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Gianfranco Capitta
Il Valle occupato, segno di cambiamento
Il «Valle occupato», come fu del resto per l'Odeon nel maggio parigino, rappresenta meglio di altre immagini la possibile accelerazione del cambiamento. Un fatto quasi elementare nella sua semplicità (e anche nel rigore con cui viene governato dagli «occupanti» nei suoi aspetti pratici, dall'accesso alla pulizia) fa deflagrare invece contraddizioni piuttosto grosse, che non solo per contiguità topografica, portano subito ai piani alti del governo. La chiusura del Valle, e il suo conseguente de profundis, ha delle responsabilità precise nella finanziaria di Tremonti e nella disinvolta soppressione dell'Ente teatrale italiano decisa dal ministero dei beni culturali, probabilmente governato più che dall'insipiente Bondi, allora, quanto dal suo capo di gabinetto Nastasi. Un funzionario onnipotente quanto presente nelle indagini sulle ragnatele di potere vicine a Gianni Letta, il sottosegretario oggi più discusso di allora, ma che certo curiosamente non ha speso né allora né oggi una parola per difendere quel teatro che sempre dice di amare, almeno nelle occasioni mondane. E tutto accompagnato, allora come oggi, dalle chiacchiere infondate e inconcludenti del sottosegretario Giro. Tutti uniti allora, nel perpetrare lo scempio, quanto nell'esibire un sovrano disprezzo per teatro, cultura, intellettuali, informazione, università e istruzione. Una catena di elementi non facilmente riconciliabili, dentro uno scenario che contempla solo le emissioni azzurrine della tv. E quindi degna a sua volta di una catena di provvedimenti sanguinari, che oggi con l'occupazione del Valle riprende corpo, ma in direzione contraria.
Il teatro del resto nacque apposta per dare rappresentazione alla società attorno a sé, e questa occasione lo conferma clamorosamente. I numeri sono impressionanti: in 5 giorni sono passati 100 artisti e 4200 spettatori, di cui 3000 hanno firmato per la riapertura della sala. Ed è una esperienza commovente quel pubblico: la parte più giovane che improvvisamente può prendere confidenza con velluti e comportamenti poco abituali, e un'altra che magari è cresciuta vivendo, al Valle come altrove, grandi emozioni della propria maturazione. Tutti uniti, nella platea storica di uno dei più bei teatri al mondo a saggiare un'occasione unica di cartellone, di spettacoli che sarebbe bello avere stabilmente a disposizione, invece delle ubriacature di retorica o degli show similtv che le istituzioni pubbliche solitamente offrono.
È impressionante mettere in fila le sciocchezze, le banalità e le bugie che in mezza settimana sono stati capaci di esprimere i poteri costituiti: vince il Giro, naturalmente senza maglia rosa, che vede oltre il sipario chissà quali misfatti e rozzezze dei centri sociali. Ma di sciocchezze ne dicono anche il sindaco Alemanno e il suo assessore, pronti a rifugiarsi dietro le formule di bandi pubblici e di affidamenti temporanei. Al teatro di Roma magari, che notoriamente non è il massimo nella gestione partecipata come ha dimostrato ancora negli ultimi anni. A questo proposito è significativo e illuminante che i superstiti del Teatro del Lido, che sono tra gli occupanti del Valle, debbano denunciare ancora ieri le invasioni notturne delle squadracce di Casa Pound nello spazio di Ostia.
Sarà dura riuscire a trovare uno sbocco positivo e sensato visti gli interessi in ballo sul Valle, spazio meraviglioso e di eccelso prestigio nel cuore di Roma: a Firenze la Pergola è stata lasciata in mano al sindaco sfasciacarrozze e alla banca che mettendo i soldi lo condizionerà. Non aiuta, a fianco agli occupanti del Valle, l'assenza della sinistra tradizionale, anzi preoccupa che si vedano attorno al teatro esponenti di quella cultura di potere veltroniana che già ha causato parecchi danni in epoca recente. Per fortuna quelli che appaiono più impegnati nella conduzione progettuale dell'occupazione sono artisti per bene e indiscutibili, da Germano a Gifuni. E ogni sera sul palco ci sono presenze che nessuno immaginava così trascinanti in quel contesto, da Camilleri a Giovanna Marini a Franca Valeri, decana d'arte e di visione politica. È una grande chance, ma che i teatranti dovranno giocarsi meglio delle battaglie dello scorso anno sul Fus. Ora tra i nuovi possibili interlocutori, ci sono anche i nuovi sindaci che dovranno anche loro liberarsi dagli equilibri culturali avvelenati che la destra arraffona ha lasciato loro in eredità. Sarà bene tenersi tutti informati.
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