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FUORIPAGINA
26/07/2011
  •   |  
    Domanda del giorno: che fare delle guerre in Libia e Afghanistan?

    In Libia la «strana guerra» continua e non si vede un esito. Il governo francese ha già detto che non vuole né la morte, né la prigione per Gheddafi, basta che cessi di essere il leader massimo. È sempre più difficile capire quale risultato la Nato voglia, e - a dire il vero - dopo mesi e mesi di guerra, la grande Nato sembra sconfitta. A Tripoli continua a governare Gheddafi, a Misurata continua l'assedio, a Bengasi non si sa bene che cosa voglia il cosiddetto governo provvisorio. Più che una «drole de guerre», e a spese crescenti per paesi, come l'Italia, che sono investiti da una crisi economica dalla quale non si sa come uscire. E la guerra continua anche in Afghanistan - lo aveva scritto anche Engels - è quasi un suicidio come hanno ben sperimentato i sovietici, i cui carri armati arruginiscono nei dintorni di Kabul. C'è una crisi economica che minaccia tutti, ma ai governi pare opportuno continuare a perdere uomini e soldi in un'impresa della quale non è neppure chiara la finalità. Siamo nel pieno di una crisi economica mondiale e senza un paese forte capace di governarla. In questa situazione, le guerre di Afghanistan e di Libia sono un lusso criminoso. Un altro soldato italiano ucciso in Afghanistan, eppure è pronto il rifinanziamento della guerra in Afghanistan e Libia. Che fare?


I COMMENTI:
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  • Da Wikipedia:

    " Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete (pangas) e bastoni chiodati) tra 800.000 e 1.000.000 persone. Il genocidio, ufficialmente, viene considerato concluso alla fine dell'Opération Turquoise, una missione umanitaria voluta e intrapresa dai francesi, sotto autorizzazione ONU."

    L'autorizzazione ONU è arrivata tardi, una milionata di morti, ma a noi che ci frega? Il Ruanda è lontano e poi sono negri, la nostra coscienza è a posto. Niente guerra! Ma niente guerra significa che non la facciamo noi? Che gli altri la possono fare finchè non si stancano come abbiamo fatto noi europei dopo 50 milioni di morti? Spiegatemi questo. Se si ha la possibilità di intervenire evitando un milione di morti (all'inizio sarebbe bastato un battaglione di duecento uomini per fermare il massacro) ci facciamo i cazzi nostri? Questa è la sinistra? O è la destra? Borghezio che farebbe? E Castelli? E il Trota?



    AFGHANISTAN:

    Difficile avere certezze sull'Afghanistan però, per meditare, allego quest'articolo. Faccio presente che "prima" in Afghanistan c'era l'oscurantismo totale. Le donne costrette a non lavorare. Anche persone con discreta cultura costretta in casa o con il burka. Niente bambine a scuola. Musica proibita. Niente aquiloni. 3 milioni di persone, abitanti di Kabul, adesso rientrate, nei campi profugli iraniani. Dal '79 al 2001, un milione e seicentomila morti, 3.000.000 di feriti da mina, 7 milioni di rifugiati. Adesso c'è un embrione di società civile ma meglio del nulla ottuso precedente. La consolazione e la speranza, riguardo ai nostri ed altrui ragazzi morti da quelle parti, è che il loro sacrificio serva almeno a far si che l'embrione cresca e non abortisca.

    IL FUTURO AFGHANO
    A Kabul, la società civile si riunisce e chiede
    "Vogliamo contare di più nelle decisioni"
    Sono 150 i delegati, provenienti da 34 province del Paese, all'assemblea delle organizzazioni civili (ce n'è una anche che rappresenta i poeti) che ha posto domande e avanzato proposte per un maggior coinvolgimento nella costruzione delle nuove istituzioni e della democrazia
    di SAID ABUMALWI KABUL - Si alzano molte mani, quando si tratta di fare domande. La voglia di dire la propria è evidente. Le donne, molte, prendono il microfono senza alcun timore, convinte del loro pieno diritto a essere lì e ad essere ascoltate. Se tra le macerie della guerra sta nascendo davvero un nuovo Afghanistan, è in occasioni come questa che va cercato, più che nelle conferenze ufficiali con capi di stato e generali. Nella sala ricevimenti dello spartano hotel Setara, nel centralissimo quartiere di Shar-e-Naw, a Kabul, per due giorni oltre 150 delegati, arrivati da 34 province di tutto il paese, hanno discusso e si sono confrontati sul tema "Rafforzare il ruolo delle organizzazioni della società civile nel processo di decisione".

    I sei punti della discussione. Può sembrare un tema molto "occidentale", e invece è una questione, anzi un insieme di questioni, estremamente concreto per tutti i delegati e le delegate. L'esito del dibattito in assemblea e della mattina di discussione in gruppi di lavoro sono sei punti di una dichiarazione che sarà trasmessa al governo afgano. La scandisce, al termine dell'assemblea il 31 marzo, Najiba Ayubi, coordinatrice del Killid Group 1, una rete di media indipendenti: "Le Organizzazioni della società civile afgana sono in grado e vogliono partecipare al processo decisionale del paese - scandisce Ayubi - Hanno deciso di rafforzare il coordinamento reciproco e il lavoro di rete
    al loro interno; terranno sotto controllo le azioni del governo, a livello nazionale e provinciale, sulla base dei principi di responsabilità, trasparenza, giustizia transizionale e sociale, rispetto della legge e della buona amministrazione".

    "Vogliamo contare nelle decisioni". Al governo di Hamid Karzai, le organizzazioni riunite al Setara chiedono "non atti simbolici di apprezzamento, ma la piena inclusione nei processi decisionali, in considerazione del fatto che la quantità e la qualità delle organizzazioni della società civile è un elemento essenziale per la democrazia - dice ancora Ayubi - e alla comunità internazionale, come al governo, chiediamo un impegno di lungo periodo non sulla base dei singoli progetti, ma in termini di assistenza finanziaria e tecnica per rafforzare le nostre organizzazioni". Infine, il sesto punto riguarda i media: "Ai media chiediamo di lavorare assieme alle organizzazioni della società civile, rispettando i valori sociali e culturali delle nostre comunità".

    Le proposte della società civile. La conferenza appena conclusa a Kabul è il prologo di un'altra conferenza, stavolta internazionale, che si terrà a Roma nel mese di giugno. L'intero progetto nasce infatti da un'idea di Afgana 2, il network italiano per l'Afghanistan nato nel 2007, e grazie a un finanziamento della Cooperazione italiana 3, gestito operativamente dalla Ong Intersos 4. Proprio tra i 150 partecipanti alla due giorni del Setara, infatti, saranno scelti una trentina di rappresentanti che verranno a Roma a portare le idee, le proposte, le considerazioni delle organizzazioni della società civile afgana, sempre più matura e consapevole del proprio ruolo sia rispetto al governo Karzai sia rispetto alle istituzioni internazionali.

    Un ruolo riconosciuto. La presenza di un rappresentante dell'Unama, la Missione Onu in Afghanistan, così come quella di diversi funzionari delle ambasciate europee è un riconoscimento di questo ruolo. Molto più distratto il governo afgano. Distratto e poco rispettoso: il ministro dell'economia aveva da tempo annunciato la sua presenza, ma non si è fatto vedere, senza nemmeno mandare qualcuno a proporre una scusa plausibile. L'assenza è stata ovviamente notata e più di uno ha commentato: "Ecco qual è la considerazione che il governo ha per noi".

    I due problemi principali. Certo, i problemi non mancano e sono stati anzi elencati con precisione in diversi interventi dei delegati provinciali.
    Il primo. Il più urgente, riguarda il divario di preparazione che esiste tra la capitale e le province. In molte zone del paese si tratta ancora di far conoscere ai cittadini la nuova costituzione, gli strumenti legali che essa offre e che troppo spesso rimangono solo sulla carta.
    Il secondo. Si tratta di vigilare sulle divisioni tra le comunità che compongono l'Afghanistan, perché le divisioni linguistiche, religiose e culturali rischiano di essere più forti dello spirito di collaborazione che pervade tutte le organizzazioni riunite al Setara. Samira Hamidi, dell'Afghan Women's Network 5, la più ampia rete di organizzazioni femminili del paese, ricorda infatti come anche nelle organizzazioni della società civile ci sia bisogno di maturazione e di coerenza con gli obiettivi che si sognano per il futuro del paese.

    "Molto lavoro rimane ancora da fare". Lo ha detto Hamidi nel suo intervento: "Ma non dimentichiamo quello che abbiamo fatto negli ultimi dieci anni. Paghiamo ancora per l'eredità di trent'anni di guerra, per il tempo che abbiamo perduto. Il nostro è un processo aperto - sottolinea Suleyman Kakar, presidente del Centre for peace and unity 6, una delle organizzazioni che più si è impegnata per questo meeting - Il riconoscimento del nostro ruolo non è un prodotto, che un giorno arriverà. E' invece una relazione da stabilire con tutti gli altri attori, tenendo presente che spesso sono proprio questi a non voler accettare controlli sul proprio operato. Ma senza i cittadini e senza di noi, si può forse costruire una vera democrazia?"

    "Come possiamo fidarci?" La domanda di Suleyman è retorica, ma la risposta non lo è affatto. Specialmente se dall'astrattezza delle formule che anche il governo Karzai è costretto ad applicare per non scontentare i donatori internazionali si passa alle questioni pratiche. Un esempio è la marea di domande, molto critiche, che arriva dopo l'intervento dell'unico rappresentante ufficiale, Masoom Stanekzai, uno dei membri della Commissione di pace voluta dal governo Karzai per le trattative con i Talebani: "Come possiamo fidarci del vostro lavoro, se non è stato chiaro come i membri sono stati scelti", chiede un giovane dell'associazione dei giornalisti; "Come possiamo credere a una commissione in cui siedono persone colpevoli di violazioni dei diritti umani?", chiede un altro giovane, di un circolo di poesia di Jalalabad. Le risposte di Stanekzai sono un po' affannose. E quando Najiba Ayubi legge le conclusioni dell'assemblea, il rappresentante della Conferenza di pace è già andato via da un pezzo.


    Un saluto ai lettori del Manifesto 27-07-2011 14:11 - Marco58
  • NO A INTERVENTI MILITARI.

    LASCIAMO CHE LA FECCIA UMANA CREPI NELLE LORO FOGNE. 27-07-2011 12:16 - zio tibia
  • LA RESPONSABILITA' DELLA GUERRA PERCHE' E' GUERRA NON CERTO UNA MISSIONE DI PACE SONO ADDEBITABILI A TUTTI COLORO CHE ANCORA OGGI DOPO QUELLO CHE ACCADDE E ACCADE NON HANNO SAPUTO E VOLUTO FERMARE LA PIU' GRANDE TRAGEDIA CHE L'UOMO POSSA SOPPORTARE. LA RESPONSABILITA' MAGGIORE E' DELLA CASTA POLITICA . 26-07-2011 19:19 - spartaco
  • secondo me una prossima coalizione di centro-sinistra, dovrebbe(tra le altre cose)mettere in agenda:ritiro delle nostre truppe e mezzi militari da Afganistan,Libia,Libano,Kossovo,Bosnia-Erzegovina ed altri teatri di guerra(chimiamoli col loro nome e non, con falsi appellativi tipo peace-keeping,peace-enforcing, ecc...)sospensione della nostra partecipazione nella NATO, conseguentemente richiesta di lasciare le basi militari USA, in Italia, al governo Statunitense(si, e Babbo Natale e la Befana esistono!)solo in questo caso x me sarebbe(sempre se si vincessero le elezioni politiche)un "vero" governo di sinistra.
    ps
    che bello sognare ogni tanto!
    alexfaro 26-07-2011 17:02 - alexfaro
  • A proposito di guerre e crisi economica, qualcuno ricorda quando e come finì la grande crisi del 1929? Una bella massa di disoccupati vennero inviati al fronte, si fece un bel repulisti di edifici ed attrezzature obsoleti (tutti da ricostruire in un seocndo tempo) e si fecero funzionare a pieno regime le fabbriche di materiale bellico. Correvano gli anni 1940-45...... Chi dice che le guerre non ce le possiamo permettere? Non è che forse ce le "dobbiamo" permettere? 26-07-2011 16:48 - Confucius
  • Le azioni militari condotte in libia hanno portato alla guerra, invece che fermare i bombardamenti sui primi manifestanti. Che fare? E' la stessa domanda che continueranno a farsi in Libia dopo la guerra, che logora le parti politiche e che non porterà vincitori, ma solo vinti, come tutte le guerre. La pace bisognava fare, con intelligenza.
    E fermarsi alla "No-fly zone". 26-07-2011 16:29 - Luigi
  • Io manderei in Afghanistan tutti quelli che la guerra l'hanno voluta. E poi le guerre non fanno schifo perche' c'e' la crisi, ma perche' distruggono e ammazzano. Ricordo anche che se non ci fosse stata la guerra in Iraq e le commesse connesse, l'economia americana e con essa quella europea sarebbe crollata completamente. Non ricordo la percentiuale esatta, ma circa il 30% delle economia americana ruotava intorno alla guerra. Ricordo anche che il pentagono ha circa 700 miliardi di dollari all'anno a cui vanno aggiunti quelli dati alla CIA e che sono segretati. Come in tutti gli eserciti il ladrocinio e' la norma, ma con quei soldi si fanno anche un sacco di commesse. 26-07-2011 13:43 - Murmillus
  • In guerra si muore e si uccide. Trovo anch'io disdicevole ma inevitabile che si facciano ogni volta questi discorsi in queste occasioni. Sono due guerre dalle quali l'Italia non guadagna nulla, se non il consolidamento del suo standing nell'ordine internazionale, al cui carro si attacca avidamente e anche un pò disperatamente, nel generale consenso delle forze politiche e sociali che contano.MA E' ESATTAMENTE QUELL'ORDINE TRABALLANTE CHE ANDREBBE PROFONDAMENTE RIVISTO. Se l'Occidente non prende atto di vivere in un mondo multipolare, dove ha ancora il monopolio della forza ma non più il monopolio del denaro, credo che la nostra arrancante Italia sarà sempre costretta a partecipare ad avventure del genere, più a causa della propria (relativa) debolezza che a cuasa della sua forza. 26-07-2011 12:51 - Valter Di Nunzio
  • Che fare? Io voterò alle elezione solo se vi saranno liste e candidati che si dichiarano obiettori di coscienza . La difesa della Costituzione e il rispetto della vita umana non sono beni spendibili in una trattativa politica, specie con chi ha dimostrato , come il PD, di ritenere la guerra più importante della sopravvivenza dei governi da lui sostenuti. 26-07-2011 12:35 - Antonio Antonelli
  • Sono le mille miglia lontano dall'ideologia comunista ma quando da quella parte provengono considerazioni giuste come quelle sulla guerra in Libia e Afghanistan, non posso che essere d'accordo e quindi mi associo a quanto dice l'articolo: basta con le Missioni Militari costose, inutili e sanguinose ! 26-07-2011 11:13 - massimo
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