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Protagonisti dell'editoria - 6
Non basta possedere un fiuto da rabdomante
Anna Raffetto - Russista, editor per AdelphiNel mondo delle «fabbriche dei libri» c'è un solo lavoro più divertente, dopo quello dell'editore, ed è il lavoro dell'editor. A farlo sono arrivata per gradi, vale a dire seguendo il classico (e sempre salutare) iter della gavetta redazionale, ma quella gavetta era privilegiata perché si svolgeva in un luogo di eccellenza, la Einaudi di Giulio Einaudi, ed equivaleva a una sorta di alta scuola di perfezionamento. A cui per altro si aggiungeva un bagaglio di specializzazione culturale che continuavo a coltivare dopo la laurea in Lettere e un'esperienza di ricercatore universitario: vale a dire la conoscenza della lingua e letteratura russa, e delle culture slave in genere.
Il momento della svolta professionale arrivò con la perestrojka. Le amicizie allacciate in occasione di frequenti viaggi in Russia, soprattutto nelle vesti di messaggero tra la casa editrice e i suoi consulenti da un lato, e l'intelligencija russa dall'altro; la valanga di testi che si riversava a ritmo incalzante sulle riviste; gli inediti e le testimonianze che cominciavano a far capolino dagli archivi furono la base da cui partì il mio primo progetto: offrire ai lettori una panoramica della nuova Russia, un mondo vitale, pulsante, che aveva finalmente ritrovato la voce e quasi ci assediava per essere ascoltato.
Uscirono così, in un breve arco di tempo all'inizio degli anni '90, Il quinto angolo di Metter, Strojbat di Kaledin e i racconti di Tat'jana Tolstaja, libri che nel loro insieme restituivano con polifonia di accenti passato e presente della Russia e un'autopercezione nuova del paese ormai pronto alla grande svolta della sua storia. Intanto si mettevano in cantiere opere di altri due grandi autori, destinate però a vedere la luce in Italia con anni di ritardo: la Medea dell'Ulickaja e i magnifici racconti della Via d'erba di Eppel', il maggiore tra i narratori russi contemporanei.
Il momento era così felice, l'attenzione del pubblico così evidente, e la sensibilità culturale della casa editrice così spiccata che la breccia si allargò ancora permettendo di pubblicare accanto a due grandi del '900 come Vojnovic (la satira tardosovietica del Colbacco) e Iskander (l'epopea abchaza, affabulatoria e irresistibile, di Sandro di Cegem), vaste scelte da due grandi poeti dell'Otto-Novecento - Baratynskij e Achmatova - e una nuova edizione del capolavoro di Herzen, Passato e pensieri, mentre il saggio sulla Poesia dei giardini di D. S. Lichacev veniva a testimoniare la raffinatezza, la profondità e il cosmopolitismo di uno dei massimi studiosi russi di arte e letteratura.
La spinta ad allargare la panoramica ad altre letterature slave fece sì che, grazie anche ai miei stretti contatti con vari specialisti e studiosi, si pubblicassero opere di Hrabal, Fuks, Mrozek, e si portasse in piena luce con I Karivan il talento di un giovane scrittore bosniaco, Milenko Jergovic, oggi riconosciuto da tutti come un classico contemporaneo.
Un aspetto positivo del mio lavoro sta nell'avere spesso rapporti diretti con gli autori o con i loro eredi, per cui, insieme al piacere di realizzare un progetto magari inseguito da tempo, c'è quello di veder nascere vere e profonde amicizie. Fu così con Irina Sirotinskaja, a quel tempo dirigente di spicco dell'Archivo Statale Russo di Letteratura e Arte (Rgali), nonché erede letteraria di Varlam Salamov, un altro gigante del '900 russo. La collaborazione con lei portò alla prima edizione integrale, in lingue occidentali, del capolavoro di Salamov, I racconti di Kolyma, e al finanziamento da parte dell'Einaudi della pubblicazione di importanti inediti della Achmatova e della Cvetaeva custoditi dall'Archivio e che avrebbero poi dovuto apparire anche in italiano (ma così non fu).
Il legame di fiducia e di amicizia che mi legava a Irina Sirotinskaja continuò anche quando passai alla Adelphi alla fine del '99, consentendo di traghettare nella casa editrice milanese i diritti delle altre opere di Salamov, che infatti da allora sono in corso di pubblicazione.
La Adelphi rappresenta un nuovo, fondamentale capitolo della mia esperienza editoriale proprio perché mi ha permesso di confrontarmi in piena libertà con un panorama slavistico del massimo rilievo che la casa editrice di Roberto Calasso aveva da tempo consolidato in più direzioni: oltre alla russistica con autori del calibro di Brodskij, Cvetaeva, Platonov, Mandel'stam, vorrei ricordare la polonistica con Milosz e Herbert, la boemistica con Kundera, o le letterature slavo-meridionali con Kis e Crnjanski, solo per citare qualche nome.
Nel mio caso si trattava in primo luogo di favorire il consolidarsi ulteriore di questi filoni collaborando sia ad acquisire titoli significativi per il profilo di un autore, sia a coordinare nel modo più opportuno le uscite dei titoli già in portafoglio.
Così accanto ai saggi di Homo poeticus, viene recuperato uno dei più sconvolgenti libri di Kis, Una tomba per Boris Davidovic, in una nuova traduzione. Analogamente il lettore ha potuto scoprire il lato più amabilmente narrativo di Milosz con le brevi prose del Cagnolino lungo la strada o di Abbecedario, o si è immerso con partecipazione appassionata in Vita e destino e nei racconti di V. Grossman, o nei versi di W. Szymborska, più volte ristampati nonostante la scarsa fortuna di cui in genere gode la poesia in Italia.
Naturalmente non è venuto meno lo stimolo a ricercare opere che dessero anche conto del costante interesse della Adelphi per le nuove tendenze letterarie o per l'attualità storico-politica: nasce da lì la pubblicazione di Bianco su nero, la scioccante novella di Gallego sulla condizione dei disabili negli orfanotrofi, o la scelta di far uscire le «cronache russe» di Anna Politkovskaja - autore e personalità indimenticabile - che hanno fotografato aspetti poco conosciuti quanto drammatici della Russia post-perestrojka.
Un racconto a parte meriterebbe il capitolo Nabokov: alla preoccupazione iniziale di accompagnare nel migliore dei modi la pubblicazione impegnativa di gran parte del corpus nabokoviano, è subentrata nel tempo una serena confidenza con i testi, anche grazie a un amichevole e collaudato rapporto di fiducia con il figlio dello scrittore, Dmitri Nabokov, che ultimamente ha voluto persino coinvolgermi nella decifrazione di qualche enigma interpretativo annidato nelle schede dell'ultimo scritto del padre Vladimir, The Original of Laura.
Sarebbe comunque troppo semplice immaginare che il compito dell'editor, esaurita la funzione di rabdomante in cerca del miracoloso filone sotterraneo, finisca lì. Altri compiti lo aspettano dopo che una proposta ha avuto uno sviluppo positivo, ma questi compiti possono variare notevolmente a seconda dell'organizzazione di una casa editrice.
Il libro deve essere seguito in ogni sua fase, almeno così è sempre stato per me: curato negli apparati critici e nel risvolto; soppesato attentamente nel titolo, e magari anche nella copertina; e prima di tutto controllato e rivisto con scrupolo nella traduzione.
Spesso accade che i traduttori, anche se esperti, ricalchino pedissequamente le strutture grammaticali e sintattiche dell'originale facendo torto all'italiano; oppure, al contrario, capita che per ottenere risultati a effetto si discostino con troppa libertà dal testo di partenza; o ancora che applichino uniformemente a qualsiasi prosa un loro peculiare registro espressivo tradendo in tal modo lingua e stile originali.
Gli interventi dell'editor, sempre condotti su una base di competenza, devono restituire un'opera nella sua integrità espressiva, e talvolta possono tradursi in rifacimenti sostanziali. Di questo intenso lavoro non rimane traccia (peraltro riconoscibile dal solo interessato) se non nelle lodi che i recensori rivolgono in generale a una traduzione, o nelle motivazioni di qualche premio.
Ma anche questo fa parte della sfida raccolta quando accettiamo di calarci in un lavoro che prima di tutto è passione - per i libri, per la lettura, per scoperte che via via ci arricchiscono; e poi, in subordine, immedesimazione consapevole in un ruolo che, pur essendo significativo, si svolge nell'ombra. Il che non è poi così male in una società votata pervicacemente ai riti dell'apparire.Altri articoli sull'argomento sul "manifesto" in edicola il 25 agosto (o sull'edizione per gli abbonati web):
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