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Christian Raimo
Il laboratorio del Teatro Valle
Pare che in questi giorni al Teatro Valle di Roma, in parte, in piccolo, in embrione, stia avvenendo qualcosa. Un'occupazione partita da un ristretto numero di persone (attori e tecnici dello spettacolo, più o meno) in nome di una puntuale rivendicazione (la questione dell'assegnazione del teatro e del suo progetto culturale) sta travalicando i confini di specie; e diventando per forza, per metonimia, un laboratorio politico di un certo livello. Non è in un certo senso sorprendente? Ora, se questa non è solo un'impressione o se veramente può nascere un confronto allargato tra lavoratori della cultura e persone che si occupano a vario livello di politica culturale in Italia è da vedere, e sarà bello vederlo.
Per questo alle 16 di venerdì è fissato un incontro tra attori, insegnanti, ricercatori, grafici, scrittori, giornalisti, editori, cineasti, traduttori, studenti, fotografi, musicisti, redattori, registi, tecnici, editori, librai, etc... Si chiamerà «Tutti i fiumi confluiscono al Valle», e si proveranno a condividere i percorsi e le sintesi delle persone che in questi mesi ultimi hanno dato vita a movimenti politici anche qui embrionali, fetali, in progress etc.
Del resto, non capita sempre più spesso di accorgersi che il risentimento di uno stagista di una casa editrice non sia troppo differente da quello di un free lance della pubblicità? Che le dinamiche di potere che vivono nelle redazioni dei giornali assomiglino molto a quelle di una produzione teatrale? Che le idee di conflitto del movimento degli studenti abbiano molto in comune con quelle dei loro stessi insegnanti?
Sarebbe bene dirselo, capire perché, sentirsi più forti in questo riconoscimento. Ma non sarà un convegno, o un bel momento di aggregazione. Tutto questo non nasce dal nulla, ma in nome del fatto che, come si dice, qualcosa è già avvenuto, che alcuni percorsi politici sono già intrapresi, e i punti comuni tra le varie categorie di lavoratori già acquisiti sono tutt'altro che banali. Uno, per esempio, è che per la prima volta dopo chissà quanti anni persone genericamente individualiste e interessate a questioni artistiche, estetiche, o pro domo propria, cercano invece di darsi una forma politica. Ci si ritrova come cittadini e come cittadini in lotta, e lo si fa proprio perché in un tempo emergenziale come questo il contesto è talmente corrotto da non poter pensare di poter semplicemente fare il proprio lavoro. Teatri che chiudono, case editrici in crisi, giornali in cassa integrazione permanente... ma non mancano soltanto i soldi, c'è una vertiginosa assenza di una politica della cultura.
Davvero, non è inedito che le questioni prioritarie in ballo per gli scrittori, gli attori, i musicisti, non riguardino lo statuto dell'arte, ma appunto l'organizzazione politica e la rappresentanza, il welfare, i rapporti di potere? Le questioni che si porranno saranno di questo tipo: è possibile vedere riconosciuta la propria autorialità nel lavoro culturale? Ce la facciamo a relazionarci con un codice etico differente che si basi su responsabilità, trasparenza, uguaglianza, autocritica invece che su forme di ricatto strisciante o esplicito, sperequazioni economiche abissali, rapporti clientelari, etc...? Diamo nel lavoro culturale una priorità alla questione della formazione e dell'educazione? Ripensiamo le forme di retribuzione, di sostegno alla creatività, di contrattualità? Condividiamo la consapevolezza che le ragioni del conflitto coinvolgono tutta la filiera dei processi culturali: produzione, distribuzione, formazione, fruizione, e questo vale tanto per il cinema, per il teatro, per l'editoria, per l'università, etc...?
Allora che decidiate di fare un salto o non venire, di farvi raccontare o di glissare, ma non vi sembra - a dirla tutta - di sentire qualche discorso familiare? Forse questa battaglia che sta cominciando è già la vostra.
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Santoro ha in parte dimostrato che si può fare cultura “oltre la siepe” io sono convinto che si possa farla sopra e oltre le stelle fisse!
Spero di poter partecipare.
Ghost Partisan
www.partitopartigiano.com 23-06-2011 19:35 - ghost partisan
nel 2008, al primo apparire dell'onda ricordo bene l'ansia e la felicità di organizzare un'autogestione: i bidelli erano lì solo per controllarci eppure la pulizia era migliore del solito perché noi studenti passavamo i pomeriggi a pulire. e indovinate un po'? pure i bidelli, spesso, si univano partecipavano gratuitamente col sorriso sul volto e tutti abbiamo inizato a conoscerci, a capire che non eravamo isolati ma piuttosto eravamo tante persone con problemi comuni risolvibili con la loro condivisione,
eppure questo modello vincente viene ancora etichettato come "utopia", come "infantilismo"... la mia sola domanda è perché non dobbiamo avere diritto a forme di autogestione a più ampio livello? 23-06-2011 18:51 - gio_rabbia