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Marco D'Eramo
La lezione di Buffet
È davvero il colmo. A chiedere più tasse sui ricchi non è un pericoloso bolscevico, né un infido socialdemocratico. No, è il terzo uomo più ricco del pianeta (nel 2008 fu anche l'uomo in assoluto più ricco della terra), residente a Omaha (Nebraska) e perciò chiamato «l'oracolo di Omaha» per la sua lucidità: per esempio nel 2006 disse: «Certo che c'è la lotta di classe, ma è la nostra classe, quella dei ricchi, che la sta vincendo».
Ora, a 81 anni, l'Oracolo di Omaha recidiva. In un intervento sul New York Times di domenica, Buffett fa notare che lui versa all'erario il 17,4% sul suo reddito annuo (di 40 milioni di dollari) da investimenti finanziari, mentre la sua segretaria e gli impiegati del suo ufficio versano in media il 36% del loro reddito da lavoro. Buffett propone perciò di ridurre di due punti percentuali il prelievo sui redditi medio-bassi e d'inasprire le tasse sulle 236.883 famiglie Usa con un reddito superiore al milione di dollari annuo, e di inasprire ancor più la tassazione per le 8.274 famiglie con reddito oltre i 10 milioni di dollari.
Certo, quest'uscita va presa con cautela: da un lato, esprime la furibonda lotta intestina in corso tra i grandi capitalisti Usa: Buffett sembra avercela con i fratelli Koch (di Wichita, Kansas) che hanno creato e finanziano il Tea Party. Poi, Buffett dà una sberla ai politicanti che leccano la mano ai miliardari (parla di un Congresso billionaire friendly). Infine è noto che, col suo patrimonio di 47 miliardi di dollari, Buffett è stato nel 2008 il più facoltoso contribuente alla campagna presidenziale di Barack Obama.
Ma Buffett pone un problema serissimo. Nel 2008 la grande crisi dei mutui subprime fu originata dall'effetto cumulato di voler mantenere alta la domanda pur comprimendo i salari: compito impossibile, a meno di permettere alla gente d'indebitarsi oltre misura: ed è quel che successe. Nel 2011 la vicenda dei «debiti sovrani» costituisce l'equivalente pubblico di quel che i mutui subprime furono per l'economia privata.
Da decenni «meno tasse» è la formula magica per sfondare in politica; dire «più tasse» è puro suicidio. Ma come si fa a mantenere i servizi essenziali che uno stato capitalista occidentale deve garantire, quando le entrate fiscali calano? Ebbene lo stato s'indebita. Badate bene, ci sono due modi di ridurre le tasse: ridurre le aliquote, oppure consentire più evasione fiscale. Non è un caso che i governi più indebitati siano quelli a evasione dilagante (Italia, Grecia, Portogallo), o con una legislazione fiscale più favorevole ai ricchi (Irlanda, Stati uniti).
Ora, sia per l'economia privata che per quella pubblica, i governi stanno facendo di tutto per ammazzare il paziente. Come spiega un giorno sì e l'altro pure il Nobel per l'economia Paul Krugman, non può esserci ripresa se non cresce la domanda che però può crescere solo se aumentano o i salari o i posti di lavoro (o ambedue). Nello stesso modo, i debiti sovrani non possono essere sanati solo tagliando le spese, perché ridurre i dipendenti pubblici comprime ancor più la domanda e riduce il gettito fiscale. L'unico modo per uscire dalla spirale dei debiti sovrani è agire sulle entrate, cioè sulle imposte sui ceti privilegiati. Altrimenti l'allarme sul debito è puro espediente retorico. E lo sapeva bene George Bush padre: quando gli spiegarono la reaganomics (meno tasse per stimolare l'economia) sbottò: «Ma questa è economia voudou !» La diagnosi è sempre valida. Anche per la manovra che sta varando il governo Berlusconi.
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Le conquiste sociali, tra cui la progressione delle tasse sul reddito e la conseguente redistribuzione della ricchezza, sono sempre seguite a lotte della classe operaia. In Italia come in Germania come in USA etc.
La paura fa novanta e la presenza della URSS, percepita come un nemicopronto ad aiutare la classe operaia ha permesso il mantenimento delle conquiste operaie e democratiche nei paesi occidentali. La caduta dell'URSS ha tolto la paura dall'equazione sociale e le tasse sono progressivamente scese per i ricchi e per le corporazioni permettendo una sempre piu concentrata accumulazione di profitto. In Italia, con il Governo Prodi-Bertinotti, e in USA con Reagan, Clinton e poi Bush e Obama. La ricchezza si e' andata sempre piu' concentrando in poche mani, in USA l'1% (dico uno per cento) della popolazione introita il 20 per cento delle entrate e detiene in 40 (dico quaranta percento) della ricchezza accumulata.
A questo proposito propongo questo breve video di Robert Reich.
Credo che queste percentuali la dicano lunga sulla sitazione delle nostre societa'. Il fatto che Buffet dica come Montezemolo di tassare un po' di piu' i ricchi non cambia di una virgola la profonda ingiustizia della nostra societa'.
http://robertreich.org/post/6595110483 17-08-2011 23:22 - Murmillus
la occasione di leggerlo viene dalla iniziativa di un multimiliardario.
Vero vero Buffet un paio di giorni fa ha detto che si augura più tasse per sé e
per i suoi compagni di classe.
E non è stato Soros a dire qualche anno fa che era il caso di dare meno margine
di manovra ai ricchi?
Solo negli ultimi anni, dopo una onorata carriera da mangiaborghesi da osteria,
mi sono convinto che le coe sono più complicate di come le vedevo e che a
sinistra dobbiamo cambiare una parte delle nostre idee.
Intendiamoci la lotta di classe non è finita il principale acceleratore della
produttività, ossia disincentivare la natalità planetaria chiudere le
saracinesche delle migrazioni di massa e fissare per legge la settimana
lavorativa a 20 ore anziché 40 per sterminare le ditte che sfruttano clienti e
dipendenti e così rendere l' economia più efficiente (uccidere persone non è
morale, far fallire aziende in certi tipi di casi lo è), Buffet e Soros non lo
sosterrebbero. Però loro vedono quel che la €x-sinistra ha dimenticato, ossia
che drenare verso il basso il potere di acquisto è un potente strumento per
riattivare i motori dell' economia. 17-08-2011 23:07 - bozo4