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FUORIPAGINA
30/06/2011
  •   |   Michele Giorgio
    S'infiamma piazza Tahrir

    «Chiediamo le dimissioni del ministro dell'interno el Issawi, il rilascio degli arrestati e l'apertura di un'inchiesta». Queste le richieste presentate al governo e ai militari al potere da 25 formazioni politiche egiziane dopo la repressione durissima compiuta dalla polizia delle proteste di migliaia di giovani, cominciate martedì sera durante una conferenza in un teatro di Agouza e davanti alla televisione di stato e proseguite fino a stamattina tra manifestanti e forze di polizia nei pressi del ministero degli Interni e in piazza Lazogli nel centro del Cairo. I feriti sono oltre mille, un centinaio i ricoverati in ospedale. Sono state le ore più difficili per l'Egitto dalla cacciata dell'ex rais Hosni Mubarak lo scorso 11 febbraio. Il passato continua a gravare sul paese, teatro di una ribellione che ha fatto cadere il «faraone del terzo millennio» rimasto per trent'anni al potere, ma che ha solo scalfito la struttura del regime.
    Ieri sera una calma carica di tensione regnava in Piazza Tahrir. L'accaduto ha inviato un segnale molto preoccupante al paese che si prepara ad entrare nella campagna elettorale vera e propria in vista delle legislative di fine settembre. La polizia ha trasformato in una battaglia la denuncia pubblica di migliaia di egiziani per il ritardo nell'apertura dei processi nei confronti degli esponenti del regime di Mubarak e dei comandanti della polizia responsabili del massacro di centinaia di manifestanti tra fine di gennaio e inizio febbraio. In strada ormai i giovani dimostranti, almeno quelli che fanno riferimenti ai movimenti laici, non scandiscono più «Il popolo vuole la caduta del regime», lo slogan della rivoluzione, ma «Il popolo vuole le dimissioni di Tantawi», ossia del generale a capo del Consiglio supremo delle Forze armate che dallo scorso 11 febbraio controlla il paese. Ma i militari si sentono forti. All'estero godono del sostegno degli Usa, già grandi alleati di Mubarak, e in casa hanno dalla loro i partiti islamisti, Fratelli musulmani in testa, che ieri si sono guardati dal condannare la brutalità della polizia.
    Chi crede ancora in un nuovo Egitto perciò ieri si è precipitato in Piazza Tahrir. Lo hanno fatto tre candidati alle presidenziali: Hamidine Sabahi, del partito Karama, l'ex giornalista televisivo Bossayana Kamell e il medico Abdel Moneim Aboul Foutouh, espulso dai Fratelli musulmani per la decisione di correre per la poltrona di presidente e per aver riconosciuto il diritto alla conversione religiosa. Aboul Foutouh ha criticato le forze di sicurezza per la violenza «spropositata» contro le famiglie dei martiri della rivoluzione aggredite dalla polizia. Un altro candidato alla presidenza, Mohamed ElBaradei, ha denunciato su twitter le «violenze contro i manifestanti» mentre il movimento 6 Aprile, fra i primi promotori della rivolta anti-Mubarak, ha fatto appello, sulla sua pagina Facebook, ad un sit in permanente di protesta contro l'uso della forza da parte della polizia. Wael Ghonein, il più noto dei cyberattivisti, ha ricordato su Facebook che oggi è atteso il verdetto nel processo per la morte di Khaled Said, il giovane di Alessandria pestato a morte un anno fa dalla polizia e la cui figura ha ispirato la rivoluzione di gennaio. Una manifestazione di solidarietà con piazza Tahrir si è svolta in Midan Isaaf, a Suez, città dove cadde il primo martire della rivoluzione.
    «Con questi scontri si tenta di diffondere il caos in Egitto... sono in attesa dei risultati dell'inchiesta per stabilire le responsabilità per quanto è avvenuto», ha dichiarato il premier Essam Sharaf. Ma la sua credibilità è in forte dubbio. Tanti egiziani non gli credono più. E suona ormai come un ritornello di una canzone l'accusa che governo e militari rivolgono tutte le volte «ad elementi del passato regime» che, dicono, intenderebbero scatenare il caos. «Sono invenzioni, è ora di dirlo con estrema chiarezza» ha detto al manifesto Nabil Abdul Fattah, uno degli analisti politici più noti. «Le autorità denunciano teppisti e criminali ma la verità è che le forze di sicurezza non sono cambiate, i comandanti e gli agenti della polizia sono gli stessi, poco o nulla è mutato ai vertici del potere, il regime è lo stesso e vuole consolidarsi, anche con la repressione».


I COMMENTI:
  • pensandoci bene ,a chi giova una crisi dello stato siriano ?rispondendo a questa domanda la lotta per la democrazia in questi paesi arabi ,magari paesi ostili alla politica sionista dell'israele si capisce da dove arrivano tutte queste rivoluzioni senza una base politica matura,in egitto l'esercito sta al capo del governo e segue totalmente gli intressi americani ed europei in egitto,la democrazia e la liberta per cui i milioni di persone che sono versate in mezzo alla strada non vale un bel niente,di nuovo non è il popolo che governa sono i soliti generali al servizio del padrone se no allora qual'è il motivo di questa manifestazione che vengono anche sparati dai militari??poche cose possono cambiare in questi paesi l'oppinione della gente non ha nessun valore ,gli americani non volevano piu il mubarak allora crearono questo bordello,pero non hanno pensato a dopo mubarak,in siria la situazione è diversa hanno creato coi dollari americani una crisi politica devastante ,gli agenti pagati coi dollari dopo la creazione dei guai sono fuggiti al confine turco,l'esercito siriano gli ha attaccati e il governo turco ha chiuso l'occhio su questo altrimenti avrebbe reagito approposito,percio c'è qualcosa che non quadra,non vi pare ??? 01-07-2011 09:53 - dario
  • E' inutile, i MB non sfondano in Egitto. Gli ultimi sondaggi li danno al 22%. Gli Egiziani sono svegli, non si fanno fottere la rivoluzione. L'unica strada per il MB di conquistare il potere e' un accordo infame con i militari.
    Esattamente come successe in Iran (Khomeini fu catapultato a a capo supremo della rivoluzione senza nessuna elezione, mentre il presidente legittimamente eletto - Bani Sadr - dovette fuggire all'estero per non venire ammazzato dagli islamisti)
    Non e' un caso che ancora nel 2011 in Egitto un non-musulmano non possa far parte dell'esercito. La norma venne abolita da Nasser (per questo il MB cerco' di farlo fuori 3 volte), ma - de facto - e' in vigore ancora oggi. Tre cose imponevano le armate islamiche ai conquistati: non possedere armi, non possedere cavalli (cioe' le due chiavi di volta del potere militare) e pagare la tassa simbolo di inferiorita' ai dominatori islamici. Non mi sembra che sia cambiato molto in 14 secoli: oggi in Egitto i Copti puliscono le fogne, i musulmani controllano l'esercito. Avete presente l'apartheid? Chissa perche' nessuno si indigna per un apartheid religioso! 01-07-2011 09:43 - Ahmed
  • aridatece Mubarak... 01-07-2011 02:58 - Pino
  • ai giovani Egiziani di piazza Tahrir,i quali avevano creduto che il "miracolo"della cd "democrazia"di stampo occidentale;fosse a "portata di mano" purtroppo si è avverata la previsione che avevo fatto ben 4 mesi fa, e cioè che la presa del potere delle forze armate Egiziane, non sarebbe stata che, una tappa del lungo e purtroppo ancora più sanguinoso processo di transizione verso, una vera democrazia se pur NON di modello occidentale(visti i risultati)che auspico per il bene del popolo Egiziano,
    ma essendo molto realista(e nellla fattispecie, anche molto pessimista)penso che il "processo di transizione" durerà ancora molto tempo.
    cari giovani di piazza Tahrir, in bocca al lupo(ne avete estremo bisogno)
    alexfaro 30-06-2011 17:49 - alexfaro
  • La repressione in Siria ha insegnato qualcosa anche al Cairo.
    Ora che i militari hanno l'appoggio dei Fratelli Musulmani, perchè dovrebbero cedere ?
    Le rivolte nella capitale egiziana non infiammano le altre città e tanto meno le campagne e i fellah. 30-06-2011 17:47 - carlo
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