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Emma Mancini
Iraq, occupazione mascherata per gli Usa
Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di mollare la presa sull’Iraq: l’occupazione militare proseguirà ben oltre il 2011. È quanto emerge dal reportage pubblicato ieri dal quotidiano londinese di proprietà saudita Al-Hayat: l’exit strategy che immagina l’amministrazione statunitense appare come una pura chimera. Basi e truppe a stelle e strisce garantiranno a Washington il controllo su Baghdad negli anni a venire, un controllo che permetterebbe agli Stati Uniti di mantenere una presenza militare stabile su pozzi di petrolio e Medio Oriente.
Secondo fonti ritenute molto affidabili, Washington avrebbe proposto al governo iracheno un accordo: tre basi militari completamente equipaggiate in cambio del mantenimento di sei basi americane nel Paese dopo la fine del 2011. “Gli Stati Uniti hanno chiesto che sei basi militari siano mantenute in Iraq – ha spiegato la fonte, considerata vicina al gruppo di negoziatori – Basi da utilizzare per il posizionamento dei soldati americani che addestreranno gli iracheni. Si tratterebbe di forze di addestramento delle unità irachene e anche di forze in grado di affrontare una qualsiasi minaccia esterna alla stabilità dell’Iraq”.
Una stabilità necessaria a Washington e mascherata dal bisogno di addestrare le truppe di un Paese che dopo otto anni di occupazione militare stenta a rialzare la testa, devastato dai costi umani, finanziari e politici imputabili alla guerra al terrore lanciata nel 2003 dall’allora presidente americano George W. Bush.
“Le due parti non hanno ancora raggiunto un accordo sulla questione – ha continuato la fonte – e ci sono ancora differenze nel numero esatto di militari americani che dovrebbero rimanere sul campo e se avrebbero garantita l’immunità”. Secondo quanto riportato al quotidiano Al-Hayat, infatti, se Baghdad e Washington si sarebbero accordati sul numero di equipaggiamento pesante militare che gli americani potrebbero mantenere in Iraq (elicotteri, aerei e tank), le due parti starebbero ancora discutendo sul numero di soldati statunitensi di stanza nel Paese mediorientale.
“Gli iracheni – ha detto la fonte – stanno insistendo perché non si superino le 8mila presenze nel Paese, mentre gli Stati Uniti ritengono che per portare avanti le operazioni di addestramento sono necessari almeno 20mila soldati. Gli americani hanno sottolineato che una presenza militare inferiore alle 10mila unità sarebbe insufficiente”. Ovvero, le truppe non sarebbero in grado di fornire il necessario know-how alle forze di sicurezza irachene né di garantire la sicurezza del Paese minacciato da eventuali pericoli esterni.
“Secondo gli americani, se l’Iraq si trovasse a dover affrontare una minaccia da fuori, avrebbero bisogno del sostegno di ventimila soldati. E che comunque l’equipaggiamento militare che gli Stati Uniti manterranno in Iraq dopo il 2011 richiede per la sua gestione la presenza di almeno 15mila soldati”. Insomma, il messaggio inviato da Washington appare chiaro: noi vi lasciamo un equipaggiamento tale da riempire tre basi militari, ma voi dovete darci in cambio sei basi da gestire.Il quotidiano Al-Hayat ha contattato Saad al-Matlabi, uno dei leader della State of Law Coalition (coalizione politica irachena formata nel 2009 dopo le elezioni nazionali dall’attuale primo ministro e dal partito islamico Dawa), uomo molto vicino al premier Nouri al-Maliki. Al-Matlabi ha commentato il possibile accordo definendolo una mossa astuta da parte statunitense: gli States vogliono mantenere il controllo del Paese mascherandolo come necessario alla sicurezza irachena.
“L’Iraq punta a qualcosa di diverso dagli Stati Uniti, che sono chiaramente alla caccia di altri obiettivi. Noi vogliamo raggiungere un accordo sull’addestramento delle nostre forze di sicurezza, mentre gli americani vorrebbero che questi addestratori proteggano la loro presenza militare qui. Non possiamo che opporci”.
Resta da vedere il potere di contrattazione che Baghdad sarà in grado di mettere sul piatto, nei confronti della potenza americana e delle sue brame economiche e politiche. Il governo iracheno, dopo otto anni di occupazione militare, si trova a dover affrontare una situazione drammatica, a dover rimettere in piedi un Paese devastato: aumento esponenziale dei tassi di povertà e disoccupazione, carenza di infrastrutture, sistemi fognari, acqua corrente, elettricità, scuole. A cui va aggiunto un aumento preoccupante della corruzione delle neonate istituzioni irachene e un’impennata di violenza e terrorismo.
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Ragioni di tipo strategico direi.
Nulla di nuovo sotto il sole. 25-08-2011 21:02 - Murmillus
Loro non vogliono essere sudditi degli amerikani e non vogliono più avere 20000 soldati nella loro terra a difendere solo i loro interessi.
Ma questo è imperialismo e come tali hanno da difendere le loro terre.
Come nell'antica Roma imperiale i governi locali devono solo essere delle casse di risonanza del potere centrale che è l'Amerika!
Ma solo con 20000 soldati non si riesce a controllare tutti gli interessi,ci vorranno altri 50mila per controllare chi controlla gli interessi.
L'imperialismo ha un costo mostruoso,non risparmiate sui soldati,risparmiate sul sociale amerikano,tanto il popolo amedrikano è sempre contento,anche se si muore di fame e vive per strada senza più benessere! 25-08-2011 20:18 - mariani maurizio