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FUORIPAGINA
23/05/2011
  •   |   Valentino Parlato
    Il cuore malato dell'economia

    L'economia italiana, e non da oggi, è in crisi. Come e perché?
    Non userei la parola crisi. C'è qualcosa di più grave. La parola crisi fa pensare a un fenomeno certamente grave, ma limitato nel tempo: crisi congiunturale, crisi ciclica. La situazione è più grave. L'economia italiana è stata, sì, coinvolta nella crisi economico-finanziaria internazionale avviatasi nel 2008-2009. ma nel caso italiano è come se una polmonite avesse colpito un ragazzo la cui crescita era già bloccata da una malattia più antica. E' un problema di lungo periodo.


    C'è un arresto della crescita?
    C'è un problema di crescita che io dato, grosso modo, al 1992. E' da una quindicina d'anni che l'Italia non cresce e, soprattutto, c'è un blocco della produttività, che è fondamentale.


    Questo blocco è imputabile a un vuoto di progresso tecnico, alla mancanza di nuove macchine?
    Negli anni '90 l'economia italiana aveva vari problemi: inflazione, bilancia dei pagamenti, finanza pubblica, ma la produttività andava bene, in particolare nell'industria manifatturiera dove cresceva dal 4 per cento l'anno, più che in Germania e Francia.


    Sono maligno. Questa maggiore crescita poteva spiegarsi con l'arretratezza dell'Italia?
    Certo, c'era una sostituzione del lavoro umano con le macchine. Ma è dagli anni Ottanta che la produttività comincia a rallentare finché negli anni 2000 non c'è solo un rallentamento della crescita, ma un calo dei livelli di produttività. Per fare un'automobile ci vogliono più persone, più tempo, più capitale. E' andato particolarmente male il cuore della produttività, il progresso tecnico, l'innovazione.


    Questa stagnazione o calo della produttività è fenomeno solo italiano?
    Il calo della produttività è un fenomeno solo italiano. Nel resto del mondo, e in particolare in Europa, c'è un rallentamento della produttività ma non drammatico come in Italia, dove la flessione è cominciata prima e ancora non si arresta. Ne individuo le cause nella finanza pubblica, cioè in una spesa pubblica poco produttiva, nella tassazione onerosa, nelle carenze della pubblica amministrazione, nella inadeguatezza delle infrastrutture fisiche e giuridiche, in un vuoto di concorrenza, in un mediocre dinamismo d'impresa: tutti mali italiani, specifici dell'Italia. Il progresso tecnico si intreccia con la politica.


    Ma tutto questo come ricade sul contesto della fabbrica? Fabbrica e politica mi sembrano lontane.
    Niente affatto. Le infrastrutture fisiche e giuridiche sono il contesto dell'operare della fabbrica. Infrastruttura fisica vuol dire comunicazioni, trasporti, acqua, gas, reti.


    E quelle che tu chiami giuridiche?
    Quelle giuridiche sono generalmente sottovalutate, ma sono importantissime: diritto societario, diritto fallimentare, processo civile, diritto amministrativo. Si tratta, mi viene da dire, di una infrastruttura istituzionale che va in parallelo con le infrastrutture fisiche. Penso all'autostrada Salerno-Reggio Calabria: puoi avere in Calabria uno straordinario produttore di pomodori secchi, che però è bloccato da un costo dei trasporti assolutamente proibitivo. A frenare i miglioramenti di produttività ha tuttavia concorso la stagione dei profitti facili che si aprì con la svalutazione della lira nel settembre del 1992.


    Già, prima dell'euro disponevamo dell'arma della svalutazione
    Bell'arma! In sostanza autolesionista. In Italia era stata impostata una politica economica fondata sulla stabilità della lira in modo da sollecitare le imprese esportatrici ad accrescere la produttività attraverso l'innovazione. Al contrario tre fatti hanno spento la ricerca della produttività: a) tasso di cambio debole dal 1992 al 2002; b) spesa pubblica larga e facile; c) cedimento dei salari reali. Queste tre condizioni rendevano la "vita facile" alle imprese e consentivano di far fronte al calo della produttività.


    Di conseguenza la malattia non si vedeva perché operavano queste tre medicine: lira debole, spesa pubblica facile, salari bloccati.
    Non medicine, ma palliativi i quali nascondono il male che intanto si aggrava. E poi, in aggiunta al problema della bassa produttività c'è la questione del debito pubblico cresciuto e che paralizza. All'entrata nell'euro avevamo frenato il debito pubblico, ma poi è tornato a crescere. Debito pubblico significa esposizione dell'Italia a ondate di sfiducia da parte dei mercati finanziari che possono produrre oneri assai pesanti per il bilancio pubblico e per l'intera economia. Calo della produttività e debito pubblico sono una seria minaccia, strutturale. A tutto questo si aggiunge per l'Italia la recessione del 2008-2009.


    Il tutto investe un'economia già in serie difficoltà
    Esattamente. Non va sottovalutato che l'economia italiana anticipa nella recessione le altre economie occidentali, già nel secondo trimestre del 2008, prima del caso Lehman Brothers. Nel 2008-2009 il prodotto interno lordo cade di oltre il 6 per cento contro il 2,5 per cento degli Usa e il 3,5 per cento della media europea. Solo il Giappone ha fatto - di poco - peggio. Produttività, debito pubblico, recessione: queste le tre urgenze. Se tra il 2007 e il 2009 la produzione da 100 è scesa a 94, per tornare a 100 non si può pensare di crescere dell'1 per cento l'anno, se vogliamo tornarvi, in un ragionevole volgere di anni, e non nel ... 2016!


    Ma c'è anche una sparizione o oscuramento delle grandi imprese, quelle trainanti: Montecatini, Edison, Pirelli, la stessa Fiat.
    C'è un restringimento della zona alta del sistema produttivo italiano. Un'economia cresce (soprattutto in termini di produttività) se c'è connessione tra le piccole aziende (le più numerose in Italia), le medie e le grandi imprese, che normalmente applicano le innovazioni sperimentate dalle medie imprese. Questo utile interagire è venuto a mancare. E questo difetto di connessione tra i vari strati imprenditoriali frena o addirittura blocca la loro reattività alle politiche economiche dello Stato. Lo Stato può fare, ma se le imprese non rispondono? E' entrato in crisi il rapporto Stato-Mercato...


    Già, una volta c'era l'Iri.
    Storia passata, irripetibile, almeno in quelle forme. Mi sembra positivo che il sistema delle imprese cominci a rendersi conto della gravità della situazione. In questi ultimi mesi la Confindustria ha prodotto analisi serie, approfondite e fondatamente preoccupate. La coscienza della gravità della situazione si fa strada.


    Farà buone analisi, però la Confindustria di trent'anni fa era un'altra cosa, era un soggetto forte. E poi c'è anche una qualche contraddittorietà tra le cure possibili.
    Per investire in opere pubbliche e grandi infrastrutture occorrono danari pubblici. Questa spesa va, in prima istanza, contro l'esigenza di contenere e ridurre il debito pubblico. Ma se conteniamo il debito riducendo la spesa in conto capitale rischiamo di far danno alle imprese.


    Tuttavia c'è un fatto nuovo: la globalizzazione che comporta immigrazione e delocalizzazione.
    Molti hanno fatto risalire alla globalizzazione le attuali difficoltà dell'economia italiana. Io penso che gli effetti negativi siano piuttosto modesti, inferiori a quelli positivi. In primo luogo è stata molto positiva l'immigrazione. Senza immigrazione non avremmo avuto la crescita di prodotto, pur modesta, che abbiamo avuto. Abbiamo accolto milioni di lavoratori che, a costi minori, hanno lavorato e hanno prodotto.


    Ma la delocalizzazione?
    La delocalizzazione c'è. L'industria manifatturiera italiana ha delocalizzato. I dati, di qualche anno fa, dicono che circa un quinto degli occupati della industria manifatturiera italiana è all'Est, nei paesi emergenti dell'Est. Ed è positivo che abbiano fatto profitti che potrebbero essere utilizzati anche per la produzione nazionale. Questo avviene nei cosiddetti "paesi emergenti".


    Ma questi paesi emergenti non sono nemici e concorrenti?
    No. È un classico dell'economia politica. Diceva Ricardo: "Più crescono i miei vicini, meglio è per noi: si apre un rapporto di scambio".


    Ricardo a parte, se i vicini crescono troppo alla fine mi colonizzano.
    Non è assolutamente il caso italiano. C'è stata negli ultimi quindici anni un'accelerazione della crescita mondiale, positiva per l'economia italiana, che sta rallentando nonostante ciò, per suoi problemi interni, tutti interni.


    Quindi ha un trascinato anche noi?
    Un po', ma il problema italiano è italiano al 90 per cento perché un problema di produttività affonda le radici nelle imprese, nelle istituzioni, nella struttura del Paese.


    Ma, a tuo parere, non abbiamo una crisi di prodotto, di assenza di prodotti nuovi. Negli anni buoni c'era il boom delle automobili, delle lavatrici, dei frigoriferi e degli elettrodomestici vari e che avevano prezzi rilevanti. Ora il nuovo prodotto sono i telefonini che costano poco?
    I nuovi prodotti ci sono. Pensa alle comunicazioni. Pensa ai viaggi, che sono enormemente cresciuti. Pensa alla sanità che è un grande e nuovo prodotto in particolare per una società, come quella italiana, che fino agli anni '70 non aveva la medicina portata al popolo. Il servizio sanitario nazionale ha innalzato a oltre 80 anni la speranza di vita, sui picchi mondiali. Un progresso straordinario, da non dissipare.


    Poi c'è anche la prospettiva dell'auto elettrica.
    Sarebbe molto importante che le ditte italiane la lanciassero. C'è poi la prospettiva dell'economia "verde". Ma possibili innovazioni a parte, decisivo è l'intervento dello Stato con una seria politica economica, direi a tre punte: risanamento della finanza pubblica, interventi per uscire dalla recessione, interventi per rilanciare la produttività. È positivo che l'attuale governo e quelli che lo hanno preceduto abbiano contenuto il disavanzo pubblico, ma ciò non basta, non può bastare.


    Ma la situazione continua a essere piuttosto difficile
    Per il risanamento della finanza pubblica, ovviamente, bisogna agire tanto sul fronte delle entrate quanto su quello delle uscite. Una spesa pubblica generica può avere effetti moltiplicativi modesti o addirittura negativi sulla domanda: lo Stato spende 100 e l'effetto di domanda è 50. Se invece lo Stato spende in un'opera pubblica importante (si pensi alla Salerno-Reggio Calabria) al 100 di spesa può corrispondere un 150 di domanda. Nell'attuale situazione italiana si tratta di contenere tre voci di uscita del bilancio delle Pubbliche Amministrazioni. Innanzitutto i trasferimenti alle imprese, che non sono produttivi e spesso sono fattori di corruzione ... In secondo luogo gli acquisti di beni e servizi, spesso a prezzi troppo alti. In terzo luogo il monte salari pubblici, riducibile senza licenziare e senza intaccare le retribuzioni, ma riducendo gradualmente le assunzioni. E' questa - a mio parere - la via per non restare bloccati dal debito pubblico e per rimettere in moto la crescita. Contemporaneamente bisogna affrontare il problema del diritto dell'economia.


    Il diritto?
    È un aspetto istituzionale decisivo. Da tutte le analisi econometriche emerge che un terzo della crescita economica dipende dal diritto, dalla normativa e dalla giurisdizione, rilevanti per l'economia. Insomma se un'economia cresce del 3 per cento, l'1 dipende dal diritto. Per ultimo, contrariamente a tutte le lagnanze padronali, aggiungo che se il salario dorme non c'è progresso (lo diceva anche Ricardo). E' chiaro che se il salario cresce follemente come negli anni '70 non va affatto bene, ma se non cresce per niente è peggio. Dal 1992-93 il salario reale al netto delle imposte, non è aumentato affatto, in molti casi è diminuito.


    E le tue conclusioni?
    La conclusione è moderatamente pessimistica. L'economia italiana è in una seria crisi, nella quale si intrecciano fattori specificamente economici e fattori normativi. Sintomo gravissimo è il sonno del salario. E questa crisi si colloca in un quadro politico-istituzionale niente affatto incoraggiante. Insomma, l'avvenire, almeno il prossimo, è piuttosto oscuro, ma pur sempre nelle nostre mani. La società italiana ha il lavoro, il risparmio, la tecnologia, l'imprenditorialità per tornare a crescere.


    PIERLUIGI CIOCCA
    Economista, banchiere e storico dell'economia
    Pierluigi Ciocca è nato a Pescara nel 1941. Si è laureato a Roma in giurisprudenza nel 1965. Ha continuato gli studi all'Isre dell'Università di Roma, alla Fondazione Einaudi di Torino e al Balliol College di Oxford. Dal 1969 fino al 1982 è economista al Servizio Studi della Banca d'Italia. Dal gennaio 1985 è funzionario generale della stessa Banca e dall'ottobre 1988 al 23 febbraio 1995 è consigliere economico del governatore che per lunghi anni è Carlo Azeglio Ciampi. In quella data diventa vicedirettore generale, incarico che manterrà fino al 2006. Dal 1982 fa parte della società italiana degli economisti e dal 1984 dirige la «Rivista di Storia economica», quella fondata da Luigi Einaudi. Come vicegovernatore ha incarichi in sede internazionale: prima come membro del comitato monetario e poi di quello economico e finanziario dell'Unione europea a Bruxelles. E' rappresentante italiano nel gruppo G7 Central Bank Deputies e nella Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea. Ciocca è economista, storico dell'economia ed è socio corrispondente dell'Accademia dei Lincei. Ha tenuto e tiene lezioni e conferenze in università italiane e straniere. Tra gli ultimi libri in italiano: «Ricchi per sempre? Una storia economica d'Italia(1796-2005)» Bollati Boringhieri, 2007.


I COMMENTI:
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  • prenditi un calmante e mettiti sotto le coperte con una borsa d'acqua calda sullo stomaco, dopo un po' ti passa.Il travaso di bile. ciao ciao

    ps1= ma uno che non ci tiene a discutere perché mai scrive sul manifesto?? mah valli a capire 'sti ragazzi.....

    ps2= infiltrato è bellissimo, una voce in diretta dall'oltre tomba.

    ps3= il capitalismo, purtroppo gode di splendida salute. Un po' per capacità sue, ma un po' anche per questi arnesi come acci che infestano la sinistra. Ce n'è a josa....acci loro 26-05-2011 20:09 - valerio caciagli
  • La tua critica al capitalismo in questa degenerata discussione (degenerata a causa tua, io non ci tenevo a discutere e ho sbagliato a risponderti) si limita a un <<i furbi capitalisti>>. Nient'altro! Assolutamente nient'altro! Per tutto il tempo ti sei impegnato solo a cercare di dimostrarmi con argomenti puerili la salute di questo sistema sociale. Già questo dimostra che sei un infiltrato!

    Quella che segue invece è la tua escaltion di insulti che non solo legittima il mio considerarti un molesto cacacazzi, un narcisista e un interlocutore impossibile, ma dimostra palesemente quanto sei tu il fascista quando gli argomenti contraddicono le tue caciottate, karo Valerio Kaciagli (e ti ripeto per l'ENNESIMA volta che nessuno ha accusato te di antisemitismo, come vittimisticamente ripeti come un "mantra", piuttosto hai usato pretestuosamente questa presunta accusa per dar sfogo al tuo livoroso e viscoso bisogno di competere e primeggiare). Rileggiti, stronzo borioso:


    - non accusarmi di antisemitismo, che sembra un'offesa alla la russa.
    se no, acci tua.

    - e la prossima volta prima di dare dell'antisemita a qualcuno pensaci, bimbo, o farai ancora la figura peregrina che hai ora rimediato con le tue confuse sortite che ti obbligano a dire "finisce qui".
    si finisce qui: non hai nient'altro da dire.


    - Naturalmente si può non essere d'accordo con queste argomentazioni, ma si deve rispondere nel merito, non rifugiarsi in una specie di latinorum ideologico che invoca via via toni negri, le moltitudini e l'antisemetismo.
    Cioè, in effetti, si può anche ricorrere al latinorum, ma poi si rimane senza uno straccio di argomento razionale per cui non rimane che chiuderla lì, solo essendosi meritato un grosso ACCI TUA per la gratutia offesa di antisemita ficcata dentro al suddetto latinorum.


    - hacc!acci, un vero salto di qualità:
    dal latinorum oscuro alle plateali offese, queste invero poco oscure: oltre all'antisemita ripetuto come un mantra, ora narciso, bambino e cacazzi!naturalmente senza mai dire perché!
    e che cavolo mica sei un prete e comunque non ne hai voglia di spiegare i perché...
    e sia! ma lo sai chi fa così, acci? chi invece di spiegare impugna un bastone e tenta di sbatterlo sulla capoccia di chi si trova davanti??
    i fasci, caro acci.
    accidenti!!acci! era meglio se ti limitavi a meritarti un semplice mortacci.....

    ...

    E sai, Kaciagli, perchè è impossibile andare avanti? Perchè tu sei del tutto cosciente di essere uno noisissimo stronzo. Tu sei qui solo ed esclusivamente per fare lo stronzo e quindi per mentire. Per cui qualsiasi cosa uno scriva lo scopo tuo vero sarà quello di mischiare le carte, di manipolare, di fare la vittima per insultare, per continuare in definitiva a fare lo stronzo, per dimostrare a te stesso che sei qualcuno. E lo devi fare a spese di qualcun altro. Per questo viri immediatamente al personalismo. Vedi che quando ho scritto <<chiudo qui>> era per evitare che la merda tracimasse? Ma tu sei uno che gode dello spreco inutile di energia. C'è quindi solo da evitarti. E' l'unico modo per tamponare la prevedibile e sterile dannosità seriale che le presenze come le tue comportano. 26-05-2011 15:51 - Acci
  • hacc!acci, un vero salto di qualità:
    dal latinorum oscuro alle plateali offese, queste invero poco oscure: oltre all'antisemita ripetuto come un mantra, ora narciso, bambino e cacazzi!naturalmente senza mai dire perché!
    e che cavolo mica sei un prete e comunque non ne hai voglia di spiegare i perché...

    e sia! ma lo sai chi fa così, acci? chi invece di spiegare impugna un bastone e tenta di sbatterlo sulla capoccia di chi si trova davanti??

    i fasci, caro acci.

    accidenti!!acci! era meglio se ti limitavi a meritarti un semplice mortacci..... 26-05-2011 08:08 - valerio caciagli
  • cicagli, mi spiace ma non ci cogli. e non essere maleducato, ci sono altri modi per ottenere attenzione (anche se obiettivamente sei un pò cacacazzi).

    tutta la critica che si riferisce alla circolazione e non alla produzione rischia di condurre all'antisemitismo (prendilo come articolo di fede perchè non mi va di discuterne). ora, quale critica si riduce alla circolazione? quella di cicagli? a cicà, e se 'n pò narcisetto, eh? ma quanti anni hai?

    poi, cicà, se tu credi nel postindustriale, nella società dei servizi che soppianta il fordismo, che ti devo dire? sono contento per te. perchè ti dovrei dimostrare, a te, che non è così? mica sono un prete che ti vuole salvare l'anima. un capitalismo che si fonda sul lavoro morto e si riduce a scambio di merci. certo. come no. la differenza tra lavoro produttivo e improduttivo, la conosci, cicà? il fatto che il cuore del capitalismo è stato per decenni l'automobile, e che le centrali elettriche non lo sono mai state, ti fa venire il dubbio che forse stai cialtroneggiando?

    statte bene, cicalò... tanto una crisi mondiale non esiste, stando alle tue elucubrazioni.


    p.s.
    per ulteriori delucidazioni prova col telefono amico, lo trovi su google. 25-05-2011 19:57 - Acci
  • no! caro acci, mi hai proprio dato dell'antisemita:
    "La prospettiva di moltitudini cognitive che liberano il copyright dal grande fratello finanziario è una visione piccolo borghese dai toni latentemente antisemiti"
    Con una prosa oscura e dai contenuti immaginifici è vero, ma l'antisemita, scagliato come un sasso verso un interlocutore di cui non ti curi di comprendere l'argomentazione, è evidente.

    Con la speranza pressoché nulla di essere compreso, ma con la pervicacia di chi crede ai fatti evidenti ribadisco comunque che:
    a) almeno dalla creazione delle centrali elettriche (1882)si ha il fenomeno di merci prodotte dal lavoro morto; l'energia elettrica che serve per gli usi che ho descritto nell'intervento precedente è l'esempio più eclatante, ma le macchine automatiche che saldano, torniscono,tessono, fanno reagire una molecola con un'altra,hanno sostituito nella produzione di massa il saldatore, il tornitore, il tessitore e il chimico operando alle dirette dipendenze della proprietà capitalistica con un apporto minimo di forza lavoro specializzata.
    b) le merci così prodotte necessitano nel loro utilizzo di massa di "attendenti" all'uso. Ed è lì che gli addetti ai servizi sono diventati 4 volte più numerosi degli addetti alla produzione.

    Naturalmente si può non essere d'accordo con queste argomentazioni, ma si deve rispondere nel merito, non rifugiarsi in una specie di latinorum ideologico che invoca via via toni negri, le moltitudini e l'antisemetismo.
    Cioè, in effetti, si può anche ricorrere al latinorum, ma poi si rimane senza uno straccio di argomento razionale per cui non rimane che chiuderla lì, solo essendosi meritato un grosso ACCI TUA per la gratutia offesa di antisemita ficcata dentro al suddetto latinorum. 25-05-2011 17:59 - valerio caciagli
  • ancora una volta,

    1) sono di Roma qundi è inutile che insisti con "acci tua". E' già volutamente implicito nel nick e non scopri nulla di nuovo.

    2) non ti ho dato dell'antisemita nè di altro, hai poco compreso quello che ho scritto, ma tu lo hai voluto vedere come un fatto personale.

    3) ti ripeto che i casi che citi non hanno i requisti per fondare la crescita economica di una nazione, lo stesso vale per es per il possesso di petrolio. Se non ci sono industrie che utilizzano queste energie...evidentemente è da esse che dipendono, evidentemente si tratta di infrastrutture. Ma non producono lavoro di massa. Se poi pensi che con una centrale puoi impiegare migliaglia di sorveglianti forse capisci anche perchè chiudo la discussione. 25-05-2011 15:24 - Acci
  • ciao acci, le autostrade non producono valore perchè sono valore, punto e basta.

    Invece, caro mio, le centrali elettriche PRODUCONO valore con il lavoro morto, COME RISULTA DAL BILANCIO TRA IL LAVORO SPESO IN PASSATO E LA MERCE SFORNATA NEL FUTURO.
    Quale merce dalle centrali elettriche?
    L'energia eletrica, mon vieux! quella roba con cui ti puoi scaldare i piedi d'inverno, tenere il culo al fresco d'estate, pompare l'acqua al quarto piano e portare a spasso la nonna su una carrozzella a trazione eletrica.Quella roba che è un valore d'uso mica male e dunque un bel valore di scambio.

    Ma come fa la gente a comprarsi questi valori di scambio se non si fa più pagare il lavoro vivo che vende al capitalismo???

    Ragazzi, mica è tanto complicato.
    Fa il sorvegliante del ciclo invece del produttore di merci e ne ricava comunque un guiderdone da impiegare per le mille stronzate che i capitalisti propongono :anche i guardiacaccia e i maggiordomi se la son sempre cavata a comprar roba, mica solo i santi operai.
    Peccato che i maggiordomi in genere dicano solo <<sissignore>> e rifuggano dai vaffanculi come sono usi fare chi è capace di mestieri creativi, dall'operaio, appunto, all'artigiano.

    Forse se la cominciamo a vedere così il successo di berlusconi risulterà meno oscuro.

    Hai capito, acci, come vanno le cose?
    e la prossima volta prima di dare dell'antisemita a qualcuno pensaci, bimbo, o farai ancora la figura peregrina che hai ora rimediato con le tue confuse sortite che ti obbligano a dire "finisce qui".
    si finisce qui: non hai nient'altro da dire.
    ciao, 'acci tua. 25-05-2011 14:23 - valerio caciagli
  • e perchè non allora anche le autostrade o gli alberghi? ma queste attività non possono essere fondative di crescita e sviluppo di un'economia nazionale, proprio perchè non impiegano masse di lavoro. chi le compra le merci se nessuno lavora e sarebbe tutto prodotto dal lavoro morto?

    io chiudo qui. 25-05-2011 12:27 - Acci
  • x acci

    io non so se "dai prodotti informatici si estragga plusvalore", so però che quando hai costruito una centrale elettrica (di qualsiasi tipo), impiegando lavoro vivo che produce proprio il lavoro morto rappresentato da quella centrale, questa centrale, poi, produce valore.
    Toni negri, le moltitudini lasciali perdere, concentra la tua attenzione che su quel lavoro morto che produce valore. Valore che finisce nelle capienti tasche dei capitalisti: quelli che si sono impossessati del lavoro vivo e che non hanno più bisogno di sfruttare il lavoro vivo per impossessarsi di (plus)valore.
    Allora siccome questi non hanno più il problema di pagare il lavoro vivo, quei guadagni finiscono in speculazione:finanziaria e di innovazione.
    I capitalisti furbi investono in innovazione, però ogni tanto l'innovazione segna il passo perché essa vive di cicli e allora hai il fenomeno di un aumento del valore, di cui i capitalisti si sono impossessati,che viene investito nel finanziario; alimentando le bolle, è ovvio: è proprio quello che è successo nel 2009 con la fine della rivoluzione informatica avvenuta qualche anno prima (2000-2002).
    Poi l'innovazione (prodotta dal sapere sociale. Da che altro??) riparte e i capitalisti più furbi se ne impossessano.

    Acci, può anche non piacerti, ma dovresti negare il meccanismo, non accusarmi di antisemitismo, che sembra un'offesa alla la russa.
    se no, acci tua. 24-05-2011 22:17 - valerio caciagli
  • x caciagli,

    evidentemente perchè la microlettronica ha un impatto diverso sul mercato, rispetto alla fabbrica fordista. Ripeto: razionalizza troppo rapidamente la produzione perchè sia possibile compensazione. Altrimenti non puoi spiegarti l'abnorme rigonfiamento delle bolle speculative (e i debiti). La finanziarizzazione dell'economia è appunto la conseguenza dell'impossibilità di investire profittevolmente nell'economia reale. Le bolle cosa sono se non titoli che rappresentano futuri riusciti investimenti nell'economia reale? E infatti questi investimenti non si realizzano e le bolle a un certo punto del loro rigonfiamento (la crescita simulata) deflagrano.

    Quella che tu chiami produzione sociale del sapere (concezione negriana) è in realtà un fattore di crisi perchè contribuisce alla razionalizzazione della produzione. La prospettiva di moltitudini cognitive che liberano il copyright dal grande fratello finanziario è una visione piccolo borghese dai toni latentemente antisemiti. Innanzitutto queste moltitudini non esistono, ma si tratta di un piccolo ceto nei media, su internet etc (mettiamoci pure il <<capitale umano>> rappresentato dai ricercatori sui media sulla via della lumpenizzazione accademica). Inoltre, qui si tratta di una critica che non supera la sfera della circolazione del capitalismo, eludendo le relazioni sociali nella produzione. Va detto che anche su questo tema in Italia la critica non è arretrata ma inesistente. Però il fatto è che dai prodotti informatici non si estrae plusvalore. Proprio per questa ragione il capitalismo cerca di vendere i prodotti informatici come licenza giuridica. Siamo cioè nella circolazione, non nella creazione di plusvalore. E già il crollo della new economy ha sentenziato sulle potenzialità dell'economia immateriale (Negri addirittura ha parlato di "lavoro immateriale", concetto senza senso).

    E' ovvio che tu che condividi (più o meno) il paradigma moltitudinario, ed essendo la moltitudine il succedaneo teorico del movimento operaio, vedi in essa la possibilità di combattere il capitalismo (il quale per te come l'araba fenice è destinato a risorgere sempre dalle proprie ceneri). Il problema che qui si pone è quindi quello del soggetto. Io dico che non esiste il soggetto, cioè un soggetto tale che perseguendo i suoi interessi abbatta il capitalismo (come era considerato salario vs profitto). Dico al contrario che, di fronte a una crisi che è assoluta, è semmai la critica del soggetto ad aprire spazi a qualcosa di veramente altro (in senso emancipatorio). Quindi sottolineo la necessità, in questa fase storica, che è assai diversa dal passato (quella della calsse in sè che doveva diventare classe per sè), della prassi critica. 24-05-2011 20:37 - Acci
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    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
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