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Domanda del giorno: ricordando Genova, come si va in piazza?
La settimana che si apre è quella del decennale del G8 di Genova. Numerose iniziative, di cui vi daremo conto puntualmente, ricorderanno quelle giornate, la repressione violenta del movimento e i suoi momenti topici: l’assassinio di Carlo Giuliani e la mattanza nella scuola Diaz.
Una di queste sarà dedicata ai linguaggi e alle pratiche politiche. Già all’epoca la discussione era serrata, e il cosiddetto «movimento dei movimenti» la risolse in maniera «liberale»: nessuna distinzione tra «buoni e cattivi» e ognuno in piazza con le sue modalità, anche se le tensioni e le differenze non mancavano. Addirittura, nei controvertici che precedettero quello di Genova la rispettosa distinzione di pratiche assunse colori diversi: i «pink» erano l’ala creativa e festosa del movimento (ma non meno radicale degli altri); le «tute bianche» quelli che miravano alla dimensione simbolica del conflitto, e alla sua valenza mediatica; i «blu» (poi diventati «neri») quelli che pensavano invece all’«azione diretta contro il capitale».
La repressione di Genova fece saltare tutto, mostrando in tutta la sua potenza la violenza del potere. Voi cosa ne pensate? Più efficace la creatività o l’«azione diretta»? La dimensione simbolica o quella concreta? E tra queste, qual è la più radicale?
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Penso che la lotta per chi è veramente oppresso dal sistema,
non si regga sulla dicotomia:
atto simbolico-atto violento.
Il dimostrare un disagio delegando la soluzione a chi dovrebbe per ruolo risolverla è solo un'ipotetico atto di fede verso un sistema la cui ineffabilità diventa dogma,
la criptazione regola.
Entrare nei luoghi di decisione,nel sistema;
se proprio siete convinti di essere dalla parte giusta e siete edotti nei meccanismi che criticate con fiero acume dovreste essere in grado di costruire sottomodelli sociali migliori relativamente compatibili con il mondo che percepisco come caotico e competitivo opponendovi ormai un atteggiamento stirneriano,per sopravvivere più che altro.
In poche parole prendere una parte del sistema capitalista;in fondo nessuno può conoscerlo meglio di chi lo ha compreso e avversato.
saluti. 16-07-2011 11:39 - t.o.
Vorrei uscire dai rigidi schemi interpretativi dalla repressione e dei movimenti, per approcciarmi al tema con due, evidentemente parziali ma per me emblematiche, chiavi di lettura:
il conflitto,
le generazioni.
Negare il conflitto.
Il conflitto c'é. Dissimularlo, rimandarlo, reprimerne le coordinate e l'impulso porta solo a rimandarne ed amplificarne gli effetti peggiori e, nel contempo, ne ostacola i percorsi di maturazione ed emancipazione che sono la sue doti maggiormente positive.
Ma "chi" vive il conflitto, come momento propulsivo di emancipazione e crescita? Le generazionI delle giovani donne e dei giovani uomini. Ai quali difficilmente potrai sottoporgli gli argomenti dell'intervento di Stefano Ciccone, pubblicato venerdì (che mi ha stimolato e mi è piaciuto. Molto).
Perché non possiamo limitarci a valutare il conflitto "imposto" nei termini di azione/reazione. Abbiamo altre frecce al nostro arco. Ma occultare l'esigenza di agire il conflitto delle giovani generazioni è uno sbaglio; umano e politico.
Una parte del problema lo identifico nell'abdicazione del ruolo genitoriale che è stato praticato da divese generazioni.
Bene che si sia eleborato e combattuto il padre/padrone; bene che le madri non siano solo elemento senza parola della procreazione; bene che la virilità sia messa in discussione per poter partecipare compiutamente alla comunità degli umani.
Ma la funzione genitoriale non va buttata insieme all'acqua sporca.
Chi più si prende le responsabiltà verso le generazioni che "devono" agire il conflitto? Quale ruolo vogliono giocare nei processi di emancipazione, maturazione e cittadinanza di queste generazioni, le classi dirigenti, gli intellettuali, gli attivisti, chiunque sappia di averne responsabilità?
Ognuno ha la sua. Ognuno "deve" esserci, partecipe e disposto ad essere messo in discussione.
Perchè qua non discutiamo di come reagire alla repressione, ma di come ci prepariamo ad affrontarla. Di come riuscire ad articolarne i conflitti a tutti i livelli, senza strumentalizzare chi "naturalmente" gli agisce; perché la strumentalizzazione è da ambo le parti (con ovvi fini diversi).
Più efficace la creatività o l'azione diretta? La dimensione simbolica o quella concreta?
Su questi punti mi è facile rispondere. Perché Genova aveva già risposto, dopo intense e profonde discussioni: "e e" in contrapposizione alla logica del "o o".
Solo comprendendo le istanze e le posizioni si può pensare e dirimere la complessità; per contro, escludendo, nel migliore dei casi, ragioni come la Lega.
E tra queste, qual è la più radicale?
Perdonatemi, ma qui mi viene da sorridere!
Dov'è la radicalità? e chi la misura? Usando quali parametri?
E' più radicale chi è capace di assumersi tutte le responsabilità delle sue azioni, o chi agicsce indipendentemente dagli effetti della sua azione, fottendosene di tutto e di tutti?
Certo, sono due aspetti diversi di come sia possibile esprimere radicalità; ma anche un'ottusa bestia sa essere radicale nella sua ottusità.
Mi piacerebbe tanto sentire parlere di questo concetto in maniera più intelligente e con una connotazione meno adolescenziale.
Un abbraccio
Maurizio
p.s. per me, la praabola del collettivo del "manifesto" è emblematica di come ci si possa emancipare agendo il conflitto. Riconoscendo la genitorialità e la prorpria condizione di figlio, portatore di un altro mondo, di una soggettivtà che confligge ma cresce e si relaziona, dialetticamente e proficuamente; per tutti. 15-07-2011 20:27 - maurizio sibaud
Ci facciamo anche delle maschere da pagliacci e come quei dottori che cercano di curare i malati con le risate,scendiamo di nuovo in quella Genova di disoccupati,emarginati,che non hanno più speranze e rovistano i cassonetti alla ricerca di un qualcosa da barattare.
A Quella Genova che il G8,gli ha regalato la più grande crisi della storia,noi scendiamo in piazza e ricordiamo i nostri caduti a sun di trombette!
Scommetto che se lo facciamo tutti i politici del PD verranno anche loro e vestiti da pagliacci porteranno sorrisi a un popolo che è entrato in miseria!
Quel G8 non ci ha solo ammazzato Giuliani,ma ci ha ammazzato tutte le speranze e tutti i desideri di un popolo.
Non scendete in piazza armati e non fate tanto casino,altrimenti Veltroni se ne torna in Africa.
Se farete casino il presidente si offende e non vi dirà più quelle belle parole confortanti che ci dice sempre!
Non fate il gioco di Berlusconi,lasciatevi infilare qull'ombrellone e ridete.
Ridete sempre,perchè sarà una risata che li seppellirà! 15-07-2011 19:05 - maurizio mariani
scusate ancora il disturbo ma a proposito di forme di "lotta" e quindi, in ultima analisi, di espressione, mi sono sinceramente rotto di questi contributi firmati con uno pseudonimo e spesso irresponsabilmente e sostanzialmente consistenti nella prima cosa che viene in mente al cosiddetto "autore". Tanto per dire: caro Luther Blisset,
vieni fuori alla luce del sole che di pseudonimi delle palle (tanto per usare un eufemismo) sono pieni innumerevoli ed inutili blog e certo non se ne sente il bisogno in questo de il manifesto.
Saluti. 15-07-2011 17:26 - roberto cerchio
1. tutti, ma proprio tutti, quelli che partecipano alla ripresa di parola, che sono le manifestazioni, devono stare in piazza con prudenza e determinazione e se possibile attrezzati, se è il caso-NOTAV docet- con gli strumenti di autoprotezione adeguati...ma porprio tutti, non ci sono fin da Genova, si decise insieme, servizi d'ordine o simili strutture si decide insieme e insieme si gestisce la piazza.
2. radicalità di contenuti e di comportamenti, sono due cose diverse: la prima la scegli e la pratichi nell'attività quotidiana; la seconda te la impone il comportamento degli sgherri in blu nelle piazze e nei luoghi pubblici di cui "lorsignori" pretendono l'esclusivo controllo, come il capitalismo finanziario - dominus del pensiero unico, insegna e dispone da una trentina di anni ormai. 15-07-2011 13:43 - aldo rotolo