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FUORIPAGINA
29/07/2011
  •   |   Tommaso Di Francesco
    Kosovo, la nuova guerra di frontiera

    Torna incandescente la situazione in Kosovo, autoproclamatosi indipendente nel febbraio del 2008 e non riconosciuto dalla Serbia, che la considera ancora una sua regione.
    Unità delle forze speciali di polizia di Pristina hanno tentato di prendere per la prima volta in grande stile in controllo dei cosiddetti «valichi di frontiera» con la Serbia di Brnjak e Jarinje, nel nord del Kosovo. La popolazione serba, quella rimasta dei 200mila fuggiti nel terrore subito dopo la guerra della Nato, è scesa subito in strada con forti proteste. In molte enclave, a Rudare, a Leposavic e a Zubik Potok sono stati fatti blocchi stradali per impedire il passaggio dei militari kosovaro-albanesi. Duri scontri si sono svolti nella notte tra il 25 e il 26 e un agente albanese è rimasto ucciso da un colpo di arma da fuoco. La Kfor-Nato è intervenuta ottenendo il ritiro delle unità speciali di Pristina. Ma i blocchi stradali sono proseguiti anche il giorno successivo.


    Poco prima di far intervenire le forze speciali, il premier Hashim Thaqi aveva destituito, senza apparente motivo, il capo della polizia kosovaro-albanese Reshat Maliqi, considerato un interlocutore affidabile dalla missione Eulex dell'Unione europea. Che, anche stavolta, ha condannato il tentativo di forza per riconquistare il nord, dove vive la più forte comunità serbo-kosovara, all'autorità centrale dello «stato» del Kosovo che la Serbia non riconosce e tantomeno i serbi del Kosovo. Catherine Ashton, capo della diplomazia europea, ha condannato come inaccettabile «ogni violenza», ma Fernando Gentili, l'italiano diventato Alto rappresentante per la comunità internazionale del Kosovo, ha dichiarato che l'azione della notte tra il 25 e il 26 «è stata fatta senza consultare la comunità internazionale e l'Unione europea non l'approva». Ora appare chiaro che la destituzione del capo della polizia Maliqi è legata proprio ad un dissenso interno al governo di Pristina, sull'opportunità dell'iniziativa armata nel nord.


    Sul campo il clima è rimasto arroventato, al punto che mercoledì 27, quando si è sparsa la notizia di un nuovo intervento delle forze speciali di Pristina, centinaia di giovani serbi provenienti - secondo informazioni di fonte Unmik - per la maggior parte dalla città a maggioranza serba di Kosovska Mitrovica hanno dato l'assalto alle strutture dei due posti di frontiera, distruggendo tutto e mettendo in fuga, pare con colpi di arma da fuoco, anche il presidio Kfor-Nato di soldati polacchi.
    Per il premier Thaqi non si è trattato di una azione «contro i serbi», ma «per riportare ordine e legge» nel nord, di fatto fuori dall'autorità di Pristina. Come se non sapesse che quella regione resta la parte contesa e calda della crisi kosovara. Il presidente serbo Boris Tadic ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza e, più rivolto alla comunità internazionale che a Pristina, ha ricordato che Belgrado «non vuole un nuovo conflitto» e per questo lavora perché ogni passo serbo sia «diplomatico», con chiaro monito anche alle comunità serbo-kosovare.


    L'innesco apparente della nuova «guerra delle frontiere» balcanica, sembra essere la decisione presa dal governo di Pristina il 20 luglio scorso di reagire con un embargo contro le importazioni dalla Serbia (una decisione pesante, se si considera che la maggior parte dei beni, a partire dall'elettricità, arrivano dal territorio serbo), dopo la decisione di Belgrado di non riconoscere i visti doganali della Repubblica del Kosovo, perché questo avrebbe voluto dire riconoscere di fatto l'esistenza della nazione del Kosovo come altro da sé. Se l'operazione militare verso il nord è stata decisa unilateralmente da Hashim Thaqi, quella «amministrativa» di dare il via all'autorità doganale del Kosovo non può invece non essere stata incoraggiata internazionalmente. Dall'Unmik-Onu, dall'Eulex, dalla Nato? Troppe sono le missioni arrivate a contraddirsi in questa terra, ma tutte impegnate a proteggere, senza sapere come e perché, l'unico «stato» al mondo nato grazie ai bombardamenti aerei dell'Alleanza atlantica.


    C'è però un altro motivo nascosto che ha spinto Hashim Thaqi a prendere l'iniziativa, come forma di ricatto internazionale. La consapevolezza del suo forte isolamento, interno e anche tra i protettori del mondo. Soprattutto dopo la recente decisione della missione Eulex di formalizzare l'inchiesta, che lo chiama in causa, per crimini di guerra e contro l'umanità in relazione alla sanguinosa vicenda dei trapianti di organi. Quando, nel giugno 1999, unità dell'ex Uck alle dipendenze di Hashim Thaqi sequestrarono centinaia di civili serbi e albanesi «collaborazionisti», imprigionandoli nel nord dell'Albania, sottoponendoli a tortura e poi espiantando loro organi vitali utilizzati per «finanziare» la milizia armata. Questo efferato delitto chiama a responsabilità proprio il premier kosovaro-albanese. Finora taciuto e nascosto, questo crimine è diventato anche motivo di contesa delle corti internazionali. A chiedere l'incriminazione di Thaqi ora è addirittura l'ex procuratrice del Tribunale dell'Aja Carla Del Ponte che giudica negativa e senza poteri effettivi l'indagine di Eulex e chiede invece la costituzione di una commissione inquirente delle Nazioni unite.
    Su tutto «vigilano» gli Usa - che hanno di fatto promosso l'elezione a presidente del Kosovo di Atifete Jahjaga, ex vice-capo della polizia e beniamina di Washington - dalla loro mega-base di Camp Bondsteel e dalla statua in bronzo di Bill Clinton che guarda, divertito, i Balcani dalla piazza centrale di Pristina.


I COMMENTI:
  • Per Luigi e tutti quelli come lui che per loro la storia è vera solo se scrita da gente legata ai paesi comunisti serbi russi ect Invece di deve informare per quanto riguarda il Kosovo e i serbi. Le basta leggere quallsiasi storia di un suo paese ex comunista ormai che le informa il periodo che i serbi sllavi ( ma allora non erano ancora comunisti ) arrivavano dalla Bielo serbia nei Balcani dove vivevano i albanesi e di preciso i DARDANI cioè i Kossovari di oggi. ( Le bast leggere anche Wikipedia ) Poi non capisco perché bisognia stare pro un paese che ha solo portato guerra e morti nei balkani da sempre( da 600 anni almeno ) solo perché per 50 anni erano schierati con i paesi komunisti . Non dimenticate i komunisti sono gente che protegge chi ha bisognio e non mangiano i bambini come per colpa di voi si dice in giro.e i serbi hanno violentato 20000 donne albanesi/kosovare comprese quelle in stato di gravidanza 500 bambini morti nello grembo delle loro madri dai paramilitari serbi ( che non sono komunisti ). Non ho piu parole con gente come voi. 01-08-2011 05:08 - ilir
  • Una Piccola precisazione all'articolo: La popolazione serba era iniziata a fuggire da molti anni prima del 1999 (almeno 15) grazie alla pulizia etnica condotta dai leader secessionisti albanesi. Erano almeno 400.000 nel 1980,200000 nel 1999, a fronte di quasi 1.800.000 albanesi. Per Ahmed: Milosevic ha tentato di assicurare i serbi rimasti anche con proclami di nazionalismo, ma non ha mai fatto una pulizia etnica a danno degli albanesi, visto che prima dei bombardamenti Nato, nessuno degli albanesi lasciava il Kossovo se non alcuni perseguitati dagli sgherri dell'UCK in quanto "non secessionisti" per fuggire verso la piu' sicura Serbia. Questa e' storia ormai.Non e' vero che gli Albanesi del Kossovo sono in maggioranza musulmani, anche se ci sono minoranze, sono per lo piu' cristiani. 31-07-2011 09:49 - alex1
  • @ Guasco: che collezione di inesattezze.
    1) "fondamentalisti cristiani" - gli albanesi sono in prevalenza musulmani. Se invece si riferisce agli USA, beh e' un po' grottesco che un giorno vengano accusati di fare le "crociate" (deliri di Al-Qaida per l'Iraq), un altro di difendere i musulmani contro i cristiani (deliri di Milosevic sul Kosovo/a)...;
    2) "Distruzione di luoghi di culto" - la presenza della truppe della K-For evita la distruzione dei luoghi di culto, come sa bene chiunque sia stato in Djakova/Djakovica or Peje/Pec (immagino non lei);
    3) "La pulizia etnica" fu tentata da Milosevic contro gli albanesi, spingendo migliaia di albanesi in fuga nei campi profughi della Macedonia, Montenegro, etc. Oggi le truppe della K-For proteggono innanzitutto le poche comunita' serbe rimaste.
    4) Quando qualche pazzo nazionalista (Milosevic, Al Zawhairi, Mugabe, etc.) inizia a soffiare sul fuoco delle divisioni (etniche, religiose, razziali) poi rimettere insieme i pezzi delle distruzioni e' maledettamente difficile. Io ho speso lunghi periodi in Kosovo/a: se non fosse stato per quello scimunito di Milosevic le comunita' albanesi sarebbero rimaste molto felicemente nella Federazione Jugoslava (magari con un nuovo status, rinegoziato), ma non ci pensavano proprio ne' all'indipendenza, ne' ad unirsi all'Albania.
    Oggi e' difficile uscire dallo stallo geo-politico. Soluzione ragionevole sarebbe dividere il Kosovo/a in due e provvedere a compensazioni di popolazione: il Nord riunito con La Serbia ed il Sud riunito all'Albania. E' la soluzione che attuarono Grecia e Turchia dopo lo smembramento dell'Impero Ottomano. Certo e' figlia di una concezione di omogeneita' etnica degli Stati (tanto in voga nel XIX sec.) ma non vedo prospettive di internazionalismo Socialista in quelle regioni. Accontentiamoci. 30-07-2011 05:49 - Ahmed
  • Non è solo la Serbia che considera il Kosovo una sua regione,ma la storia!;non dice nulla la distruzione dei luoghi di culto(patrimonio dell'umanità)operata da questi fondamentalisti cristiani e filo americani,chi ha attuato la vera pulizia etnica se non la NATO?:questa vicenda non ha insegnato niente,visto che in Libia si sta promuovendo qualche cosa di molto simile con esiti che dureranno sino a quando non si ristabilirà la precedente costituzione,minata dagli interessi Americani e Tedeschi.
    SALUTI ANTICAPITALISTI luigi 29-07-2011 15:24 - luigi guasco
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