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Astrit Dakli
Quando la primavera esplose a Cernobyl
E' richiesta almeno la versione 9.0.0 del flash player. http://www.adobe.com/shockwave/download/Quando il quarto reattore della centrale di Cernobyl esplose, all'una e ventitré della notte fra il 25 e il 26 aprile 1986, non furono pochi gli abitanti della vicina città di Prypjat che se ne accorsero. Udirono il boato - la centrale era giusto a tre chilometri dall'abitato, in fondo a un lungo viale - e poi videro le fiamme dell'incendio: ma nessuno capì la reale portata di quel che stava accadendo. Qualcuno pensò a dei fuochi artificiali. Altri, i più, pensarono preoccupati ai propri cari che erano di turno al lavoro nella centrale o che facevano parte delle squadre di vigili del fuoco subito chiamate a cercar di spegnere un incendio («provocato da un corto circuito», venne detto) che non si spegneva: passavano le ore e il bagliore era sempre lì, diventando meno visibile solo col sorgere del sole, quando visibile diventò invece il fumo che saliva dall'impianto disastrato. Nessun allarme era stato ancora dato alla popolazione.
Per i quasi cinquantamila abitanti di Prypjat quel 26 mattina - era un sabato - si svolse quasi normalmente. Chi era di turno andò al lavoro regolarmente in centrale, così come nei negozi e negli uffici della città, e le mamme portarono a spasso i bambini che erano molti a Prypjat, una città giovane, fondata solo sedici anni prima per alloggiare i lavoratori della centrale nucleare in costruzione. Non fosse stato per quel fumo che continuava e per l'insolito rumore di elicotteri e di veicoli che veniva da laggiù, in fondo al vialone, sarebbe stato un piacevole, tiepido sabato primaverile, preludio a una domenica in cui tentare le prime scampagnate dell'anno.
L'inferno all'interno
Ma laggiù in fondo a quel vialone, di normale e piacevole non c'era proprio niente. C'era l'inferno. Anche se al di fuori nessuno sapeva qualcosa di preciso, dentro il perimetro della centrale già oltre mille uomini stavano freneticamente lavorando in condizioni disperate per tamponare il disastro: gli stessi operai di turno, i pompieri, squadre di militari fatte affluire immediatamente (la centrale di Cernobyl era zona militare). I dirigenti del Partito comunista regionali avevano immediatamente compreso che si trattava di una catastrofe gravissima, almeno dal punto di vista dei danni materiali, anche se probabilmente non afferrarono subito le implicazioni devastanti sull'ambiente umano, e avevano ordinato una sorta di mobilitazione generale. A nessuno dei mobilitati, però, venne spiegato a cosa stava andando incontro.
Gli elicotteri da trasporto facevano la spola per gettare sul reattore ormai scoperto e ardente, tonnellate di materiale inerte - sabbia silicea, boro, pietrisco - nel tentativo di soffocare l'incendio e smorzare le radiazioni. Il fotografo Igor Kostin riuscì a imbarcarsi su uno di quegli elicotteri e a fotografare dall'alto il nocciolo ardente del reattore numero quattro ma solo un fotogramma, dei numerosi rullini scattati da Kostin, risultò non bruciato dalle radiazioni al momento dello sviluppo. L'unica foto al mondo di un reattore nucleare in fase di fusione.
Uno degli elicotteri durante le operazioni urtò una struttura metallica e precipitò al suolo, tutti i membri dell'equipaggio morirono. Alcune squadre di pompieri, con protezioni approssimative o addirittura senza alcuna protezione, erano stati mandati su quel che restava del tetto dell'edificio per spegnere le fiamme causate dai frammenti delle barre di grafite che servivano a controllare la reazione a catena arrivati fin lì con l'esplosione del reattore. Gli strumenti indicavano livelli di radioattività migliaia, no, milioni, fino a un miliardo di volte più alti della norma, ma in maggioranza andarono semplicemente fuori scala: si pensò che fossero rotti e si continuò a lavorare su quel tetto e nello spazio intorno al reattore, avvolti da vapori e gas radioattivi per tutto il giorno, a mani nude e con semplici mascherine di tela, per ributtare nella fornace il materiale radioattivo sparso in giro dall'esplosione. Quando la tecnologia crolla, si arriva sempre alle pale e ai secchielli, all'acqua e alla sabbia, come abbiamo visto purtroppo a Fukushima, nel cuore della tecnologia più evoluta del pianeta.
Molti di coloro che vennero impiegati in questo spaventoso lavoro - una cinquantina - dovettero essere ricoverati con gravissime ustioni prima di sera. Sarebbero morti nelle ore e nei giorni immediatamente successivi.
La sera di sabato 26 a Prypjat arrivò una commissione speciale, che trovò i due piccoli ospedali cittadini già pieni di operai, militari e pompieri (oltre duecento) ricoverati con sintomi gravissimi. Nella notte fu decisa e organizzata l'evacuazione di tutti gli abitanti. La mattina del 27, domenica, in città arrivarono centinaia di autobus: gli abitanti furono imbarcati senza che venisse spiegato loro cosa stava succedendo veramente, li esortavano ad andare via dicendo solo che per il momento era pericoloso restare lì, che prendessero con sé il minimo indispensabile, tanto sarebbero tornati nel giro di due o tre giorni. Trentasei ore dopo la catastrofe, si procedette all'evacuazione, compiuta in poche ore. Tutti furono portati a Kiev, che dista solo un centinaio di chilometri da Prypjat, e poi smistati in varie località dell'Ucraina e dell'Urss. Gli autobus furono riportati vicino alla centrale, ammucchiati in un deposito e abbandonati, perché troppo radioattivi. Sono lì ancora oggi: il deposito è uno dei punti, in tutta l'area di Cernobyl, dove la radioattività è più alta.
Nel paese e nel resto del mondo
Nel paese e nel resto del mondo, intanto, non si sapeva ancora praticamente nulla di quanto era accaduto. Solo il 28 sera il governo svedese, notando un allarmante aumento della radioattività nell'aria che i venti portavano da sud-est, chiese informazioni a Mosca e rese pubblico il fatto che era avvenuto un disastro nucleare. La prima notizia, un piccolo trafiletto in cronaca, apparve sui giornali sovietici soltanto il 29, martedì, quando ormai da due giorni la regione intorno alla centrale era stata evacuata.
Nei giorni successivi l'opera di spegnimento, tamponatura e infine chiusura dentro un sarcofago di cemento del reattore esploso assunse proporzioni faraoniche. Non ci sono cifre ufficiali sul numero degli uomini mobilitati (quasi tutti militari di leva, in gran parte volontari) per liquidare le conseguenze della catastrofe: secondo le ricostruzioni più serie si trattò di almeno seicentomila uomini che senza protezioni adeguate, nella maggior parte dei casi avevano solo guanti e mascherina, e senza essere informati dei rischi che avrebbero corso non solo lì sul campo ma nei mesi e negli anni a venire, vennero lanciati a rimuovere macerie e a costruire muri facendo turni di pochi minuti - in certe situazioni, come sul tetto, addirittura di meno di un minuto - per limitare l'esposizione alle radiazioni. Di loro, dei «liquidatori», non venne tenuto un registro e non si tentò neppure di monitorarne in seguito le condizioni di salute. Solo più tardi una parte di essi, di cui era rimasta traccia, venne decorata e premiata con alcuni benefit che ora il governo ucraino sta piano piano abolendo. Oggi non abbiamo un'idea precisa di quanti si siano ammalati e quanti siano morti una volta rientrati alle proprie case, sparse per tutta l'immensa Urss, senza neppur sapere chi ringraziare per la propria disgrazia.
Le reali dimensioni del disastro
Tra la fine di aprile e i primi di maggio, mentre il reattore numero quattro continuava a bruciare sotto la montagna di materiale inerte che gli veniva gettata sopra, si procedette all'evacuazione di una più vasta area intorno alla centrale: furono portate via dalle proprie case, nei villaggi e nelle cittadine, oltre trecentomila persone complessivamente, ma ciononostante si calcola che almeno un milione abbia comunque ricevuto un'alta dose di radiazioni. Molti dei profughi evacuati, così come molti degli «irradiati» rimasti nelle proprie case senza neanche rendersi conto di quel che stava capitando, si sono in seguito dispersi per tutta l'Urss: la mobilità, spontanea o in vario modo forzata, è sempre stata altissima in Unione Sovietica, e negli anni drammatici del disfacimento politico che seguì di poco la catastrofe di Cernobyl (fra il 1989 e il 1995) avrebbe raggiunto punte straordinarie. Ciò ha reso ancor più difficile conoscere, con il passar degli anni, le reali conseguenze subite dalla popolazione per colpa del disastro. Conseguenze che, pur con numeri non molto grandi, si fanno sentire anche a distanza di molto tempo e addirittura di generazioni. Ma col tempo, anche la consapevolezza delle persone si attenua e così, quando all'ospedale oncologico pediatrico di Kiev si presenta oggi una giovane coppia il cui bambino nato da poco presenta malformazioni o tumori, i genitori si stupiscono sentendosi chiedere dov'erano - o, se non erano ancora nati, dov'erano i loro genitori - in quella remota primavera del 1986.
Guarda le prime immagini riprese da un aereo.
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Perche andrò sulla sua tomba a pregare per lanimaccia sua.
Non vedo l'ora di vedere la sua lapide,con scritta, la sua ultima barzelletta!
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