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FUORIPAGINA
20/07/2011
  •   |   Joseph Halevi
    L'inevitabile impoverimento

     

    L'austerità finanziaria votata dal Parlamento venerdì 15 luglio sancisce l'impoverimento assoluto, non relativo, cui viene soggetta la grande maggioranza della popolazione italiana almeno da quando il passaggio all'euro ha comportato una massiccia redistribuzione del reddito a favore degli strati più ricchi. L'Italia si situa ormai in una dimensione che va oltre la crisi in corso. Solo un utopistico boom europeo, da anni Sessanta per intenderci, può arrestare l'immiserimento in corso.
    Infatti la deindicizzazione totale e parziale delle pensioni non verrà certamente abolita, anche in caso di ripresa; così come non saranno annullati i ticket, né gli slittamenti salariali. Né verrà sospesa la moltiplicazione dei tagli a livello regionale e comunale, aggravati dal famigerato federalismo fiscale. L'ipotesi più concreta è che, come in Grecia, i tagli contribuiranno a perpetrare l'indebitamento rendendolo ancor più pesante.


    A partire dalla manovra di Giuliano Amato nel 1992, la politica economica dei vari governi in carica si è caratterizzata per l'austerità di bilancio. Stando ai dati armonizzati prodotti dall'Ocse, dal 1993 al 2007 il deficit pubblico italiano proveniva interamente dal pagamento degli interessi sul debito. Il bilancio primario, cioè senza il computo degli interessi, è stato sempre attivo. Ciò ha comportato, fino al 2007, una marcata riduzione del deficit in rapporto al prodotto interno lordo. Il processo fu facilitato dal calo del tasso di interesse e dalla notevole performance dell'export italiano, grazie alla fase della lira debole, al boom consumistico delle tecnologicie negli Usa, in Brasile o nell'Argentina.
    Dopo il 2000 - e col crollo delle dotcom statunitensi, di Brasile, Argentina e Russia - il deficit pubblico riprese a salire, rimanendo però sui livelli fissati dai criteri di Maastricht. Tra il 2001 ed il 2008 la media annua italiana è stata del 3,1%, contro il 2,2% dell'eurozona. Si noti però che, nel 1993, il deficit di bilancio italiano oltrepassava il 10% del Pil ed era quasi il doppio della media dei paesi che oggi fanno parte dell'unione monetaria. Tra i paesi dell'eurozona, l'Italia ha quindi subito la maggiore riduzione del deficit pubblico senza ottenere alcun beneficio. Le politiche di distruzione del bilancio hanno quindi contribuito alle disfunzioni infrastrutturali del paese, al crollo del meridione, all'arroccamento sulle rendite finanziarie e all'incapacità di affrontare la rivalutazione del tasso di cambio (connessa all'adozione dell'euro), se non attraverso la deflazione salariale.


    Ma la moneta unica ha condotto tutti i paesi membri ad usare la deflazione salariale come criterio di competitività capitalistica. L'euro ha cementato l'unità del capitale nei confronti del lavoro e dei pensionati, permettendogli di dividersi su altre questioni, secondarie però ai rapporti di classe. L'impatto sulla domanda (deflazione salariale e gara europea sui tagli di bilancio) ha comportato, dal 2001 in poi, una forte riduzione nel tasso di crescita dell'eurozona. Il calo italiano è stato però ben maggiore, acuendo il divario con la media della zona. La stagnazione europea e la connessa crisi italiana hanno fatto risalire il deficit pubblico, anche perché le esportazioni non hanno contribuito a rilanciare l'economia. In passato, le esportazioni avevano sempre aiutato a «riacciuffare» la dinamica capitalistica per via della persistente aporia tra sviluppo interno e domanda estera. Dall'entrata in vigore dell'euro, però, la domanda reale interna è stata ulteriormente compressa dal surplus primario di bilancio e dalla deflazione salariale, mentre i conti esteri sono diventati ancora più negativi.


    Malgrado la loro dinamica, le esportazioni italiane sono state neutralizzate da almeno tre fattori: deflazione salariale (soprattutto in Germania, che ha compresso la domanda interna con l'obiettivo programmato di massimizzare l'export), l'aumento dei prezzi energetici dal 2004, lo spostamento di una fetta notevole della domanda europea verso beni di consumo made in China. Il tutto coronato dalla scomparsa di settori avanzati, come impeccabilmente documentato da Luciano Gallino.
    L'Italia era quindi un vaso di coccio pieno di crepe, non di ghiaccio come la torrida Grecia, già prima della crisi del 2008. È in quest'ottica che bisogna capire perché l'obiettivo di pareggiare il bilancio per il 2014 - anticipando la stessa Germania che entrerà in anoressia solo nel 2016 - significa l'impoverimento assoluto del popolo senza la possibilità di uscire dalla crisi.


I COMMENTI:
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  • Gent.mo Dott. Halewi, le teorie debbono basarsi, altrimenti perdono il loro valore, su dati di base accertati e gli effetti si debbono riferire a cause certe. L’economia mondiale ha subito, negli anni a cui lei si riferisce, sconvolgimenti e cambiamenti di portata storica. I cambiamenti hanno influito anche sulla politica e sull’economia della nostra Italia, che partiva svantaggiata dalle precedenti politiche del CAF. Negli anni ’90 c’è stata una prevalenza di politica economica riferita al centro sinistra. L’ultimo decennio è stato modellato dalla politica del centro destra. Le due politiche sono state molto diverse, per questo le contesto il tentativo di assimilazione. Le pere non si debbono sommare alle mele. Nella prima fase l’Italia partiva da un debito pubblico enorme, nel settembre ’92 stava fallendo. Una politica economica intelligente ci ha permesso di entrare nell’euro, abbassando, come ho scritto nel precedente intervento, mediante una politica virtuosa, il tasso di interesse medio. Il saldo primario sotto il centro sinistra era attivo (fino al 4,5%), i mercati premiavano la cosa, la media di scadenza dei titoli si allungava di molto (da 2,5 a 7 anni) e l’interesse si riduceva di molto. Lo spread con il bund tedesco, che questi giorni ha superato i 300 punti base, nel’98 è stato negativo di due punti base. In poche parole allora abbiamo pagato ai sottoscrittori meno interessi dei tedeschi. Dal 2001 la mano sul timone è cambiata, e dei risultati ce ne siamo accorti tutti. Il mancato controllo del passaggio all’Euro (eseguito diligentemente in molti altri paesi) ha provocato una violenta redistribuzione di ricchezze. Condoni e scudi hanno fiaccato la lotta all’evasione. L’attacco ai giudici quella alla corruzione. Le cartolarizzazioni hanno regalato decine di palazzi a pochi noti. Non è vero che le due mani hanno guidato allo stesso modo. E’ ASSOLUTAMENTE INGIUSTO dirlo. Il saldo primario attuale è negativo e verrà annullato facendo pagare i poveri. La manovra inciderà sulla povera gente, con il centro sinistra non sarebbe successo. Ho citato il Belgio come riferimento perché la politica di questa nazione prima del ’92 era assimilabile a quella dell’Italia. Corruzione più ricorso abnorme alle risorse pubbliche prima del ‘92 era la regola. Ci fu un accordo, come per l’Italia, per il rientro del debito con norme stabilite a Maastricht. Le due curve di rientro si sono sovrapposte fino al 2001. Dopo, purtroppo per noi, si sono allontanate. La differenza è quanto questa destra è costata alla popolazione italiana. Del perché della mancata crescita dell’Italia nell’ultimo decennio rispetto alla media europea, e quindi anche rispetto al Belgio, ho scritto nel precedente intervento. Un saluto ai lettori del Manifesto. 23-07-2011 13:28 - Marco58
  • I miei dati sono quelli dell'OECD Eonomic Outlook May 2011 ed edizioni precedenti.
    La matematica é un'opinione in quanto i risultati dipendono da come si specificano le variabili e che parametri si prendono. Ed anche così i modelli possono generare soluzioni incoerenti. Il mio riferimento é il rapporto tra debito e pil e deficit primario e pil prendendo come dato di partenza l'anno in cui é entrata in azione la manovra Amato, cioè il 1993. Non prenderei il Belgio come esempio perché é un'altra grande catastrofe, la vera causa della spaccatura del paese, sebbene il B abbia avuto una crescita che, per il periodo 1999-2008 é stata dell' 80% superiore a quella italiana ed anche una bilancia dei pagamenti positiva, contrariamente all'Italia. 22-07-2011 03:00 - joseph halevi
  • la povertà serve alle banche ed ai gestori del global business (alias criminalità organizzata) perchè su puo' in tal modo attingere alle sacche di disperazione per assoldarli per lavori sporchi (riciclaggio ecc) per ricattarli se lavoratori in regola che chiedono diritti... questo non vuol dire che la corruzione è solo tra i poveri, anzi. Stupisce come si possa dare tanto potere ai presidenti delle banche centrali che con le loro parole condizionano il "trading" ben sapendo che le cifre coinvolte sono da capogiro e quindi facilmente a rischio corruzione per chi puo "giocarci" 21-07-2011 15:30 - thor
  • Non so che dati abbia visto Halevi, ma la matematica, almeno lei, non è un'opinione. E la storia del debito pubblico italiano è più complessa di come la mette lui. La più grande rapina di tutti i tempi nel mondo, si potrebbe chiamare, per importo, è stata fatta dai governi italiani tra il 1987 al 1992. Il rapporto deficit/PIL era salito dal 65-70% fino al 123% del Pil, senza contare gli indebitamenti locali. Il tutto senza investimenti di nessun genere (se a fronte del debito ci fossero state opere come ferrovie, ospedali etc. sarebbe stata un'altra cosa). Dal 1992 in poi, con la parentesi del 1° governo Berlusconi, siamo rientrati fino al 103% (alla direzione generale del tesoro c’era Draghi, allievo prediletto di Federico Caffè, non certo un liberista). La nostra curva di rientro è stata parallela a quella del Belgio che era partito, nel ’92, con un indebitamento pari al nostro. La media degli interessi sul debito, che era all’8,5%, con l’entrata nell’euro passava al 5%. In miliardi: pagavamo 180.000 miliardi di lire di interessi l'anno e scendemmo a 90.000. Dal 2001 in poi, avendo Tremonti appena vinto le elezioni e licenziato Draghi da direttore generale del tesoro, il rapporto è ricominciato a crescere (mentre quello belga continuava a scendere senza fatica). Nel 2006, secondo governo Prodi, eravamo al 108% con tendenza 112%. Il vituperatissimo Padoa Schioppa faceva una manovra di 32 miliardi di euro rimettendo in carreggiata i conti. Se non l’avesse fatta, adesso l’Italia sarebbe in default (niente stipendi, niente pensioni). Nessuno gliene ha dato ancora merito, nemmeno postumo. Il resto è storia recente. Al debito preesistente si sommava la catastrofe dell'ultima crisi. 105+14= 119% . Il Belgio dal 2001 in poi, proseguendo il percorso di rientro concordato, era arrivato, nel 2008 all'86%. + i 12 della crisi= 98% , che è l'attuale rapporto per quel paese. In parole povere la differenza tra 119 e 98 (Italia-Belgio) è quello che ci è costato il trio Berlusconi-Tremonti-Bossi negli ultimi 10 anni, al netto della manovra Padoa Schioppa: 340 miliardi di euro di debiti in 10 anni . La seconda più grande rapina del secolo dopo quella del CAF. E sempre senza investimenti. In poche parole il centro-sinistra, compreso Rifondazione, ha provveduto a impopolari manovre di rientro, il centrodestra ha scialato senza alcun costrutto. Non c’è stata, quindi, uniformità tra le politiche di centrodestra e centro sinistra. Se adesso fossimo, come il Belgio, al 98% del rapporto debito/Pil non dovremmo fare alcuna manovra e, anzi, avremmo a disposizione gli interessi che paghiamo in più su quei 340 miliardi (17). Inoltre gli interessi medi sul totale di 1900 miliardi (5%) sarebbero inferiori di almeno un punto. In poche parole avremmo 17+19=36 miliardi in più l’anno a disposizione per il welfare. La mancata crescita del paese, invece, con l’impoverimento delle fasce più povere, è stata dovuta ad una politica di difesa delle "famiglie" e delle “caste” al potere da destra "sudamericana", con il mantenimento di monopoli più o meno nascosti, condoni e varie. Una pacchia per chi è ben messo strategicamente. Sarebbe il caso che imparassimo a distinguere tra politiche virtuose e politiche irresponsabili per poter meglio scegliere il nostro futuro prossimo. Fare di tutt’ erba un fascio è un tipo di qualunquismo più sofisticato ma sempre qualunquismo è. Un saluto ai lettori del Manifesto 21-07-2011 13:48 - Marco58
  • D'accordo con il commento di Francesco e complimenti a Halevi che già da molto tempo ha anticipato gli effetti di queste politiche e il loro fallimento tecnico (per la gente), ma il loro ottimo risultato per le elites finanziariee. Quanto alla specificità politica italiana, mi permetto di richiamare l'attenzione al progetto di governo di salvezza nazionale di Enrico Letta e altri amici del PD, che consiste nella devoluzione diretta del Governo italiano nelle mani dei marcati senza alcuna mediazione della politica: cioè dalla padella alla brace:

    "Il nuovo attacco alla CASTA nasconde il progetto di governo tecnico direttamente gestito dai mercati"

    http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=9057 21-07-2011 00:07 - rodolfo ricci
  • più passano i giorni e più appare indispensabile un nuovo 1789... Ah ça ira! 20-07-2011 14:21 - mauro
  • Vediamo di ricapitolare un po’ spassionatamente la situazione italiana attuale: trattasi di un paese vecchio e “stra-seduto”, con un altissimo debito pubblico ed un deficit annuale medio-alto difficilmente aggredibile, con un numero di pensionati abnorme che incassano molto presto ed a lungo un vitalizio molto più alto che all’ estero; inoltre, la popolazione è (fortunatamente!) molto longeva seppur piuttosto anziana, quindi anche il sistema sanitario (rigorosamente universale e in larga parte finanziato dalla fiscalità generale!) è costosissimo...
    Settore statale: pletorico, corrotto, inefficace, inefficiente e costosissimo! Produttività del settore privato: ampiamente calante, ma con costi del personale esagerati (non tanto per gli stipendi che prendono i dipendenti, abbastanza miseri, ma per l’ enorme ed esagerato cuneo fiscale...).
    Evasione fiscale? Endemica e nei fatti / risultati, almeno fino ad ora, mai combattuta o almeno arginata con successo, indipendentemente dalle dichiarazioni e/o dagli intenti più o meno nobili dei vari Governi che si sono succeduti nel tempo!
    La politica? Un autentico disastro ed una vera rovina: litigiosa ed inconcludente, ovvero un puro costo...
    Liberalizzazioni (o, almeno, privatizzazioni)??? Vietatissime! Quindi, anche per la concorrenza: neanche a parlarne, basti vedere il settore delle cosiddette “professioni”.
    A tutto quanto prima riportato, si aggiunga anche un Sud che è un vero ed autentico disastro, solo una palla al piede gigantesca, un’ idrovora senza speranza che assorbe solo risorse senza dare nulla in cambio! Oltre tutto, tale area geografica è anche in mano ad oscuri potentati clientelar-para-industrial-politico-economico mafiosi e/o camorristici, da far paura anche ad autentici lupi e sciacalli !!!
    Se questo è il quadro fedele della situazione (... e QUESTO lo è ESATTAMENTE !!!), la vera domanda da porsi sarebbe invece: come ha fatto un simile paese, almeno fino ad ora, a sopravvivere abbastanza decentemente???
    Pertanto, stante la grave crisi attuale che (finalmente, per certi versi!) ha azzerato le illusioni di molti, considerando anche lo spostamento della ricchezza dall’ asse occidentale verso i paesi emergenti e del BRIC, ecc., direi che il declino è già nei fatti, del tutto inevitabile – temo; resta solo da capirne la relativa velocità... 20-07-2011 14:11 - Fabio Vivian
  • Abbandonate questo ridicolo Paese e venite a vivere a Panama!!!

    20-07-2011 13:52 - ennio
  • Se ci fosse una opposizione decente farebbe una controproposta alternativa di 48 miliardi, con imposte solo sui patrimoni, mobiliari e immobiliari, superiori al milione di euro, con scaglioni.
    Almeno il 95% degli italiani tirerebbe il fiato.
    Ma l'unica opposizione economica propositiva in questo senso è "Sbilanciamoci", povera opposizione parlamentare e poveri noi. 20-07-2011 11:34 - francesco
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