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FUORIPAGINA
15/07/2011
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    Domanda del giorno: ricordando Genova, come si va in piazza?

    La settimana che si apre è quella del decennale del G8 di Genova. Numerose iniziative, di cui vi daremo conto puntualmente, ricorderanno quelle giornate, la repressione violenta del movimento e i suoi momenti topici: l’assassinio di Carlo Giuliani e la mattanza nella scuola Diaz.

     

    Una di queste sarà dedicata ai linguaggi e alle pratiche politiche. Già all’epoca la discussione era serrata, e il cosiddetto «movimento dei movimenti» la risolse in maniera «liberale»: nessuna distinzione tra «buoni e cattivi» e ognuno in piazza con le sue modalità, anche se le tensioni e le differenze non mancavano. Addirittura, nei controvertici che precedettero quello di Genova la rispettosa distinzione di pratiche assunse colori diversi: i «pink» erano l’ala creativa e festosa del movimento (ma non meno radicale degli altri); le «tute bianche» quelli che miravano alla dimensione simbolica del conflitto, e alla sua valenza mediatica; i «blu» (poi diventati «neri») quelli che pensavano invece all’«azione diretta contro il capitale».

     

    La repressione di Genova fece saltare tutto, mostrando in tutta la sua potenza la violenza del potere. Voi cosa ne pensate? Più efficace la creatività o l’«azione diretta»? La dimensione simbolica o quella concreta? E tra queste, qual è la più radicale?


I COMMENTI:
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  • Cari amici del manifesto,
    sono pienamente d'accordo con l'odierna analisi di Stefano Ciccone sulle varie forme di "lotta". Succubi come siamo del maschio potere della forza (anzi della violenza) potenti e "poliziotti" di turno trovano sempre qualcuno di noi pronto (a cedere) alla logica dello scontro muscolare. Ricordate le polemiche di Casarini contro i sostenitori della nonviolenza? Ma proprio parole come "assedio" o "sfondamento" di cordoni e/o zone più o meno rosse non sono prima di tutto derive militariste del nostro pensiero e del nostro linguaggio? Lo scudo, il caschetto, il sasso, la bomba carta dovrebbero essere banditi dalle nostre proteste perchè contrari ai nostri valori, potenziali fonti di eterogenersi dei nostri fini ma anche solo in quanto pretesti e quindi cause indirette di repressione dei manifestanti pacifici da parte delle forze di polizia, con ricadute pesanti sui resoconti dei media ma soprattutto sulla partecipazione dei soggetti "deboli" (principalmente donne e bambini) alla "lotta". E chissà che anche quest'ultimo termine non convenga riporlo in un cassetto insieme a quel bel pezzo di novecento che non ci serve più... 15-07-2011 11:45 - roberto cerchio
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