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Domanda del giorno: la Cgil si prepara al governo di "sinistra"?
La Cgil cambia rotta e la segretaria Camusso firma l’intesa con Cisl, Uil e Confindustria che cambia le relazioni sindacali nel nostro paese. I contratti nazionali saranno derogabili e il diritto di sciopero sospeso. È l’adeguamento al «dopo Cristo» dell’era Marchionne. Emma Marcegaglia, in un’intervista al Corriere della sera, esulta a nome della Confindustria. Nella Cgil è bufera, ma Camusso difende l’intesa, non considerandola una resa. È scontro a tutto campo con la Fiom, il cui segretario Maurizio Landini parla di «arretramento dei diritti» e chiede che ora l’accordo venga sottoposto al voto dei lavoratori. Però Marchionne non si accontenta e fa capire che aspetta passi ulteriori altrimenti la Fiat lascerà l’Italia come preannunciato più volte. Le domande che si pongono sono svariate. Innanzitutto, Camusso ha fatto bene a firmare, in nome della realpolitik e viste le condizioni del Paese oppure ha ceduto su tutta la linea alla Confindustria? È un segnale che il vento sta cambiando e la Cgil si prepara a un nuovo governo di centrosinistra oppure è la Fiom che sta forzando verso l’opposizione sociale? La spaccatura nel sindacato più rappresentativo d’Italia indebolisce la sua forza o non cambia nulla perché la Fiom è sempre stata autonoma?
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Sottoscrivo questa analisi parola per parola.
E veniamo quindi alle altre domande del giorno.
Si, esattamente come scriveva pietro ieri la firma di Camusso a questo schifo di accordo confindustriale è "un segnale che il vento sta cambiando", ma Camusso ha fatto non male, ma malissimo a firmare (foss'anche per malintesa realpolitik) per una serie di ragioni: anzitutto il vento in Italia sta cambiando davvero, e lo abbiamo visto da una serie di segnali culminati con i referendum (ma ancora prima ricordo il milione e quattrocentomila firme raccolte contro la privatizzazione dell'acqua). Precedentemente c'erano stati alcuni segni premonitori del cambiamento di sensibilità che attraversa gran parte della società italiana. Ne cito solo alcuni: la lotta solo apparentemente isolata (perché non supportata dalla classe politica) degli operai o degli stranieri vittime della "sanatoria truffa" su tetti, gru e ciminiere; la lotta dei lavoratori sardi della Vinyls e dell'Alcoa, il fronte comune con i pastori, i commercianti e gli artigiani sardi; le manifestazioni degli studenti e dei ricercatori contro la riforma Gelmini; la grande manifestazione delle donne "Se non ora, quando?" ha portato in piazza e reso visibili nell'indignazione e nell'orgoglio di esserci anche persone che in piazza non c'erano andate mai, ma questa volta hanno sentito che era il momento (e fu un bel segnale, nonostante l'insincerità di alcune signore che erano anche su quel palco); poi la grande prova d'orgoglio e di dignità degli operai di Mirafiori (una delle rare volte in cui mi sono sentito fiero di essere torinese) troppo presto dimenticata da Camusso in nome di un'idea malata di "riformismo"; poi la Val Susa, dove proprio in questi giorni (ma da anni ormai) la gente del luogo sta cercando, compatta, di resistere allo scempio del proprio territorio (e allo sperpero di denaro versato col sangue dai contribuenti italiani che, grazie ai media asserviti, non hanno ben chiari i termini della questione): la TAV Torino-Lione è un'opera costosissima che non ha alcuna ragione trasportistica. L'unica utilità è il foraggiamento delle caste affaristico-politiche per un ventennio a spese dei cittadini cui si sta togliendo il pane di bocca e, soprattutto, i diritti con la scusa della crisi. E non è NIMBY: la cultura del bene comune nasce dall'amore (vero) per il proprio territorio (anche se il PD non va oltre qualche sconclusionata apertura alla Lega, che scambia l'amore per il territorio con il razzismo e l'egoismo che esclude e, come dimostra Cota, non sa andare oltre).
Il vento che sta cambiando in Italia, per lo meno quello che dovrebbe stare a cuore a chi intenderebbe collocarsi a sinistra, è una sensibilità nuova per il bene comune. E "bene comune" è un concetto che fino a poco tempo fa non era nemmeno spendibile, pena venire irrisi con commiserazione, come poveri illusi che non sanno stare al mondo.
Invece quella che rincorre Camusso è l'ipocrisia del "senti che bel vento", lo slogan con cui il PD si è intestato una vittoria a quei referendum che aveva storicamente osteggiato che ha deciso di cavalcare solo quando i sondaggi ne sentenziavano l'ineluttabile successo (tanto, han pensato loro, il nucleare dopo Fukushima è andato, e la privatizzazione dell'acqua che ci piace tanto, uscita dalla porta la faremo rientrare dalla finestra con una legge all'uopo già nel cassetto). Il PD ha anche finto di non capire che ha Napoli ha incassato una lezione severa, preferendo focalizzarsi sul "modello Macerata" (e qui mi scompiscio!). Ma c'è qualcosa di patologico nel finire per credere davvero a una balla che hai raccontato per convenienza.
Il PD crede di avere davvero vinto i referendum? E crede davvero di avere la strada spianata verso il governo post-berlusconiano (coè da Berlusconi a De Benedetti) assieme al Terzo Polo e all'UdC di Casini? Crede che il loro "bel vento" possa davvero imbrogliare i cittadini e portarli tra le braccia di Marchionne, e di Confindustria, dell finanza e in balìa della speculazione internazionale?
Forse, ma non sarà così facile, perché una fetta non ancora maggioritaria ma molto consistente (e in crescita costante) di cittadini si sta sottraendo all'indottrinamento mediatico del mainstream e si documenta e forma la propria opinione secondo modalità alternative, disparate e trasversali che sfuggono (almeno per ora) alle semplificazioni del Potere. Sono sempre meno quelli disposti a credere l'inverosimile solo perché "l'ha detto la televisione" (e l'ing. De Benedetti può anche comprarsi La7 con i soldi che Berlusconi gli dovrà pagare dopo la sentenza sul cosiddetto "Lodo Mondadori").
E poi c'è la crisi che morde feroce e, contestualmente, la contrazione dei diritti: stanno pesando come un macigno su due generazioni (e non solo, ormai) e sulle loro famiglie. Qua sulla terra tutti ne sappiamo qualcosa, ci angosciamo, sputiamo sangue. Loro invece "con noi, non c'entrano nulla" (parafrasando una illuminante esternazione del nipote d'arte del PD) e si vede!
La cosiddetta "CLAUSOLA DI TREGUA" (formidabile eufemismo) contenuta nell'"accordo epocale" che Camusso ha fortemente voluto e sottoscritto con gli altri compari grida vendetta. Non solo costituisce una letale violazione del diritto di sciopero, ma è in assoluta controtendenza con lo spirito dei tempi, con quella volontà di partecipazione che sta tornando a pervadere la nostra società, il "vento" più bello.
Poi c'è il problema Marchionne. Chi pagherà il conto quando i nodi verranno al pettine? Verso Marchionne le aperture di credito sono illimitate, quasi che il manager canadese possedesse il Verbo: le banche italiane lo finanziano con esposizioni creditizie ingentissime, e lo fanno semplicemente sulla parola, senza nemmeno uno straccio di piano industriale (che non c'è o che è impresentabile). Avrete provato voi ad andare in banca e farvi finanziare pochi spiccioli (al confronto): ve li hanno ammollati con nonchalance o vi hanno chiesto garanzie, contandovi anche i peli del culo?
Credo che nel mainstream solo Massimo Mucchetti abbia osato evidenziare questi problemucci del sistema Marchionne, che gode di buona stampa anche quando si tratta di presentare i "nuovi modelli", vetture americane rimarchiate, con dimensioni, peso e consumi assurdi per i nostri canoni, come l'enorme Fiat Freemont (5 metri, costrita in parte in Messico, già da 3 anni in vendita in Italia come Dodge Journey: non se la filava nessuno) lodata sperticatamente dalla stampa nazionale che riesce persino a vedervi quello stile e quell'eleganza tipicamente italiani. E chissà le lodi alla cura del dettaglio delle Lancia di una volta (il vellutino, portiere che si chiudono da sole...) quando arriveranno sul mercato la nuova Thema (rebranding della Chrysler 300) e la nuova Flavia (rebranding della Chrysler 200). La Ypsilon è l'ultimo modello interamente concepito in Italia, ma con Chrysler in mente (sui mercati esteri infatti non sarà marchiata Lancia), e c'è aria di sbaraccamento: le attività "pregiate" del Gruppo sono ormai in viaggio verso Detroit; la produzione si attesterà sempre più in Polonia e Slovenia per l'Europa, in Messico per il Nord America. Valeva la pena svendere i diritti dei lavoratori per questo? E quando la Fiat Auto come la conosciamo non ci sarà più, i lavoratori e le loro famiglie che faranno? Andranno a rincorrere Piero Fassino ("se fossi un operaio voterei SI a Marchionne") per prenderlo a pedate? Capisco Marcegaglia che deve assolutamente recuperare l'associato più grande e ingrato, che minaccia di lasciare Confindustriia dopo essere stato tanto appoggiato nelle sue battaglie antisindacali. Ma il PD e Camusso stanno combattendo una battaglia culturalmente retriva, basata su presupposti lontani dal reale, vittime essi stessi delle menzogne raccontate ai cittadini.
La FIOM di Maurizio Landini, al contrario, potrebbe essere avanguardia del vento più bello e autentico che soffia tra la gente... non fosse lasciata sola, soprattutto dalla stessa CGIL, con viscida ambiguità.
Secondo me per la FIOM, ora, abbandonare questa CGIL è doveroso e auspicabile. Tanti lavoratori, non solo del settore metalmeccanico, vorrebbero la FIOM al loro fianco. Spero che Landini non li deluda, abbia il coraggio di volare alto e scelga il difficile a vantaggio del bene.
Quanto al PD confido che, gettata la maschera, verrà ripagato dall'elettorato con la moneta che merita. Non posso e non voglio credere che il governo di sedicente "centrosinistra" che ha in mente il PD (cioè dall'egenonia berlusconiana a quella debenedettiana) possa contare sui voti referendari che il PD calcola come automaticamente annessi. E il sussiegoso PD avrà poco da gridare all'antipolitica, perché antipolitica è l'abbandono delle istanze sociali e del bene comune a favore della tutela di interessi lobbystici di gruppi di potere confindustriale o finanziario. Sbatteranno il naso, e dolorosamente. 01-07-2011 13:08 - Alessandro B.
Cedere al ricatto di Confindustria e peggio ancora, della FIAT, ha riportato il sindacato italiano a prima delle corporazioni fasciste.
La classe operaia, il lavoro dipendente tutto, vanno difesi come VALORE, non come peso intrinseco alla produzione.
La lotta sociale che si preannuncia violenta supererà il sindacato come ha superato i partiti, oramai allineati sul loro scranno e null'altro.
Una sinistra uccisa da Bertinotti, deve rinascere e riproporre la lotta di classe, per riconquistare potere contrattuale e conquistare una vita che sia decorosa, e non sia sopravvivenza 01-07-2011 10:49 - salvatore dessupoiu
«...quel che sta succedendo a Roma e in Italia, di questa <b>domanda collettiva di dignità, partecipazione, democrazia</b>, bisogna ringraziare, prima e più che la Fiom, gli operai di Pomigliano e di Melfi che non hanno chinato la testa di fronte all'arrogante pretesa del padrone di scambiare lavoro ipotetico con diritti certi. I diritti, semmai, vanno estesi a tutti sennò si riducono a privilegi. <b>Chi è in piazza, come questi operai della Fiat, non vuole o non vuole più chinare la testa</b>.»
«...la piazza rossa della Fiom è contro un modello sociale e politico in cui l'operaio è pura variabile dipendente, appendice della macchina a cui lavora e al tempo stesso combattente arruolato con la forza del ricatto in una guerra globale che non è di classe ma tra navi nemiche in cui stanno tutti insieme, padrone, manager e tute blu per combattere contro un'altra nave modellata allo stesso modo alla conquista, come l'altra, del dio mercato.»
La Cgil, e ancora più marcatamente la Fiom, erano le uniche parti sindacali che si opponevano alla destrutturazione dei diritti dei lavoratori meticolosamente operata da governo e confindustria.
Ora è rimasta solo la Fiom. 01-07-2011 08:16 - Michele Testa