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FUORIPAGINA
26/04/2011
  •   |   Sergio Sinigaglia
    Uniti per la libertà, la Tunisia da vicino

    Una esperienza importante, che ha dimostrato ai tunisini come l’Italia non sia solo quella dei respingimenti in mare, di Berlusconi e Maroni. E’ decisamente positivo il bilancio della carovana “Uniti per la libertà”, un viaggio al confine tra Tunisia e Libia per portare aiuti concreti ai tanti  scappati dalla guerra e dai bombardamenti di Gheddafi, e che hanno trovato accoglienza nei campi allestiti da Mezzaluna rossa, Alto Commissariato dell’Onu e Protezione civile tunisina. La carovana ha coinvolto un centinaio di persone, di cui sessanta italiani, in rappresentanza di varie associazioni. Tra questi quindici provenienti dalle Marche, regione dove i centri sociali hanno funzionato da segreteria organizzativa. Enza Amici del TNT di Jesi ci racconta come è andata. “L’impatto, dopo un lungo viaggio, non è stato dei migliori visto che arrivati a Bergadan, ultima città prima del confine, non siamo potuti entrare, perché la situazione era tesa a causa di una componente filo Gheddafi presente nella comunità locale, tanto che ci hanno parlato di una presenza di carri armati dell’esercito”. Una volta arrivati al confine la colonna, composta da due autobus, un tir con gli aiuti  e una macchina furgonata, si è trovata di fronte ad un fila di auto provenienti dalla Libia, in fuga dopo i bombardamenti dell’esercito del raiss. “Una scena impressionante - sottolinea Enza – uomini, donne e soprattutto bambini in cerca di sicurezza, con i volti terrorizzati dalla guerra”. Una volta sul posto che funziona come punto di prima accoglienza, si è provveduto a scaricare il materiale, composto da medicine, strumentazioni mediche, coperte, il tutto per un valore di trecentomila euro, che è stato distribuito nei vari campi, distanti circa venti chilometri. “Il posto attrezzato più grande che abbiamo visitato è quello dove ci sono eritrei e somali. Prima che arrivassero le organizzazioni ufficiali, è stata la popolazione locale ad accoglierli ospitandoli nelle loro case. Ora l’area è attrezzata con quindicimila persone”. La questione più pressante è l’acqua, perché i punti sono pochi e bisogna percorrere molti chilometri per l’approvvigionamento. Inoltre con l’arrivo del caldo ci sarà il pericolo dei serpenti, aspetto preoccupante visto l’alto numero di bambini.

    Oltre all’obiettivo, fondamentale, di portare aiuti concreti per i rifugiati, la missione si riprometteva di entrare in relazione con la società civile tunisina. Già nella preparazione del viaggio si è stabilito un rapporto di stretta collaborazione con alcune associazioni, anche studentesche. In particolare con “Volontaer sans frontieres”. “A Tunisi – prosegue Enza - abbiamo tenuto una conferenza stampa che ha avuto una vasta eco, è andata in onda anche nel Tg delle 20. Inoltre abbiamo incontrato diverse associazioni, in particolare il sindacato degli studenti, un’associazione di donne femministe, e  il sindacato dei lavoratori”. La forte presenza di italiani è stata importante anche perché le tantissime disdette arrivate in questi mesi per quanto riguarda il turismo, hanno vista primeggiare i nostri connazionali. “L’economia turistica è , come noto, fondamentale per loro e vedere tanti italiani nella carovana li ha rincuorati, in qualche modo è stato un segnale di inversione di tendenza”. All’inizio schemi prefissati hanno reso il confronto problematico. “La nostra visione un po’ ideologica era inadeguata per capire una realtà così diversa. Poi spogliati da certi meccanismi, il quadro è apparso più chiaro e abbiamo capito che è in atto una rivolta dalla dinamica formidabile e la lotta per la libertà ha un effetto dirompente”. In Tunisia c’è chi sceglie di rimanere per cambiare  e chi, invece, mette a repentaglio la propria vita per trovare fortuna nell’altra sponda, ma la carovana ha potuto verificare quanto sia  forte il legame di fratellanza e solidarietà che rimane anche nei confronti di chi fa scelte diverse.

    Ora dopo questo primo viaggio c’è l’intenzione di dare continuità ai legami che si sono stabiliti. “In Italia abbiamo coinvolto le istituzioni. Per esempio nelle Marche i  Comuni di Jesi, Fabriano e Macerata hanno dato il loro importante contributo in termini di aiuti ai profughi, dunque raccoglieremo altro materiale. I medici autonomi di Cosenza hanno medicinali da inviare di nuovo, in Veneto una serie di cooperative si sta organizzando sempre in questa direzione, quindi l’obbiettivo è riproporre nel prossimo periodo una nuova carovana”. I problemi da risolvere non mancano, innanzitutto quelli di carattere burocratico, dato che in mancanza di un chiaro referente istituzionale in Tunisia, tutto è piuttosto confuso. Ma la volontà di essere “Uniti per la libertà” è più forte di tutto. “Il progetto .- conclude Enza – è basato non sulla affinità ideologica ma sullo scopo da raggiungere. Per tutti noi una bella lezione di vita”.


I COMMENTI:
  • Da sempre l'Occidente sevizia le popolazioni africane ma manda poi monaci preti o organizzazioni umanitarie per mostrare il suo volto caritatevole ed umano. Con una mano uccidi con l'altra consoli la vedova o l'orfanello.
    La funzione delle ONL o di iniziative "umanitarie" come quella descritta è questa. sul Manifesto.
    Vorrei sapere a spese di chi e quanto costano queste spedizioni di turismo umanitario. Credo che nessuno dei partecipanti spenda un euro o mi sbaglio? 27-04-2011 02:29 - pietro ancona
  • Questa si' che e' una bella iniziativa: andare in Africa a bombardare regimi assassini oppure ad alleviare concretamente le sofferenze di profughi e' coraggioso e aumenta il nostro prestigio ai loro occhi, e la speranza che domani gli Africani, quando avranno creato una economia meno ubriacona della nostra, permetteranno ad un po' di Europei di emigrare da loro e godere della loro magica civilta'. 26-04-2011 23:30 - bozo4
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