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FUORIPAGINA
23/05/2011
  •   |   Valentino Parlato
    Il cuore malato dell'economia

    L'economia italiana, e non da oggi, è in crisi. Come e perché?
    Non userei la parola crisi. C'è qualcosa di più grave. La parola crisi fa pensare a un fenomeno certamente grave, ma limitato nel tempo: crisi congiunturale, crisi ciclica. La situazione è più grave. L'economia italiana è stata, sì, coinvolta nella crisi economico-finanziaria internazionale avviatasi nel 2008-2009. ma nel caso italiano è come se una polmonite avesse colpito un ragazzo la cui crescita era già bloccata da una malattia più antica. E' un problema di lungo periodo.


    C'è un arresto della crescita?
    C'è un problema di crescita che io dato, grosso modo, al 1992. E' da una quindicina d'anni che l'Italia non cresce e, soprattutto, c'è un blocco della produttività, che è fondamentale.


    Questo blocco è imputabile a un vuoto di progresso tecnico, alla mancanza di nuove macchine?
    Negli anni '90 l'economia italiana aveva vari problemi: inflazione, bilancia dei pagamenti, finanza pubblica, ma la produttività andava bene, in particolare nell'industria manifatturiera dove cresceva dal 4 per cento l'anno, più che in Germania e Francia.


    Sono maligno. Questa maggiore crescita poteva spiegarsi con l'arretratezza dell'Italia?
    Certo, c'era una sostituzione del lavoro umano con le macchine. Ma è dagli anni Ottanta che la produttività comincia a rallentare finché negli anni 2000 non c'è solo un rallentamento della crescita, ma un calo dei livelli di produttività. Per fare un'automobile ci vogliono più persone, più tempo, più capitale. E' andato particolarmente male il cuore della produttività, il progresso tecnico, l'innovazione.


    Questa stagnazione o calo della produttività è fenomeno solo italiano?
    Il calo della produttività è un fenomeno solo italiano. Nel resto del mondo, e in particolare in Europa, c'è un rallentamento della produttività ma non drammatico come in Italia, dove la flessione è cominciata prima e ancora non si arresta. Ne individuo le cause nella finanza pubblica, cioè in una spesa pubblica poco produttiva, nella tassazione onerosa, nelle carenze della pubblica amministrazione, nella inadeguatezza delle infrastrutture fisiche e giuridiche, in un vuoto di concorrenza, in un mediocre dinamismo d'impresa: tutti mali italiani, specifici dell'Italia. Il progresso tecnico si intreccia con la politica.


    Ma tutto questo come ricade sul contesto della fabbrica? Fabbrica e politica mi sembrano lontane.
    Niente affatto. Le infrastrutture fisiche e giuridiche sono il contesto dell'operare della fabbrica. Infrastruttura fisica vuol dire comunicazioni, trasporti, acqua, gas, reti.


    E quelle che tu chiami giuridiche?
    Quelle giuridiche sono generalmente sottovalutate, ma sono importantissime: diritto societario, diritto fallimentare, processo civile, diritto amministrativo. Si tratta, mi viene da dire, di una infrastruttura istituzionale che va in parallelo con le infrastrutture fisiche. Penso all'autostrada Salerno-Reggio Calabria: puoi avere in Calabria uno straordinario produttore di pomodori secchi, che però è bloccato da un costo dei trasporti assolutamente proibitivo. A frenare i miglioramenti di produttività ha tuttavia concorso la stagione dei profitti facili che si aprì con la svalutazione della lira nel settembre del 1992.


    Già, prima dell'euro disponevamo dell'arma della svalutazione
    Bell'arma! In sostanza autolesionista. In Italia era stata impostata una politica economica fondata sulla stabilità della lira in modo da sollecitare le imprese esportatrici ad accrescere la produttività attraverso l'innovazione. Al contrario tre fatti hanno spento la ricerca della produttività: a) tasso di cambio debole dal 1992 al 2002; b) spesa pubblica larga e facile; c) cedimento dei salari reali. Queste tre condizioni rendevano la "vita facile" alle imprese e consentivano di far fronte al calo della produttività.


    Di conseguenza la malattia non si vedeva perché operavano queste tre medicine: lira debole, spesa pubblica facile, salari bloccati.
    Non medicine, ma palliativi i quali nascondono il male che intanto si aggrava. E poi, in aggiunta al problema della bassa produttività c'è la questione del debito pubblico cresciuto e che paralizza. All'entrata nell'euro avevamo frenato il debito pubblico, ma poi è tornato a crescere. Debito pubblico significa esposizione dell'Italia a ondate di sfiducia da parte dei mercati finanziari che possono produrre oneri assai pesanti per il bilancio pubblico e per l'intera economia. Calo della produttività e debito pubblico sono una seria minaccia, strutturale. A tutto questo si aggiunge per l'Italia la recessione del 2008-2009.


    Il tutto investe un'economia già in serie difficoltà
    Esattamente. Non va sottovalutato che l'economia italiana anticipa nella recessione le altre economie occidentali, già nel secondo trimestre del 2008, prima del caso Lehman Brothers. Nel 2008-2009 il prodotto interno lordo cade di oltre il 6 per cento contro il 2,5 per cento degli Usa e il 3,5 per cento della media europea. Solo il Giappone ha fatto - di poco - peggio. Produttività, debito pubblico, recessione: queste le tre urgenze. Se tra il 2007 e il 2009 la produzione da 100 è scesa a 94, per tornare a 100 non si può pensare di crescere dell'1 per cento l'anno, se vogliamo tornarvi, in un ragionevole volgere di anni, e non nel ... 2016!


    Ma c'è anche una sparizione o oscuramento delle grandi imprese, quelle trainanti: Montecatini, Edison, Pirelli, la stessa Fiat.
    C'è un restringimento della zona alta del sistema produttivo italiano. Un'economia cresce (soprattutto in termini di produttività) se c'è connessione tra le piccole aziende (le più numerose in Italia), le medie e le grandi imprese, che normalmente applicano le innovazioni sperimentate dalle medie imprese. Questo utile interagire è venuto a mancare. E questo difetto di connessione tra i vari strati imprenditoriali frena o addirittura blocca la loro reattività alle politiche economiche dello Stato. Lo Stato può fare, ma se le imprese non rispondono? E' entrato in crisi il rapporto Stato-Mercato...


    Già, una volta c'era l'Iri.
    Storia passata, irripetibile, almeno in quelle forme. Mi sembra positivo che il sistema delle imprese cominci a rendersi conto della gravità della situazione. In questi ultimi mesi la Confindustria ha prodotto analisi serie, approfondite e fondatamente preoccupate. La coscienza della gravità della situazione si fa strada.


    Farà buone analisi, però la Confindustria di trent'anni fa era un'altra cosa, era un soggetto forte. E poi c'è anche una qualche contraddittorietà tra le cure possibili.
    Per investire in opere pubbliche e grandi infrastrutture occorrono danari pubblici. Questa spesa va, in prima istanza, contro l'esigenza di contenere e ridurre il debito pubblico. Ma se conteniamo il debito riducendo la spesa in conto capitale rischiamo di far danno alle imprese.


    Tuttavia c'è un fatto nuovo: la globalizzazione che comporta immigrazione e delocalizzazione.
    Molti hanno fatto risalire alla globalizzazione le attuali difficoltà dell'economia italiana. Io penso che gli effetti negativi siano piuttosto modesti, inferiori a quelli positivi. In primo luogo è stata molto positiva l'immigrazione. Senza immigrazione non avremmo avuto la crescita di prodotto, pur modesta, che abbiamo avuto. Abbiamo accolto milioni di lavoratori che, a costi minori, hanno lavorato e hanno prodotto.


    Ma la delocalizzazione?
    La delocalizzazione c'è. L'industria manifatturiera italiana ha delocalizzato. I dati, di qualche anno fa, dicono che circa un quinto degli occupati della industria manifatturiera italiana è all'Est, nei paesi emergenti dell'Est. Ed è positivo che abbiano fatto profitti che potrebbero essere utilizzati anche per la produzione nazionale. Questo avviene nei cosiddetti "paesi emergenti".


    Ma questi paesi emergenti non sono nemici e concorrenti?
    No. È un classico dell'economia politica. Diceva Ricardo: "Più crescono i miei vicini, meglio è per noi: si apre un rapporto di scambio".


    Ricardo a parte, se i vicini crescono troppo alla fine mi colonizzano.
    Non è assolutamente il caso italiano. C'è stata negli ultimi quindici anni un'accelerazione della crescita mondiale, positiva per l'economia italiana, che sta rallentando nonostante ciò, per suoi problemi interni, tutti interni.


    Quindi ha un trascinato anche noi?
    Un po', ma il problema italiano è italiano al 90 per cento perché un problema di produttività affonda le radici nelle imprese, nelle istituzioni, nella struttura del Paese.


    Ma, a tuo parere, non abbiamo una crisi di prodotto, di assenza di prodotti nuovi. Negli anni buoni c'era il boom delle automobili, delle lavatrici, dei frigoriferi e degli elettrodomestici vari e che avevano prezzi rilevanti. Ora il nuovo prodotto sono i telefonini che costano poco?
    I nuovi prodotti ci sono. Pensa alle comunicazioni. Pensa ai viaggi, che sono enormemente cresciuti. Pensa alla sanità che è un grande e nuovo prodotto in particolare per una società, come quella italiana, che fino agli anni '70 non aveva la medicina portata al popolo. Il servizio sanitario nazionale ha innalzato a oltre 80 anni la speranza di vita, sui picchi mondiali. Un progresso straordinario, da non dissipare.


    Poi c'è anche la prospettiva dell'auto elettrica.
    Sarebbe molto importante che le ditte italiane la lanciassero. C'è poi la prospettiva dell'economia "verde". Ma possibili innovazioni a parte, decisivo è l'intervento dello Stato con una seria politica economica, direi a tre punte: risanamento della finanza pubblica, interventi per uscire dalla recessione, interventi per rilanciare la produttività. È positivo che l'attuale governo e quelli che lo hanno preceduto abbiano contenuto il disavanzo pubblico, ma ciò non basta, non può bastare.


    Ma la situazione continua a essere piuttosto difficile
    Per il risanamento della finanza pubblica, ovviamente, bisogna agire tanto sul fronte delle entrate quanto su quello delle uscite. Una spesa pubblica generica può avere effetti moltiplicativi modesti o addirittura negativi sulla domanda: lo Stato spende 100 e l'effetto di domanda è 50. Se invece lo Stato spende in un'opera pubblica importante (si pensi alla Salerno-Reggio Calabria) al 100 di spesa può corrispondere un 150 di domanda. Nell'attuale situazione italiana si tratta di contenere tre voci di uscita del bilancio delle Pubbliche Amministrazioni. Innanzitutto i trasferimenti alle imprese, che non sono produttivi e spesso sono fattori di corruzione ... In secondo luogo gli acquisti di beni e servizi, spesso a prezzi troppo alti. In terzo luogo il monte salari pubblici, riducibile senza licenziare e senza intaccare le retribuzioni, ma riducendo gradualmente le assunzioni. E' questa - a mio parere - la via per non restare bloccati dal debito pubblico e per rimettere in moto la crescita. Contemporaneamente bisogna affrontare il problema del diritto dell'economia.


    Il diritto?
    È un aspetto istituzionale decisivo. Da tutte le analisi econometriche emerge che un terzo della crescita economica dipende dal diritto, dalla normativa e dalla giurisdizione, rilevanti per l'economia. Insomma se un'economia cresce del 3 per cento, l'1 dipende dal diritto. Per ultimo, contrariamente a tutte le lagnanze padronali, aggiungo che se il salario dorme non c'è progresso (lo diceva anche Ricardo). E' chiaro che se il salario cresce follemente come negli anni '70 non va affatto bene, ma se non cresce per niente è peggio. Dal 1992-93 il salario reale al netto delle imposte, non è aumentato affatto, in molti casi è diminuito.


    E le tue conclusioni?
    La conclusione è moderatamente pessimistica. L'economia italiana è in una seria crisi, nella quale si intrecciano fattori specificamente economici e fattori normativi. Sintomo gravissimo è il sonno del salario. E questa crisi si colloca in un quadro politico-istituzionale niente affatto incoraggiante. Insomma, l'avvenire, almeno il prossimo, è piuttosto oscuro, ma pur sempre nelle nostre mani. La società italiana ha il lavoro, il risparmio, la tecnologia, l'imprenditorialità per tornare a crescere.


    PIERLUIGI CIOCCA
    Economista, banchiere e storico dell'economia
    Pierluigi Ciocca è nato a Pescara nel 1941. Si è laureato a Roma in giurisprudenza nel 1965. Ha continuato gli studi all'Isre dell'Università di Roma, alla Fondazione Einaudi di Torino e al Balliol College di Oxford. Dal 1969 fino al 1982 è economista al Servizio Studi della Banca d'Italia. Dal gennaio 1985 è funzionario generale della stessa Banca e dall'ottobre 1988 al 23 febbraio 1995 è consigliere economico del governatore che per lunghi anni è Carlo Azeglio Ciampi. In quella data diventa vicedirettore generale, incarico che manterrà fino al 2006. Dal 1982 fa parte della società italiana degli economisti e dal 1984 dirige la «Rivista di Storia economica», quella fondata da Luigi Einaudi. Come vicegovernatore ha incarichi in sede internazionale: prima come membro del comitato monetario e poi di quello economico e finanziario dell'Unione europea a Bruxelles. E' rappresentante italiano nel gruppo G7 Central Bank Deputies e nella Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea. Ciocca è economista, storico dell'economia ed è socio corrispondente dell'Accademia dei Lincei. Ha tenuto e tiene lezioni e conferenze in università italiane e straniere. Tra gli ultimi libri in italiano: «Ricchi per sempre? Una storia economica d'Italia(1796-2005)» Bollati Boringhieri, 2007.


I COMMENTI:
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  • ma uno che pensa che la crescita possa continuare sulla base delle farmacie, dei telefonini, dei portatili e delle agenzie turistiche non può essere preso sul serio. E' evidente che nessuno di questi settori offre impiego di massa. Il problema vero è un altro: l'innovazione tecnologica attuale razionalizza la produzione ben più rapidamente della capacità di aprire nuovi mercati (con relativo impiego di lavoro vivo). E' per questo che questa crisi è diversa dalle precedenti. L'Italia prova a competere attraverso lo sfruttamento del lavoro piuttosto che attraverso l'innovazione. Ma se innovi o sfrutti di più il lavoro la situazione non cambia, perchè il costo di una merce è determinato dal mercato mondiale non dallo stato-nazionale. E gli standard di profittabilità sono irragiungibili perchè l'unità media di prodotto fa quasi interamente a mano della manodopera. Per cui non c'è più profittabilità per le imprese e ne segue la speculazione finanziaria (con la caproespiatorizzazione dello speculatore, senza capire che questi ritarda il baratro che abbiamo di fronte). L'unico paese in Europa in apparente crescita è la Germania, ma perchè esporta. Ed esporta grazie all'indebitamento italiano, greco, portoghese etc.

    Finkèlabarkavà...

    Ovvio che la lotta per un salario minimo legale dev'essere comunque una delle priorità, ma in un senso ben più radicale del keynesianismo qui sponsorizzato, ossia nella prospettiva di un controllo sociale della produzione.

    D'altronde siamo in una fase in cui keynesianismo e neoliberismo hanno subito la fusione a freddo attraverso il salvataggio delle imprese sull'orlo del default. Evidentemente si tratta di paradigmi defunti.

    Personalmente sono molto favorevole alle analisi del caso italiano, ma se queste vengono separate dal contesto della crisi mondiale (non un accenno nelle risposte) si possono dire solo amenità e proporre misure...draconiane. 23-05-2011 21:25 - Acci
  • Ancora un articolo sulla crisi economica.
    Ancora stiamo parlando di qualche cosa che è morta dall'87.
    Ancora ci sono dei personaggi che vogliono discutere se vendere pentole all'infinito,sia cosa praticabbile.
    C'è una sopraproduzione assoluta di capitali e di prodotti nei paesi capitalisti.
    C'è una sopraproduzione di fame e di disperazione in tutti gli altri paesi che dal capitale ricevono solo sfruttamento e indifferenza.
    Un mondo che produce merci solo se esiste un mercato è un mondo morto.
    Chiunque cerca di giustificre un mondo morto è peggio di chi frecandosene accaparra e ruba più che può per pòi fuggire.
    Basta con il mondo dei morti!
    Qui ci vule una nuova palingenesi!
    I giovani spagnoli lo hanno capito e se ne sono fregati del voto e lottano.
    Lo hanno capito gli africani e tanti popoli del sud e del centro America.
    Ma voi,quando lo capirete!
    Perche invece di discutere sui m orti,non andiamo con i vivi a lottare per un mondo possibbile? 23-05-2011 21:13 - maurizio mariani
  • Aumentare la produtttivita'? Ma per fare cosa di tutta sta roba? Come se il mondo occidentale consumatore non avesse gia' abbastanza cianfrusaglie. 23-05-2011 16:11 - Murmillus
  • Quando parla un economista, occhio alle fregature ... vediamo ...

    * Acc il vizietto ... l' articolo contiene una oscenità cara all' economismo :
    adesso l' immigrazione è addirittura "molto positiva [...] milioni di lavoratori
    che, a costi minori, hanno lavorato e hanno prodotto" -- traduzione italiana:
    sono stati crumiri. Non è chiaro cosa qui ci sia di positivo a parte probabili
    soldi per la qualità della vita di milionari.

    * Rara lucidità invece la distinzione fra lavorare e produrre. Nella nostra
    economia talebana i "posti di lavoro" fino a prova contraria sono un peso o un
    danno per la collettività.

    * "... Nell'attuale situazione italiana si tratta di contenere [...] i
    trasferimenti alle imprese ..." : finalmente una voce libera nel coro del
    lavaggio del cervello "company fa arrapante".

    * I fini ingranaggi della macchina del Diritto sono importanti. Sa di vero, in
    genere poco sottolineato.

    * I salari non crescono e questo è un guaio. Di questi tempi un economista che
    dice questo è coraggioso, rischia odio da quei Chicago boys che dicono che il
    popolo fa il proprio bene più che altro trasferendo benessere verso immigrati
    non ancora arrivati e milionari cosmopoliti. 23-05-2011 16:08 - bozo4
  • a per cui e vero che le crisi del 29 e questa sono state creata ma l italia ha un problema di competitivita,pesa comunque anche il fatto che il berlusca essendo amico di Putin e Geddafi ha rotto le balle agli Stati Uniti.chissa cosa decidono adesso a s. moritz i Bildelberg?lo sapete che in sicilia c erano le miniere di zolfo che servivano per le guerre nel1700 1800 i francesi e gli inglesi come se le contendevano,rompevano le balle al re delle Due Sicilie..poi a Marsala gli inglesi con le loro navi da guerra erano li per caso e hanno aiutato i garibaldini e i piemontesi.a sbarcare senza problemi..baci.. 23-05-2011 16:08 - carlo
  • In principio è il PIL. Su questo acronimo le battute si sprecano,però chi tra noi non ne conosce il significato?tutti sappiamo che misura la crescita economica in soldoni di un paese. La difficoltà per chi come me non è economista è che tale indicatore si presta alla interpretazione del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto.

    Quindi,come stiamo messi?
    I primi dieci anni del duemila sono persi, la crescita è uguale a zero quello che è aumentato è solo il prezzo corrente dei beni e servizi vera produzione neanche l'odore.
    Quel poco è stato divorato dalla crisi del 2008 e seguenti.
    Una crisi che ha divorato prima di tutto occupazione,una occupazione persa non solo per le imprese che hanno chiuso ma,per la configurazione di parte dell'occupazione come quella a tempo determinata,quella delle partite iva quella cosiddetta precaria che hanno in comune la caratteristica di lavoro giovanile.(una flessibilizzazione che ha reso libere le aziende di attutire l'impatto della crisi). Ma l'impatto sulla società quello è preso in pieno come un muro. Un muro tanto più ruvido se sei cassaintegrato maschio o femmina, al 50% o a zero ore,se sei licenziato con una copertura al reddito di 693 euro a tempo o se rientri nei collaboratori con una tantum di 160 euro e poi ti attacchi. È chiaro che dietro le percentuali ci sono persone e sono milioni.
    Quindi ritornando alla domanda; si ,stiamo messi male.

    Come è accaduto?
    Bhè non è colpa tutta, della attuale crisi, noi eravamo già debolucci prima. Innanzitutto per il debito pubblico che ha subito una flessione prima della crisi ma che è ritornato a salire durante e dopo,ma il tema del debito è come il cavallo di troia utile a scardinare il patto sociale e mantenerci in Europa.
    Ma è pur sempre un numero che grava sulle famiglie che vedono crescere anche il proprio debito privato, embhè se ti devi curare lo fai e basta, se devi mangiare lo fai e basta. Il debito pubblico è stato contenuto perchè il governo in periodo di crisi e solo dal 2010 ha destinato agli stimoli solo lo 0,1% del PIL che bravi e che bravo Tremonti.
    Da non dimenticare che dal 1995 il debito pubblico era in discesa per due ragioni:la prima, l’incasso delle privatizzazioni e secondo i tagli di spesa (servizi,sanità).Ma adesso come dicono non cresciamo e il debito va.

    E sul fronte del lavoro come vanno le cose?
    Ho accennato sopra che per il lavoro le cose sono nere perché in Italia volevano e vogliono innovare e negli anni novanta lo abbiamo fatto con il protocollo 1993 di relazioni industriali introducendo gli aumenti legati all’inflazione programmata e ai contratti di secondo livello,livello entro il quale si contrattano i salari legati alla produttività,ma ancora oggi molti lavoratori se non avessero il ccnl nel bene e nel male non vedrebbero un soldo di aumento e le imprese i buoni risultati non li vogliono redistribuire e questa è ricchezza che per la gran parte non va reinvestita nell’impresa e quindi diventa ricchezza privata di pochi,quei pochi, il diecipercento, che detiene il cinquantapercento della ricchezza. Ma loro si lamentano del costo del lavoro,che poi è il più basso dell’area UE a quindici. Il fatto è che questo costo è l’apprezzamento del lavoro fornito sul quale il datore esercita il sostituto d’imposta oltre ad esercitarlo su quello che ci viene in busta paga,quindi ridurre il costo del lavoro invariando la pressione fiscale ci porterebbe al ko. Ma l’innovismo va avanti con l’accordo di gennaio 2009 che vede CGIL non firmataria ma tale accordo pende su ogni rinnovo contrattuale salvo essere innovato come a Mirafiori, alla Bertone e a breve nelle TLC.
    Come si può crescere se le gradi imprese quelle sopra i 250 addetti investono in ricerca e sviluppo solo lo 0.6% del PIL?
    Dette queste cose a chi legge suggerirei di dare uno sguardo al V rapporto 2010 della IRES-CGIL,ricco di dati e confronti.
    Bene ha fatto la CGIL ad indire lo sciopero del sei maggio ultimo scorso e la percentuale di adesione la deve impegnare a non indietreggiare e per quello che le compete, fare la sua parte fino in fondo,anche perché altri attori e non solo i Governi hanno fatto scelte mascherate da conti da ragioniere per imbastire una costituzione materiale che rompe un patto di valori,ma questo è anche il fallimento di questa Europa.

    Patto di valore
    Avere riformato il mercato del lavoro in un modo che ha reso più forti gli imprenditori e lo vediamo alla luce della crisi,rendendo precario qualsiasi lavoro salvaguardando i conti statali senza una vera tela di ammortizzatori e integrazione al reddito,scaricando tutto sulle famiglie e sui pensionati.
    Lasciare tutto in mano a dei ragionieri è un suicidio,lasciare tutto in mano ad una politica del solo amministrare è la foglia di fico usa a nascondere il vuoto spinto di tanti leader e non solo.
    Una legge elettorale BEFFA autoreferenziale. Questo è il contesto.
    Personalmente penso che la sola vertenza sulla fiscalità non sia sufficiente ma va fatta,quando in questi ultimi ventanni si è intervenuto sul tessuto sociale:mercato del lavoro,riforma previdenziale dimenticandosi dei giovani,privatizzazione dei servizi e tagli sui restanti,aumento della pressione fiscale e diminuizione del potere di acquisto,smantellamento della scuola pubblica con la parificazione delle private alle quali destinare fondi anche perché la scuola pubblica è l’istituto principe della mobilità sociale. Anni nei quali si è mischiato il sacro con il profano una vera e propria restaurazione e lo constatiamo con l’insorgere dei razzismi a confini variabili.

    È per queste ragioni che sono poco convincenti i continui PATTI ai quali si fa continuo riferimento patti corporativi di corto respiro.
    C’è invece l’urgenza di un patto di valore che per l’Italia riparta dai fondamentali della Costituzione che molti usano a geometria variabile,un patto di valore che faccia i conti con la nostra storia recente e anche unitaria un patto di valore che riguardi anche l’Europa.

    Ripeto non credo sufficiente la sola iniziativa fiscale ma la CGIL bene fa a condurre questa vertenza,il punto e se si parla a sordi non intenzionati a scendere dal carro.

    Nicola Gervasi* 23-05-2011 15:53 - nico
  • Grazie di cuore, Valentino, per aver dimostrato che a sinistra c'è ancora vita cosciente. Per fortuna... 23-05-2011 15:37 - Harken
  • e vero non bisogna generalizzare ma se manca la competitività non sara mica colpa degli operai,non è che magari applicando la pseudo legge biagi risparmio sugli operai e i soldi me li porto all estero mica li riinvesto al massimo faccio fallire la ditta,cassa integrazione....ricordarsi della manovalanza etracomunitaria sotto caporalato....anche li si guadagna..e poi italia o non italia il mondo e dei furbi e io sono furbo..w l onestà 23-05-2011 15:26 - carlo
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