consenso di buona parte della popolazione libica verso il dittatore Gaddafi. Infatti, sono d'accordo con Guido Nardo, nella fotografia sociale che fa della Libia:non è assolutamente un popolo alla fame e neanche con uno standard di vita disagiato. Aggiungo che ciò è reso possibile non solo dalla rendita petrolifera, spesa in buona parte per il Welfare, ma anche dal lavoro senza diritti sociali degli immigrati, che sono più del 40% dei residenti e la maggioranza della forza-lavoro. Continuo a pensare che l'intervento militare della coalition of the willing sia un errore, ma la solidarietà e l'appoggio verso i fratelli di Bengasi è fuori discussione. 22-04-2011 11:08 - Valter Di Nunzio
  • @ Murmilius.Il tuo ragionamento è fallace,i casi irakeno e quello libico non sono assimilabili. Se tu li riesci a compararli, ti accorgerai che, prima dell'intervento straniero in Libia(che si può giudicare come si vuole, anche negativissimo), per un mese c'è stata una rivolta di piazza, poi diventata insurrezione armata. C'era stato qualcosa di simile in Irak prima dell'intervento di Bush? E' così difficile? 22-04-2011 10:58 - Giacomo Casarino
  • Aggiungo solo una cosa. Il governo di Tripoli e' riconosciuto dalla maggior parte dei paesi del mondo,e dall'Unione Africana. L'autoproclamatosi governo dei ribelli solo da Francia Italia e Quatar,ufficialmente, ed indirettamente da alcuni paesi Nato. Vorra' dire qualcosa? I vari la Russa e Frattini non sono stati nemmeno intelligenti da tenere un canale aperto con il governo di Tripoli, oltre a rinnegare un trattato di amicizia nella peggiore tradizione italiana. Volevano festeggerare cosi' il centenario della guerra alla Libia? Complimenti. 22-04-2011 09:42 - alex1
  • CARA REDAZIONE fate la vostra parte nel migliorare le sofferenze della vita che è una cosa di sinistra.
    DATE LA POSSIBILITA' ALLA GENTE DI SAPERE: PUBBBLICATE IL COMMENTO DI alex1 nel quotidiano 22-04-2011 07:53 - salvoG57
  • A me sembra un articolo sincero e ragionevole.
    Se non altro e' un articolo fatto da un giornalista che vive in prima persona gli avvenimenti, che parla con la gente, che compra il pane, sente caldo, sente i profumi e le puzze... Insomma vive quella realta' che tanti soloni seduti nei loro salotti disprezzano perche' non si allinea alle loro ideeologie.
    Vi sono speranze sulla auto-determinazione di un popolo, dopo 42 anni di dittatura di uno psicopatico e critiche sui vecchi vizi del paese (nepotismo) che sono sempre in agguato. Non esistono societa' perfette, ma solo organizzazioni sociali che hanno la possibilita' di ripararsi e rigenerarsi. Questo puo' avvenire solo in societa' aperte e democratiche. E' per questo che le dittature, alla lunga, sono fallimentari. Bisogna rischiare la Democrazia.
    Auguriamo al popolo Libico l'auto-determinazione, che e' possibile solo attraverso la Democrazia. 22-04-2011 05:33 - Ahmed
  • Ma allora, seguendo il ragionamento, anche la guerra in Iraq era giusta: ora c'e' democrazia. Ed allora aveva ragione Bush il quale diceva che con la sua guerra gli arabi avrebbero finalmente visto la democrazia e si sarebbero ribellati alla tirannia.
    Cose da pazzi. da pazzi. 22-04-2011 01:51 - Murmillus
  • hanno organizzato una Banca centrale in combutta con le potenze occidentali. Gli insorti non sono la società civile di Bengasi. la società civile è stata in gran parte massacrata dagli insorti che non volevano testimoni scomodi a Bengasi. Provo vergogna per il Manifesto che pubblica questa sconcezza. Ma si era capito dalla Rossanda dove andavate a parare. 21-04-2011 22:38 - pietro ancona
  • Guerra in Libia é un attacco banditesco del branco coloniale-NATO e UE.E l'Italia é in prima fila..Ma la bassezza,malvagità e il dolore ritornano come boomerang da chi li semina.Io credo che ilpopolo italiano deve svegliarsi e dire al suo governo:"Stop!Basta!Saranno nostri figli e nipoti a pagare vostri crimini!L'italiani dovrebbero infuriarsi per la bugia svergognata,disinformazione del suo governo e non permettere a menarli per il naso. Libia ha un ordinamento statale a qule arrivare l'Italia impegnera 100-150 anni. 21-04-2011 22:21 - zoulipat
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