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FUORIPAGINA
21/05/2011
  •   |   Roberto Silvestri
    Il punk è piuttosto depresso

    In gara il secondo film italiano, set Irlanda-Usa, This must be the place di Paolo Sorrentino. Molti gli applausi ma anche i buuu. Rigoglioso di musica iconoclasta, e di superba, ma intermittente, qualità visiva, ha una decina di battute azzeccate che si giovano certo di revisori hollywoodiani. Anche perché gli attori sono più che esigenti: Sean Penn, David Byrne (e il suo True Story resta la guida ideale per eurofilm in trasferta americana), Frances McDormand e soprattutto Harry Dean Stanton (in un cameo-omaggio a Wenders, Milius, Cox e Hellman). Però il racconto ha il cuore artificiale di un protagonista dal corpo-maschera, in stile Divo, grottesco e estetizzante. Poi, quando si arriva all'osso (la caccia al criminale nazista) l'architettura narrativa si sgonfia, con salti di dettaglio inspiegabili (e una pistolona che svanisce) più scene didatticamente e eticamente ambigue. Per esempio le frecciate ai «mitici» Simon Wisenthal, oltretutto vittime anche dello show business e del loro stesso narcisismo, sono più che di pessimo gusto, così come la «soluzione del finale», con diseducativa morale della fiaba: molto meglio fumare le sigarette che tutte le altre droghe illegali, retaggio di una generazione sciagurata che voleva sbarazzarsi estremisticamente dei padri. E siccome Sorrentino addestra i nuovi registi che ricordi agli allievi che si fa cinema solo per contrapporre alla storia ufficiale la memoria popolare, come rammentava ai Cahiers Foucault.
    Il rallentamento ieratico dei dialoghi, nella prima parte, e la meditazione «quasi brechtiana» che i «set americani» fanno su se stessi almeno «svisano» e affermano un'identità altra. Se il cinema Usa è azione epica ed eroi, il nostro risponde, come Lacombe Lucien: «attenzione, non erano tutti eroi, anzi...».
    Prima parte irlandese. Seconda, un road movie in Usa. Cheyenne (Sean Penn), come il papa di Moretti non sa più cosa dire e fare. Ex divo di rock goth, ha da tempo sciolto la band, i Fellows, e vive da semipensionato affranto nel suo malinconico tempio dublinese, una villa di aristocratico minimalismo, brulicante d'arte, con Jane (Frances McNormand), un pompiere, che brama ancora come la prima notte d'amore, un cane malato e una piscina vuota che si usa per strafarsi di pelota basca. Alle sue spalle, incombono le futuriste architetture di cristallo dell'Aviva Stadium di Dublino, l'Arena degli architetti Populous e Scott Tallon Walker, dove ieri il Porto ha vinto l'European League e dove hanno suonato tutte le divinità rock...
    Come il papa, Cheyenne non vede quello che gli altri umani vedono (e qui Sorrentino, virtuosismo dello sguardo, mette alcuni divini colpi di controbalzo a segno) e ritiene che l'eleganza non debba seguire le mode, e dunque ha ancora i capelli, i vestiti e il trucco, vistosi e effeminati, di quand'era necro-glam alla «Boy George», Siouxsie o Robert Smith dei Cure. E, come un certo papa non sa niente dello sterminio degli ebrei, Cheyenne non ha mai visto le foto di Buchenwald e non ha mai sentito cantare Auschwitz dell'Equipe 84.
    Stralunato, cronicamente annoiato e bradipo nei ritmi esistenziali e nel fraseggio, eppure Cheyenne si produce, fuori casa, in acute performance, sentimentali o comiche: al centro commerciale, al supermarket, al cimitero, con la giovane darkissima amica Mary e con la madre di lei, impazzita per la scomparsa o fuga o morte di suo fratello... Rimugina, è scosso e si pente del passato: i suoi inni rock all'eroina e alle delizie catacombali dello sballo hanno portato troppi giovani al suicidio precoce. Ma come, non ne hanno invece rallegrato un po' i loro ultimi giorni di merda? La giovane band dei dintorni che lo adora e si ispira al suo sound si chiama proprio «Pezzi di merda», forse alludendo a chi (discografici, produttori di cinema) impone un format commerciale autoritario onde evitare slabbramenti pericolosi, alla Syd Barrett.
    Seconda parte. Muore a Manhattan il padre che Cheyenne non voleva vedere da 30 anni, ricambiato. Partenza per l'America, il film cambia modello, da Rushmore di Wes Anderson si passa a A Straight Story di Lynch. E l'on the road tocca deserti, diner, New Mexico, Utah, un indiano misterioso (c'è sempre), obiettivo l'aguzzino nazista ultranovantenne che umiliò nei campi di sterminio papà, e che nessun cacciatore tarantiniano di SS ha ancora assicurato alla giustizia. Lo stralunato ci riesce in un attimo, ma la sua sarà una vendetta privata, e «all'italiana», secondo lo stereotipo, bonacciona (con tanto di commosso monologo del nazi, anche loro sono uomini). La punizione privata del reo, da una parte aggiusta la psiche di Cheyenne (che si «ricongiunge» al padre e caccia via la depressione). Dall'altra, fa molto male al look e al rock, normalizzandolo. Si taglia i capelli e via il rossetto rosso assoluto «indelebile», di sua invenzione. Viva il moderato.
    Non vincerà la Palma. Però. Robert De Niro che, non senza fatica, possiede un passaporto italiano fiammante, come presidente della giuria di Cannes 64, «dentro un film» all'americana che ruba molto a Wes Anderson e David Lynch e ironizza su Tim Burton e Renato Zero, potrebbe commuoversi per la battuta: «la pizza di Napoli è la migliore del mondo». Ispirato alle gesta e al pensiero di «uomo eccezionale come Andreotti», che i nazisti come Kappler in qualche modo li rispediva a casa prima del tempo, perché bisogna essere compassionevoli, e da un copione scritto con Umberto Contarello che, d'accordo con Porta a porta, è convinto che la migliore giustizia possibile sia la vendetta esercitata dai parenti delle vittime, Paolo Sorrentino è stato chiamato per dare un finish da «fotografo alla moda» e un cuore old fashion a This must be the place (Deve essere questo il posto), opera di costumi, trucco, make up, scenografia e colonna sonora (David Byrne, che ci regala però una sublime istallazione e una versione Detroit live del suo This must be the place) in cerca di una storia, interpretato, con gelida classe, da Sean Penn. Il film, europeo (Italia, Francia e irlanda), è costato oltre 20 milioni di dollari perché i creativi nordamericani Kim Santantonio e Luisa Abel, Karen Patch e Stefania Cella non hanno realizzato invano Soldi sporchi, Drag me to the hell, tutti i Wes Anderson e John Q di Nick Cassavetes


I COMMENTI:
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  • un bel ritorno del Silvestri più criptico ed esoterico... 21-05-2011 12:12 - tommaso
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