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Adriana Pollice
Lettieri prepara un regalo immobiliare
Nella regione più povera d’Italia, l’imprenditore candidato sindaco di Napoli Gianni Lettieri propone, per sanare il bilancio comunale, la totale dismissione del patrimonio immobiliare del Comune. «Il valore stimato è di 2,5 miliardi di euro - spiega - ma credo che ne valga almeno 4 e io metterò sul mercato tutto quello che si può vendere». Delle 2.351 unità immobiliari ne sono state già vendute 1.350, quelle che restano sono in gran parte abitate da anziani in difficoltà economica, famiglie a basso reddito o con figli che hanno già un mutuo da pagare. Facile immaginare che finiranno in mano alla società che gestisce il patrimonio, la Romeo Immobiliare, attraverso l’asta pubblica. E’ questo che serve a Napoli che, insieme a Palermo, è una delle capitali italiane della povertà? Giriamo la domanda alla professoressa Enrica Amaturo, ex preside della facoltà di Sociologia della Federico II, assessore per un anno nella giunta Iervolino, docente di Metodologia delle scienze sociali.
Professoressa, che impatto avrebbe una misura simile su Napoli?
Se le case finissero a un unico soggetto economico, questo avrebbe una leva fortissima per determinare il mercato dei prezzi, al rialzo, in una città dove c’è già un fortissimo bisogno di edilizia sociale. Una simile misura andrebbe ad abbattersi su famiglie già in grave difficoltà. Gli ultimi dati Istat ci dicono che in Italia una famiglia su quattro non è in grado di affrontare piccole spese impreviste, figuriamoci l’acquisto di una casa, soprattutto a Napoli. Al nord la povertà riguarda anziani soli o soggetti con problemi specifici, come la tossicodipendenza ad esempio. Al sud c’è quella che si definisce ‘la povertà della gente normale’.
Che tipo di campagna elettorale è stata quella napoletana?
Mi è piaciuta quella di Luigi de Magistris: grande visibilità, con i messaggi giusti veicolati tra le persone, suscitando molto consenso in giro per strade e quartieri. Gianni Lettieri ha cercato i colpi a effetto, studiati a tavolino, cercando di associare il proprio nome alla squadra di calcio: i colori, la grafica dei manifesti, il richiamo ai calciatori, tutto per legare la propria immagine al Napoli. Ma l’operazione non sembra riuscita. Dopo le elezioni provinciali e regionali, con la vittoria della destra, credevo che avrebbe sfondato.
Lettieri, invece, non ha sfondato. Perché?
Con il deludente risultato raccolto l’anno scorso da Caldoro in città, appena tre punti sopra lo sfidante, si era misurata la consistenza dell’elettorato di opinione napoletano, slegato da interessi personali che condizionano il voto. Allora si era capito che la sinistra poteva vincere alle comunali. Contro Lettieri gioca il fatto di essere un candidato voluto da Nicola Cosentino, il centro e una parte della destra ha preso le distanze, come dimostra il 10% al candidato del Terzo polo.
Il Pd esce con le ossa rotte dal voto partenopeo
I democratici pagano il fatto di aver messo il regolamento di conti interno davanti al bene della città. Il voto di maggio, in questo senso, è stato un redde rationem differito rispetto alle primarie: non si portano oltre 40mila persone a votare per scegliere il candidato per poi dire ‘abbiamo scherzato’. Su questo si è misurato il deficit politico e decisionale dei vertici romani del partito.
L’ultima settimana di ballottaggio si sta giocando sullo scontro personale. Dietro, però, c’è una realtà sociale difficilissima, quali saranno i nodi più urgenti da affrontare?
Il welfare è la cenerentola del dibattito politico, a Napoli come in Italia. Il settore in cui è più facile fare tagli perché non c’è la capacità di fare lobby. Invece qui c’è bisogno di investire sulla dignità delle persone, renderle cittadini con diritti riconosciuti, solo così non andranno a chiedere protezione all’antistato, alla camorra. Con il federalismo municipale, avremo meno capacità di investire nelle realtà con l’imponibile più basso, cioè quelle dove c’è maggiore urgenza. Bisogna varare misure di sostegno al reddito, ma la sinistra su questi temi è sempre timida. Misure che potrebbero attenuare le conseguenze del lavoro flessibile. E poi bisogna tornare a investire nella scuola pubblica, il principale mezzo per avvicinare classi sociali distanti, nell’università, nella cultura. Dal centro di produzione Rai, alla musica, al teatro, creiamo eccellenze senza fare sistema
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