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FUORIPAGINA
13/08/2011
  •   |   Guido Ambrosino
    Berlino 1961 Il muro a perdere

    I cinquant'anni trascorsi dalla costruzione del muro di Berlino - nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 il settore di occupazione sovietico venne chiuso col filo spinato, e tre giorni dopo i muratori cominciarono a rafforzare la barriera con blocchetti di cemento - sono una buona occasione per fare i conti con quel che Breznev chiamava, con involontaria comicità, «socialismo reale»: sebbene vi fosse evidente la realissima inesistenza del socialismo, una volta estirpate le sue premesse di libertà e democrazia. Di questo «socialismo irreale», pur concretissimo nella dura materialità della sua burocrazia repressiva, il muro di Berlino - spacciato dalla propaganda come «vallo antifascista»- fu il simbolo più odioso. E la sua caduta - o meglio improvvisa perdita di funzione, perché i cittadini tedesco-orientali l'aggirarono in massa passando dagli altri paesi dell'est non più disposti a far da guardiani - segnò il crollo del blocco sovietico.


    Capita ancora di imbattersi in nostalgici del muro di Berlino. Lamentano che, con l'apertura dei varchi nel 1989, il capitalismo avrebbe sfondato a est incontrastato, per imporsi come modello globale. Ma sbagliano le date. La globalizzazione dei mercati, la scomparsa anche fisica della classe operaia con la delocalizzazione delle fabbriche - che mise in crisi anche lo «stato sociale» di impronta socialdemocratica - era già partita un decennio prima, come ricordava su questo giornale Marco d'Eramo (il manifesto dell'11 agosto). Il «socialismo reale» non era più da un pezzo socialismo, ma capitalismo di stato in grigi regimi dittatoriali. La prospettiva del comunismo, come libertaria democrazia diretta, costruita sulle ceneri dell'autoritarismo statale che per Marx avrebbe dovuto «estinguersi», era stata seppellita dallo stalinismo. E il muro di Berlino, costruito nel 1961, fu il sarcofago di queste speranze.
    La sua caduta fu una liberazione, e offrì dopo 28 anni la possibilità di ricominciare almeno a parlare di comunismo e socialismo in Germania, senza essere subito azzittiti col rimando agli obbrobri del «socialismo reale». Come capitò nel '68 a Rudi Dutschke, nato a est, in rotta con la Rdt che abbandonò a 21 anni, nel 1961, tre giorni prima della chiusura della linea di demarcazione tra il settore sovietico di Berlino e i tre settori occidentali, americano, inglese e francese. A lui e agli altri studenti che sette anni dopo ripresero a sventolare bandiere rosse, i berlinesi dell'ovest replicavano: «Andatevene dall'altra parte del muro».


    I nostalgici muraioli protesteranno: quell'occasione di liberazione non fu colta. Ma non andò a frutto perché, all'ombra del muro introiettatato nella guerra fredda, la sinistra «comunista» dell'ovest si era già bevuta il cervello: estenuata dalla schizofrenia tra scelta di campo per l'ormai irreale «socialismo» post-stalinista e pratica riformista socialdemocratica, incapace di fare fino in fondo i conti con lo stalinismo e con le sue innegabili radici già nel leninismo. Berlinguer aspettò il 1981 per accorgersi che la «spinta propulsiva» della rivoluzione d'Ottobre s'era esaurita. Spinta che invece si era già spenta nel 1921, quando Lenin e Trotsky mandarono l'Armata rossa contro i marinai di Kronstadt, che si battevano per i «liberi soviet» contro la dittatura del partito bolscevico.
    Né fece meglio la nuova sinistra che, affascinata dalle rivoluzioni «vittoriose», si era entusiasmata per i nazionalpopulismi terzomondisti (senza guardare per il sottile sul nodo decisivo delle libertà personali), purché fossero antiamericani. Aveva letto molto Lenin e Mao, e troppo poco si era curata delle rivoluzioni sconfitte, e degli orrori dello stalinismo. Pochi in Italia si erano appassionati a Rosa Luxemburg, che già nel 1918 scriveva parole definitiva contro la dittatura bolscevica («La libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente), o al «comunismo dei consigli» di Anton Pannekoek, Herman Gorter, Otto Rühle, Karl Korsch, Paul Mattick: uno snodo cruciale per la critica da sinistra al leninismo-stalinismo.


    Muro o non muro, nel 1989 la sinistra europea aveva perso la sua battaglia. Biascicava un vago e subalterno riformismo «modernista». Poco aveva da opporre all'ondata neoliberista. Nulla aveva da dire alle società dell'est europeo, che si orientarono in tutt'altra direzione.
    Che non fu la caduta del muro, ma la sua costruzione, a certificare il fallimento del socialismo di stato su suolo tedesco, era chiaro già al gruppo dirigente sovietico dell'epoca, come risulta dai documenti ormai accessibili a Mosca e a Berlino. Nikita Krusciov era riuscito per otto anni a evitare l'umiliazione di una barriera antifughe, consapevole del danno d'immagine che ne sarebbe venuto al blocco «socialista». Cedette alle ripetute pressioni di Walter Ulbricht, primo segretario della Sed, il partito di unità socialista della Repubblica democratica tedesca, soltanto quando si convinse che non c'era altro modo per arrestare l'esodo. Tra il 1949, anno di fondazione della Rdt, al 13 agosto del 1961, passarono nella Repubblica federale tedesca 2,7 milioni di persone, più del 14 per cento su una popolazione di 18,4 milioni di abitanti nel 1950.


    All'inizio se ne andarono i più compromessi col nazionalsocialismo, con gran sollievo del nuovo governo. Anche proprietari fondiari, padroni di imprese. Poi furono i profughi dai territori orientali perduti dal Reich, che avevano trovato un primo rifugio nella zona d'occupazione sovietica, a rimettersi in cammino verso ovest. Ma emigravano anche tecnici e professionisti, di cui la Rdt aveva bisogno, e per questo, il 26 maggio 1952, venne chiuso il confine intertedesco lungo l'Elba.
    Restava però aperto il varco di Berlino, città sottoposta a un regime di occupazione quadripartito tra le potenze vincitrici. Dal settore sovietico si poteva passare nei settori occidentali con un biglietto della S-Bahn, la ferrovia urbana, per 20 centesimi di marco. E di lì proseguire in aereo (o in treno, una volta ottenuta la cittadinanza della Rft) lungo i corridoi di transito verso la Rft, tenuti aperti dagli alleati occidentali.
    Un picco nella curva delle fughe si ebbe nel 1953, in seguito alla repressione della rivolta operaia a Berlino e in altre città contro l'inasprimento delle «norme di lavoro» (con l'effetto di ridurre i salari a cottimo): ben 331.390 persone voltarono quell'anno le spalle a Ulbricht.


    Già tre mesi prima della rivolta del giugno 1953, il segretario della Sed chiese per la prima volta a Mosca di chiudere il confine a Berlino. Il 13 marzo, poco dopo la morte di Stalin, il nuovo gruppo dirigente sovietico gli rispose picche. Lo sbarramento tra i settori cittadini, si legge nella lettera di risposta a Ulbricht, sarebbe stato «politicamente inaccettabile». Avrebbe «destabilizzato il funzionamento della città, gettando nel caos la sua economia». Avrebbe «inasprito l'astio dei berlinesi e suscitato il loro malcontento nei confronti del governo della Rdt e delle forze armate sovietiche in Germania».
    I sovietici fecero a loro volta pressione su Ulbricht, affinché ammorbidisse il suo corso. Il dirigente tedesco, dopo la rivolta operaia repressa nel sangue dai carri armati sovietici, aumentò la quota di produzione destinata ai consumi: più pane e più burro. Ma inasprì il controllo autoritario. Delle «riforme» caldeggiate dal Cremlino non voleva saperne: «Noi siamo in prima linea. Non possiamo permetterci esperimenti del genere».
    Sarebbe sbagliato pensare alla Rdt come a un docile «satellite» di Mosca. Ulbricht difendeva le sue idee anche a muso duro. Era orgoglioso di aver conosciuto personalmente Lenin, a differenza di Krusciov. Convinto di essere un fedele seguace di Lenin e Stalin, pensava che Krusciov stesse scantonando dall'ortodossia e che avesse spinto troppo oltre la sua critica a Stalin. Lo conconsiderava dall'alto in basso un contadino ingenuo, troppo arrendevole nei confronti dell'ovest.

    Il braccio di ferro sulla sorte di Berlino si inasprì nel 1960. A ovest scoppiava il boom economico. Il dislivello negli standard di consumo tra le due Germanie diventava evidente. L'esodo dalla Rdt, sceso a un minimo di 143.917 espatri nel 1959, risalì a 199.188. Anche i giovani cresciuti nel «socialismo» se ne andavano, ingegneri e medici formati nella Rdt.
    Krusciov credeva che il campo socialista avrebbe potuto «sorpassare» l'occidente. Nell'aprile del '61 Gagarin fu il primo uomo «sparato» nello spazio. Ma il tenore di vita stagnava.
    Ulbricht, più pessimista, recriminava per la dura politica di riparazioni a cui la Rdt era stata sottoposta da Mosca fino al 1955. Nel gennaio del 1961, tornando a sollecitare la chiusura del confine a Berlino, scriveva a Krusciov: «Mentre noi versavamo riparazioni, con trasferimenti di impianti industriali e prelievi di quote di produzione, la Germania occidentale era esente dall'onere di riparazioni e riceveva inoltre dagli Usa crediti rilevanti e aiuti per diversi miliardi (...). Questo è il motivo principale, per cui siamo rimasti così indietro rispetto alla Germania occidentale nella produttività del lavoro e nei livelli di consumo».


    Furono i servizi segreti sovietici a convincere Krusciov della necessità di chiudere i varchi, perché la Rdt era davvero sull'orlo del collasso. Sebbene l'ambasciatore sovietico a Berlino, Pervucin, ammonisse che la barriera avrebbe fatto «infuriare tutti i berlinesi e tutti i tedeschi contro l'Urss e il regime tedesco-orientale», Krusciov diede il suo assenso il primo agosto. Il 13 i berlinesi trovarono le strade sbarrate dal filo spinato.
    A cose fatte Nikita Krusciov disse all'ambasciatore di Bonn a Mosca: «Il muro è stato ordinato da me, in seguito alla pressante richiesta di Ulbricht». Nelle sue memorie scaricò ancora più esplicitamente la responsabilità sul leader tedesco: «Se la Repubblica democratica tedesca fosse riuscita a valorizzare il potenziale morale e materiale (dei suoi cittadini), il transito sarebbe rimasto aperto in entrambe le direzioni». Non andò così. Senza il muro-gabbia la Rdt si sarebbe svuotata. La muraglia consentì solo di imbalsamare per quasi tre decenni un fallimento conclamato.


I COMMENTI:
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  • leggere articoli del genere sul Manifesto è desolante. Se state cercando di perdere gli ormai pochi lettori, siete sulla strada giusta. mi aspettavo di piu. forse ingenuamente. 14-08-2011 10:14 - rox
  • Ma cosa c'è da rallegrasi con la caduta del muro?
    Stiamo meglio senza il comunismo? A me non pare. Adesso che perdiamo anche le festività del primo maggio. la contrattazione territoriale. Cosa ci proponete? Il PD , Vendola?
    Siamo solo degli egoisti che pensano di risolvere i problemi individualmente. Già il comunismo pretende scuola statale, sanità statle, banche sotto controllo statle ecc...
    Sarebbe ora di rispolverare e tornare ad applicare il comunismo nella società. 14-08-2011 09:40 - Salvatore
  • Un sacco di errori. Madornali. In URSS e anche nella DDR non c'era un socialismo di stato (spiegami che significa in termini marxiani), ma un vero e proprio capitalismo di stato. La differenza non e' da poco.
    Cosi' nell'articolo si parla di libeta' e democrazia come premessa di un astratto e fantomatico socialismo. Ma in URSS si instauro' un potere centrale che poggiava sull'idea della dittatura del proletariato, che avrebbe dovuto esercitare il potere direttamente attraverso i soviet, non certo attraverso una astratta democrazia magari di tipo parlamentare! In URSS ci fu una rivoluzione, nessuno deve dimenticare questo piccolo particolare.
    Per ragioni complesse ne derivo' un potere centrale che trasformo' l'unione sovietica in uno stato in cui continuava ad esistere l'accumulazione di capitale e lo sfruttamento dei lavoratori, un vero capitalismo di Stato. Profitti che ora sono in mano ad una ristrettissima oligarchia, come in Cina, guarda caso dove lo stalinismo ha trionfato con la distruzione della cosiddetta banda dei quattro. Un processo farsa alla Stalin celebrato con gran pompa e fanfara dalle televisioni cinesi ed occidentali.
    Solo per la precisione. 13-08-2011 23:23 - Murmillus
  • Ancora una volta il solito cliche' che lo stalinismo deriva dal leninismo, cosa che anche intellettuali borghesi un po' piu' avveduti negano. Ancora riproposta la mistificazione di Kronstadt, quando la rivolta era contro i soviet rappresentanti dei lavoratori, quindi chiaramente controrivoluzionaria. Ancora una volta riproposte le critiche della Luxemburg (uccisa dai socialdemocratici di Noske, pero')critiche riviste successivamente un apprezzamento all'organizzazione dei bolscevichi. Che dire, un deja vu e mi sorprende (ma non piu' di tanto ormai) che certi articoli trovino spazio sul Manifesto... 13-08-2011 21:18 - alex1
  • Ovviamente non una parola su chi di quella "meravigliosa unificazione" ne pago' le spese, all'interno della DDR, ma non solo. Le guerre balcaniche che ne seguirono, l'emigrazione forzata di brillanti laureati finiti a fare le badanti o a scaricare cassette al mercato, o peggio ancora a lavare i vetri ai semafori... 13-08-2011 20:02 - alex1
  • Non trovo parole migliori per commentare quanto di impressionante abbiamo appena visto in Bernauer Strasse che quelle del corrispondente del mio giornale sulla mia città d'adozione. Grazie, davvero. 13-08-2011 19:42 - Lorenzo
  • Certo che liberarsi dal socialismo per mettersi nelle mani del capitalismo, lascia a dir poco perplessi. I veri illusi sono stati coloro che pensavano che dopo la caduta del muro e la fine del socialismo, si sarebbe stati meglio. Così non è stato, e questo è innegabile. La disoccupazione ha raggiunto livelli preoccupanti, anche nella Germania del miracolo economico. Per non parlare dell'inflazione e dei prezzi sulle case. Fossi sato in loro mi sarei tenuto la stabilità, piuttosto che una fintà libertà in un mare di miseria. 13-08-2011 19:29 - Marx
  • Non avevo dubbi che il Manifesto facesse parte della "grande stampa capitalista"!

    "The campaign around Kronstadt is being carried on with undiminished vigor in certain circles. One would think that the Kronstadt revolt occurred not seventeen years ago, but only yesterday. Participating in the campaign with equal zeal and under one and the same slogan are Anarchists, Russian Mensheviks, left Social Democrats of the London Bureau, individual blunderers, Miliukov’s paper, and, on occasion, the big capitalist press. A “People’s Front” of its own kind!" (Leon Trotsky, 1938) 13-08-2011 19:24 - Alessandro comunista
  • I muri sono un'inconcepibile inesistenza, quando vorrebbero dividere; sono un'inguaribile tenerezza, quando tenderebbero a proteggere. La storia di Berlino è una delle pagine più cupe della storia e non certo soltanto per le 137 persone che vennero trucidate perché scoperte nel tentativo di fuggire dall'altra parte: a Pistoia, di mesotelioma, sono morti 150 operai, in un lasso di tempo addirittura inferiore. La vera colpa di Breznev e di tutto l'apparato dell'Est europeo è che nessuno seppe riscrivere, revisionandolo con l'insopprimibile esigenza temporale, il testo di Lenin, credendo che le idee si potessero proteggere e salavaguardare con un muro e con i soldati a guardia di questo. La storia degli uomini è invece andata da un'altra parte, ma è proprio la direzione intrapresa dagli uomini (il capitalismo) che darà ragione al corso della storia e a chi ne profetizzava l'inevitabile altro avvento 13-08-2011 18:17 - Luigi Scardigli
  • Come fa l'autore dell'articolo a scrivere " La sua caduta fu una liberazione, e offrì dopo 28 anni la possibilità di ricominciare almeno a parlare di comunismo e socialismo in Germania, senza essere subito azzittiti col rimando agli obbrobri del «socialismo reale». QUale film ha visto il signor Ambrosino ? ma si rende conto che , purtroppo , il comunismo in Germania ( e non solo..) è considerato al pari del nazismo , se non peggio ? Il nostro nobile ideale è irrimediabilmente compromesso e alla gente poco importa che Marx ha espresso idee che andavano in tutt'altra direzione . La funzione storica del socialismo reale è stata quella di costringere -- con la sua sola esistenza e minaccia ideologica -- le società occidentali a riformarsi e ad elevare la dignità dei lavoratori , tutte cose che non ci sarebbero state senza l'esistenza dell'Urss , senza la sua forza ideologica che ha condizionato l'occidente . Il comunismo ha paradossalmente "salvato" il capitalismo e nel momento in cui è crollato , è cominciata in occidente la "reazione " con la demolizione dello stato sociale e dei diritti .Ragionate in senso dialettico , è il solo modo per comprendere la storia .. 13-08-2011 18:10 - Cuikov
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