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Michele Giorgio, inviato a Bengasi
Libia, la società civile muove i primi passi
È insolitamente grigio il cielo sopra la Libia in questi giorni. E la luce opaca dei neon non illumina abbastanza le ampie sale del «Centro di cultura islamica» di Bengasi, un edificio di color marrone che ricorda una costruzione Lego. Dentro si discute animatamente. Sono in corso due conferenze: una dei «Giovani per il cambiamento», la seconda di piccoli imprenditori e commercianti, sulle difficoltà causate dalla guerra civile che ha fermato gran parte delle attività economiche e della vita amministrativa. Le scuole e le università sono sempre chiuse e non è detto che riaprano agli inizi di maggio come si pensava qualche giorno fa, quando il conflitto con le forze governative fedeli a Muammar Gheddafi sembrava cominciare a pendere di nuovo dalla parte dei ribelli. Ma i «thwar», i combattenti della «rivoluzione del 17 febbraio», come gli insorti chiamano la loro rivolta, se si dimostrano bravi nella guerriglia urbana a Misrata, continuano a pagare lo scarso armamento e addestramento nel «kar wa far» (tira e molla) in corso ormai da settimane nel deserto tra Ajdabiya e Brega.
Ma la paralisi bellica e la crisi economica non stanno fermando il lento fiorire di una società civile strutturata a Bengasi. Un fenomeno nuovo per la Libia al quale tuttavia si accompagna solo un abbozzo di organizzazione di forze politiche vere e proprie, mentre rimangono avvolte in gran parte nel mistero le attività del Consiglio di nazionale di transizione (Cnt) che governa i territori controllati dagli insorti e dirige le operazioni di guerra. L'impegno dei più giovani rimane il più costante. Sul lungomare, nell'accampamento permanente rappresentativo delle parti che hanno partecipato alla rivolta del 17 febbraio, hanno montato nuove tende in questi giorni. Alcune appartengono ai neonati «centri sociali». «Vogliamo discutere del nostro futuro, oltre a fare il punto su ciò che accade nella guerra contro Gheddafi», spiega Mahmud Elwani, 21 anni.
Soddisfatta si proclama Iman Bugaighis, un'odontoiatra che ha fatto parte della coalizione che dalle stanze del Tribunale ha guidato i primi giorni dell'insurrezione. «La Coalizione - ci dice Bugaighis - ha svolto un lavoro deciso nella prima fase ponendo le basi per la nascita e sviluppo della società civile, dai più giovani alle associazioni professionali. In futuro anche le donne saranno più protagoniste».Un ruolo di primo piano lo svolgono gli organi d'informazione. Radio e televisione Sawt Libia horra (Voce della Libia libera) ma, soprattutto, i giornali che spuntano come i funghi nelle edicole, una dozzina in poche settimane. Alcuni come Libya17feb (fatto da giovanissimi) e Libya Post (in lingua inglese) non vanno oltre le quattro pagine. Altri come Libia horriyeh e Libia horra sono più corposi e puntano su approfondimenti di economia e di società. «Di politica ci occupiamo ancora poco» - ammette Mustafa Fannush, direttore di Libia horriyeh - «perché non sono ancora nati partiti o e movimenti organizzati. Dobbiamo recuperare anni e anni di repressione. Servirà tempo». Concorda Alaa Hassan, docente di storia all'università, sottolineando «che il regime se da un lato ha imprigionato gli uomini dall'altro non ha certo potuto incarcerare le idee». Secondo il professor Hassan la forza politica relativamente più organizzata sono i Fratelli Musulmani ma «non rappresentano più del 5% della popolazione». I libici - prosegue il docente - sono musulmani e tradizionalisti ma non estremisti». A suo avviso il «tayar», la corrente che in futuro raccoglierà più consensi, è quella nazionalista. La sinistra, aggiunge, gode di qualche consenso, in particolare tra i lavoratori più consapevoli che pensano alla formazione dei sindacati.
Tale fermento nella società e i primi indizi di organizzazione politica procedono però su di un binario che non è parallelo a quello del Cnt, il «governo» dei ribelli, nel quale non sono pochi e poco rilevanti gli ex esponenti del regime di Gheddafi «passati alla rivoluzione» a partire del suo presidente Mustafa Abdul Jalil. «Il Cnt non è la coalizione del 17 febbraio» - afferma con tono perentorio M.K. un professionista, che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità - «sono deluso per come stanno andando le cose. All'inizio gli amministratori erano i rappresentanti scelti dal popolo, invece ora le cose si svolgono secondo regole che in parte ricordano quelle del regime». M.K. non lo dice apertamente ma lascia intende che il Cnt, tra contatti diplomatici con i governi di tanti paesi (Italia, Francia e Qatar in testa) e rapporti economici con imprese e investitori stranieri, agisce sempre di più come un «comitato d'affari». A Bengasi si stanno precipitando non pochi libici da molti anni residenti o in esilio all'estero, in maggioranza con l'intenzione di aiutare concretamente i ribelli anti-Gheddafi ma non mancano quelli che nelle «aree liberate» ci vanno per fare un lavoro di lobby e favorire imprese e società amiche.
«Purtroppo sono riapparsi nepotismo e malcostume ai vertici dell'amministrazione pubblica» riconosce con amarezza Mustafa Fannoush, il direttore di Libia Horriyeh. «Sul mio giornale - aggiunge - ho denunciato il tentativo di un membro del Cnt, di sostituire in blocco il consiglio di amministrazione in carica della Agoco (la principale compagnia petrolifera del paese, con sede a Bangasi) e di formarne un altro con amici e parenti. Tutto ciò è inaccettabile. Mentre tanti ragazzi muoiono al fronte, qualcuno pensa solo ai suoi interessi». La ripresa della produzione del petrolio con i rapporti con Stati e compagnie estere; il «business dell'umanitario» che sta esplodendo in questi giorni con l'arrivo delle agenzie dell'Onu e delle Ong; il giro d'affari generato dallo sfruttamento da parte di un circolo ristretto di persone, talvolta collegate al Cnt, sono solo alcune delle preoccupazioni di coloro che fanno riferimento alla coalizione 17 febbraio. Un'azione di controllo proverà ad esercitarla la neonata «Assemblea nazionale-democratica» che nel suo manifesto costitutivo si propone come una sorta di revisore dei conti e delle attività del Cnt, ed evitare che il nuovo sia dannatamente simile al vecchio.
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di Guido Nardo Ingegnere Gruppo ENI commento letto su Conflittiestrategie
Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.
Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti. Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (ENI, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare…
Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada cira 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio….); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata “grande fiume”; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.
Dalla fine dell’embargo la situazione, anche “democratica”, era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.
Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti ecc.
Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc… e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi Paesi non si interviene…
Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!
Guido Nardo
Ingegnere Gruppo ENI 21-04-2011 19:30 - alex1