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Maurizio Matteuzzi
La grande caccia è aperta
E' partita la grande caccia ma lui, il vinto Gheddafi, è duro a morire. Pur di prendere il Colonnello, vivo o morto (cosa è meglio: presentarlo dietro le sbarre con la divisa a righe o metterlo definitivamente a tacere?), la coalizione degli «umanitari» ha gettato ogni residuo pudore per il rispetto almeno formale della risoluzione 1973 del 17 marzo - quella che conferiva all'Onu il mandato di «proteggere i civili» di entrambe le parti «con tutti i mezzi». Eccetto che con le truppe sul terreno (un terreno che storicamente fa paura). Ora la Nato ha ammesso - e lo rivendica - la presenza di «truppe speciali» al fianco (alla testa?) degli insorti nella loro conquista di Tripoli.
E «special forces» sono impegnate nella grande caccia a Gheddati e ai figli partita da un paio di giorni in una Tripli ancora sconvolta dagli scontri e dalle «sacche di resistenza» dei lealisti (con morti per le strade, fosse comuni, ospedali in situazione «critica»). Sono inglesi, americani, francesi, qatarioti (e chi altri?) che vestono come arabi, imbracciano le stesse armi dei ribelli (ovvio, gliele hanno vendute o regalate loro). Aiutati dal cielo da un sofisticatissimo aereo-spia Usa soprannominato «the Hog», il maiale, e da un drone canadese, le teste di cuoio di paesi Nato danno in queste ore una caccia senza quartiere al raìs libico.Ufficialmente per la Nato Gheddafi non è mai «stato un bersaglio» ma nessuno a Londra, Washington o Parigi si nasconde l'importanza della sua cattura dopo che mercoledì sarebbe sfuggito per un pelo a un raid dei ribelli in una casa del centro di Tripoli e ieri veniva dato infilato, da solo o con alcuni dei figli, in «un buco» nel blocco di edifici circostanti il compound preso e saccheggiato di Bab al-Aziziya o in un quartiere di Tripli, Abu Salim, considerato una delle sue roccaforti. Così, via anche l'ultima foglia di fico: ieri il ministro degli esteri inglese William Hague ha ammesso che le famose/famigerate Sas britanniche, Special air service, sono «sul terreno» su ordine del premier Cameron (lo citava il Daily Telegraph).
Anche inesorabilmente sconfitto Gheddafi fa ancora paura, come se fosse tornato «il cavallo pazzo» degli anni '70-'80. Per l'occasione si reincarnano anche vecchi fantasmi come Jalloud, l'ex numero due, fuori dalla politica da 20 anni e scelto dall'Italietta berlusconiana come sua carta (un due di coppe quando briscola è denari) per cercare di non restare tagliata fuori dalla divisione della torta. Jalloud, che dice di voler formare «un partito laico e liberale», ha detto al Times che Gheddafi è «talmente ubriaco di potere che si illude di poterlo riprendere una volta uscita di scena la Nato», e ha messo in guardia i ribelli che se non stanno attenti «si vestirà da donna e scapperà verso l'Algeria o verso il Ciad».
Il destino del Colonnello è segnato ma lui è duro a morire e Tripoli è ancora lontana dalle apparenze di una città «pacificata». Ierimattina una tv satellitare, al Urubah e qualche stazione radio vicine al regime hanno ripreso a trasmettere, dopo essere state messe a tacere il giorno prima. E hanno trasmesso un nuovo appello di Gheddafi, dal tono di sfida: un appello «alla resistenza» contro «i crociati e i traditori» e l'avviso che «la Libia non sarà mai né della Francia né dell'Italia».
Secondo gli insorti non è solo a Tripli che sono in azioni forze speciali britanniche e francesi, ma anche a Misurata, sistemate in una base nei pressi del porto di Kasa Ahmed, per preparare l'assalto finale su Sirte, la città natale la roccaforte popolare di Gheddafi. A un centinaio di km da Sirte erano segnalati scontri a colpi di missile, sulla città si stranno concentrando le residue forze lealiste (1500-2000 uomini), la Nato ha compiuto nuovi raid «per proteggere i civili», sembra che siano in corso negoziati fra i ribelli e i leader locali invitati alla resa.
La sorte della guerra è decisa ma la guerra non è finita e queste, a Tripoli e altrove, sono le ore più pericolose (come dimostra la vicenda dei 4 giornalisti italiani). Le ore della resa dei conti, delle vendette. Le ore del vuoto di potere. Ieri, nella conferenza stampa congiunta con Berlusconi a Milano, Mahmoud Jibril, il primo ministro (e unico visto che il presidente del Cnt, Mustafa Jalil, ha sciolto il governo dopo l'assassinio del «ministro della difesa, Younes), ha dato la soprendente notizia che il misterioso Consiglio nazionale di transizione si è già trasferito da Bengasi a Tripoli fin da mercoledì. Sarà. Però ieri pomeriggio Jalil ha dato una conferenza stampa, ma a Bengasi.
Ieri Cnt è stato riconosciuto anche dalla Lega araba (che fin dall'inizio aveva invocato l'intervento della Nato), mentre l'Unione africana (i cui tentativi di mediazione sono stati sprezzantemente frustrati dalla Nato, dall'Onu e dall'Occidente) doveva riunirsi a Addis Abeba per decidere il da farsi. Anche il Sudafrica è furioso. Ieri all'Onu ha bloccato lo scongelamento di 1.5 miliardi di dollari degli asset libici in favore del Cnt (ne sono passati solo 500 milioni), il vice-presidente della repubblica Motlanthe ha chiesto che la Corte penale internazionale indaghi non solo su Gheddafi ma anche sui crimini di guerra sui civili commessi dalla Nato e 200 prominenti figure sudafricane hanno firmato una lettere di condanna contro la falsa «guerra umanitaria».
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gheddafi era già stato demonizzato dalle amministrazioni di reagan e di bush padre (i rothschild) negli anni ’80 quando la cia e il mossad guidarono una campagna per destabilizzare la libia che rispecchia quello che è successo nel 2011.
ma sono in molti a credere alla menzogna indipendentemente quale sia l’epoca o la generazione. come disse adolf hitler: “se dici una bugia, non dirla piccola, ma falla grossa, continua a ripeterla e alla fine tutti ci crederanno.” (ndt: la frase è di goebbels). e il suo capo della propaganda, joseph goebbels, disse: “la tecnica di propaganda più brillante non otterrà successi fino a che non venga tenuto in mente costantemente un principio fondamentale, che si debba limitare a pochi punti e che vadano ripetuti sempre più spesso” (ndt: la frase è di hitler). hitler invece disse, con la stessa pertinenza: “che fortuna per i governanti che la gente non pensa.”
gli aerei della nato disseminano di bombe tripoli a sostegno dei “ribelli” presenti sul terreno. migliaia di civili in carne e ossa che la risoluzione delle nazioni unite dicevano che dovessero essere protetti sono stati uccisi nel corso di queste operazioni. ma non abbiamo sentito niente di tutto questo nel media mainstream e quasi nulla degli omicidi e delle esecuzioni dei sostenitori di gheddafi da parte dei “ribelli” nel corso del conflitto e dopo che erano entrati a tripoli.
l’enfasi è sempre stata posta sulle presunte esecuzioni e sugli omicidi dei sostenitori dei ribelli da parte delle forze di gheddafi. non si sono dubbi che alcune di queste informazioni siano reali, ma dov’è l’equilibrio? non c’è, e la siria ora viene condannata per avviare lo stesso processo di demonizzazione, invasione, conquista e controllo. richard haas, (ndt: haaas) presidente del council on foreign relations in mano agli illuminati che dirige la politica estera statunitense, ha ammesso che il bombardamento della nato in libia non era per proteggere i civili, ma per rimuovere gheddafi. ha anche auspicato una “forza internazionale” per occupare il paese e “mantenere l’ordine”.
È la stessa retorica, lo stesso programma che abbiamo visto in ogni altro paese “liberato” dagli architetti della tirannia. e addio libia: riposa in pace. gli stati uniti e gli alleati coscritti della nato non se ne andranno per lasciare la libia ai libici. si tratta di forze di occupazione per spillare le risorse petrolifere e il sistema bancario, come è sempre stato.
DI DAVID ICKE
davidicke.com 28-08-2011 08:34 - criminali di guerra
L’Associated Press ha annunciato con freddezza il massacro di un gruppo di persone nere installate in un accampamento di fronte alla residenza presidenziale libica. Decine di corpi senza vita sono state ritrovati con le mani legate dietro la schiena. L'agenzia precisa che non erano dei combattenti. Michel Collon e la delegazione che si erano recate sul posto al mese di luglio avevano incontrato questi uomini che amavano la Libia. MICHEL COLLON :
"Ho incontrato queste persone all'epoca della mia missione a Tripoli. Ho potuto conversare con alcuni. Non erano per niente dei "mercenari" come pretendono di dire i "ribelli" e i media. Alcuni erano dei libici dalla pelle nera, una grande parte della popolazione è in effetti di tipo africano, gli altri erano cittadini giunti dai paesi dell'Africa nera e soggiornavano da molto in Libia. Sostenevano Gheddafi perché si opponeva al razzismo e perché trattava arabi e africani con uguaglianza.
Al contrario dei "ribelli" di Benghazi, noti per il loro razzismo contro i neri e che si sono resi colpevoli di atrocità spaventose e sistematiche fin dai primi giorni di guerra. Il paradosso è che la NATO pretende di portare la democrazia e che per questo si allea a una sezione libica di al Qaeda e ai razzisti sullo stile del Ku Klux Klan!" Tutta la squadra di Investig'Action è sconvolta da questa triste notizia.
Simon de Beer, storico, membro di Investig'Action:
"Alcune migliaia di africani neri vivono in Libia. Ho avuto l'opportunità di discutere con molti di loro, in particolare nel campo di Bab al-Aziziya. La maggior parte vedono in Gheddafi uno dei padri dell'Africa. Non esitano a paragonarlo a Lumumba e a Sankara. Ciò può sembrare stupefacente visto da uno straniero, ma non bisogna dimenticare mai che, nel più povero dei continenti, la Libia costituisce l’eccezione: la speranza di vita è di 75 anni; l'acqua, l'elettricità, le cure sanitarie e l'insegnamento sono gratuiti; un pieno costa appena più di un euro. Questo è il motivo per cui milioni di africani sostengono fortemente Gheddafi. Sono stato sconvolto dall’apprendere la notizia brutale della morte brutale di quelli che, in segno di solidarietà al regime, si erano accampati pacificamente davanti alla residenza di Gheddafi. Il loro assassinio è un atto barbaro e gratuito.
Come si può osare ancora definire i ribelli come forze "democratiche?"
Tony Busselen, giornalista del Solidaire, partecipava alla stessa missione, qualche settimana fa:
"Le nostre foto mostrano che queste persone erano dei civili senza armi, c'erano anche molte donne e di bambini. Ho parlato con loro, erano davvero mobilitati contro la guerra e non comprendevano quello che voleva l'Europa.
Mi dicevano: "Ma qui, è un paese che funziona, le infrastrutture sono molto meglio che in Africa, è una cosa buona per noi, e l'Europa viene a bombardare! È incomprensibile. Erano molto motivati per difendere la Libia perché la potevano paragonare col loro paese di origine.
È veramente barbaro che si massacri queste persone disarmate legandole a due a due con le mani dietro la schiena; erano persone semplici, dei lavoratori venuti spontaneamente a difendere la loro nuova patria. Si tratta di terrore e ho visto delle foto degli stessi atti commessi a Bengasi dai "ribelli" che quindi lo praticamente diffusamente. Allora, quando vedo a Tripoli delle persone che "applaudono" i ribelli, penso che siano semplicemente terrorizzate. La Nato semina il terrore.
Ilse Grieten (INTAL):
"Quando vedo queste cose, non riesco a crederci. Avevamo sentito già tanti racconti di atrocità commessi dai ribelli, e queste sono le persone che sosteniamo e armiamo!?
Sono furiosa, ancora una volta, ogni giorno di più! Queste persone sono così oneste, centinaia di individui che rappresentano tanti paesi africani, tutti intorno alle loro tende, da mesi, convinti che bisogna sostenere Gheddafi e la Libia come un esempio per l'Africa. Li sento ancora dirci: "La Libia è la madre dell'Africa."
Ci mostravano concretamente l'unità africana. Volevano sempre prendere la parola per farci comprendere che si trattava di un attacco contro l'Africa e le sue materie prime. La Libia è la porta dell'Africa.
Spero che la loro voce alla fine verrà sentita. Perché la NATO e i ribelli hanno rifiutato questa proposta di pace dell'Unione Africana, composta da 53 paesi? Perché non ne abbiamo sentito parlare mai qui? Per loro, Gheddafi è un simbolo dell’unità africana, l’uomo che protegge dell'unità africana, l'uomo che la protegge dal saccheggio neocoloniale. L'uomo che ha fatto più per l'Africa che i dirigenti dei propri paesi. Pubblicheremo prossimamente le testimonianze di questi uomini e di queste donne.
Immagini dallo schermo di un video di Reuters che osa dire che non si sa ancora chi ha perpetrato questo massacro.
Fonte: http://www.michelcollon.info/Massacre-de-Noirs-par-les-rebelles?lang=fr
Guardare le foto ....... 28-08-2011 08:17 - criminali di guerra
In Colombia paramilitari ed esercito hanno ammazzato in 6 mesi 27 sindacalisti, In tutto il 2010 con il narcofascista Uribe ne erano stati uccisi 49. In Honduras una Resistenza appiattitasi sul truffaldino modello elettoralista e partitista dei postgolpisti, salvo valorose eccezioni, soprattutto dello schieramento organizzato indigeno e afrodiscendente e degli studenti, subisce giornalmente la decimazione di militanti, difensori dei diritti umani, giornalisti e soprattutto di contadini del Bajo Aguan che difendono le loro terre dall’assalto delle monoculture di latifondisti e multinazionali. In Messico continua la carneficina delle donne, dei sicari rivali, di civili innocenti, di giornalisti, ad opera della coalizione narcotrafficanti-forze di sicurezza del regime Calderon, installato con frode elettorale e dai narcopadroni di Washington. In Yemen i 37 patrioti sud yemeniti massacrati ieri dall’esercito del fantoccio Usa-saudita Saleh si aggiungono alle migliaia di yemeniti sterminati dai droni Usa e dalle soldataglie del regime: annegata nel sangue, ma in continua espansione, la gigantesca rivolta popolare nonviolenta, devastati i territori tribali degli insorti del Nord, bombardato lo Yemen del Sud dove la maggioranza della popolazione sostiene la lotta armata di liberazione. Per i genocidi e i loro media (manifesto compreso), la copertura sta nel chiamare i rivoluzionari “Al Qaida”. In Somalia si specula su una carestia di proporzioni apocalittiche, ovviamente provocata da devastazioni ambientali causate dall’Occidente, per penetrare, sotto la mimesi degli interventi umanitari, con forze speciali (squadroni della morte) e debellare l’annosa resistenza popolare dei patrioti Shabaab. Alla regione da essi controllata vengono negati gli aiuti con la scusa che gli Shabaab rifiutano l’ingresso alle spie e ai terroristi delle Ong internazionali. Intanto il mercenario regime etiopico fa la sua parte attaccando e sterminando le popolazioni somale dell’Ogaden colpite da carestia anch’esse ma indegne di carità internazionale. Da vent’anni la strategia imperialista punta, a forza di stragi e di fame, a impedire che questa nazione, collocata in posizione di interesse cruciale per i traffici occidentali, abbia pace e sovranità, ne fa una discarica di rifiuti tossici e nucleari, ne depreda i mari (da cui i sacrosanti pirati), gli scatena addosso i vassalli vicini.
A Haiti, dopo aver occupato militarmente l’isola per farne una base anti-latinoamericana e anti-cubana, e dopo aver impedito per lunghi mesi i soccorsi alla popolazione agonizzante, gli Usa, certi conoscitori in anticipo del terremoto e forse suoi provocatori, divorano il paese pezzo per pezzo e favoriscono la diffusione del colera che ha infettato decine di migliaia di persone lasciate senza aiuti, casa, sanità. In Afghanistan, dove ai fini del mercato e delle banche Usa, il regime è stato affidato a una cosca di criminali vendipatria narcotrafficanti, la banda colonialista, in rotta per l’avanzata delle forze popolari di liberazione, uccide con droni e bombardieri quotidianamente decine di civili e altrettanto fa con le incursioni dei droni Cia nel paese alleato Pakistan, violandone la sovranità, come esemplificato in termini grotteschi dall’operazione-farsa Bin Laden. Chi viene risparmiato dai droni, se la deve vedere con gli attentati terroristici che, sulla falsariga dell’Iraq, agenti Cia e Mossad fanno compiere al loro mercenariato locale nelle moschee e nelle piazze affollate. Obiettivo: frantumazione del Pakistan e furto del suo potenziale nucleare in combutta con l’India, usurpatrice del Kashmir e contro la Cina. Il supporto mediatico viene da “giornalisti” del Manifesto come Marina Forti, Emanuele Giordana, Giuliana Sgrena e altri della Lobby, che, islamofobici viscerali, non vedono non sentono non dicono sugli eccidi Isaf-Nato, mentre attribuiscono la grande maggioranza delle vittime a chi lotta contro un’occupazione di marca SS.
In Costa D’Avorio l’assalto colonialista all’Africa si è concretizzato nell’intervento di ONU e forze speciali francesi, sterminatori di migliaia di persone, anche civili, contro il legittimo presidente difensore della sovranità del paese e l’installazione di un licantropo, già dirigente del FMI e fiduciario di Washington. In Siria, ultimo baluardo antimperialista e antisionista della regione, puntello arabo dell’Iran da obliterare presto o tardi, bande di mercenari infiltrati, armati e finanziati dai soliti noti, con il concorso delle satrapie del Golfo, rese apprensive da insurrezioni di massa disarmate che hanno soffocato nel sangue, stanno facendo carne di porco della popolazione civile e delle forze di sicurezza che la proteggono insieme alla sovranità nazionale, ai centomila palestinesi e al milione di iracheni ospitati da Damasco. Non c’è nessuno dei paesi capitati sotto il tiro di Usa, Ue e Israele che, dopo quegli interventi “umanitari” e “portatori di democrazia”, non sia stato infinitamente peggio di prima.
In Iraq, in vent’anni, la “coalizione dei volenterosi” è riuscita a far fuori 3 milioni e mezzo di persone, il 15% della popolazione, ha cancellato dalla faccia della Terra la sua più antica civiltà, ha messo il paese in mano a una banda di ladri e assassini (oltretutto passati al servizio dell’Iran) che hanno provocato la più sanguinosa guerra civile del nostro tempo. I boss di una “comunità internazionale” del tutto fittizia, hanno decretato e fatto accettare all’opinione pubblica la liquidazione dei residui, anche solo formali, del diritto internazionale, dell’autodeterminazione dei popoli, della non ingerenza, dei diritti umani, della sovranità. Nel deserto sociale o postbellico di paesi già liberi e prosperi installano a forza, o con brogli elettorali, despoti tratti dalla criminalità organizzata, alla quale sono affini e che tengono al laccio con il ricatto dei loro guardaroba affollati di scheletri: Karzai, Al Maliki, Jibril, Calderon, Pepe Lobo, Berlusconi, Sarkozy, Abdallah, Saleh…
Ogni tanto, in paesi con governi capricciosi e popolazioni da riportare nella retta fede della “guerra al terrorismo”, cioè della guerra contro tutta l’umanità e il suo habitat, escluse alcune migliaia di necrofagi, si ripete il modello “11 settembre”. Vedi Norvegia e le bombe del terrorismo stragista un po’ dappertutto, dette di “Al Qaida”. Non c’è nessun governante aggredito, diffamato, catturato, “processato”, giustiziato, minato da rivoluzioni colorate o destabilizzato con guerre di bassa intensità, che si possa dire peggiore di ognuno dei governanti della cosiddetta “Comunità internazionale”. La più efferata cupola criminale mai comparsa sulla faccia della terra avanza in oceani di sangue, con la coda della belva retta dal più codardo e ottuso gruppo di ominicchi, ruffiani e quaquaraquà, oscenamente autoproclamatisi “di sinistra”.
Intanto, in Libia
Non c’è un episodio, un luogo, a cui qui sopra di corsa si accenna (e ne mancano altri), che non sia in relazione simbiotica con quanto sta succedendo in Libia, nuova tappa africana e mediorientale per il dominio sulla regione, dopo la conquista della Costa d’Avorio, la normalizzazione delle insurrezioni rivoluzionarie in Tunisia ed Egitto, lo squartamento della Somalia, la repressione nel sangue delle rivolte di massa in Bahrein e Yemen. Tanto per inquadrare la questione e sottrarla alle grinfie perlomeno dei conniventi sinistrati, quelli delle ordalie “democrazia”, “diritti umani”, “dittatura”, va ripetuto all’infinito, va urlato in tutte le direzioni, nelle orecchie di tutti gli zombi pacifisti, “comunisti”, diritto umanisti, mentre imputridiscono avvolti nelle bandiere di un sovranuccolo corrotto e venduto ai colonialisti e nel fango delle contumelie lanciate contro Gheddafi, che tutti i responsabili del terrorismo di portata planetaria con le mani in pasta nei mattatoio del mondo, sono i protagonisti-macellai anche qui. E non solo dalle consolle che da 10mila chilometri, in sale ariacondizionate, sterminano fette di umanità ma, come è stato visto, rivelato e perfino ammesso, con gli squadroni della morte SAS britannici, Seals statunitensi, commandos francesi, sauditi, qatarini, degli emirati. Quelli che hanno messo le spade per i sicari nei solchi di uranio tracciati dagli asettici terminator del Nevada.
Sotto il vestito niente
Frattini, untuoso cicisbeo nella corte dei freaks che nel nostro paese va elemosinando briciole del furto con scasso Nato da coloro che glielo hanno messo nel culo e dai loro pitbull drogati, va ripetendo, con l’ottusità del parvenue che ripete a papagallo le imbeccate del suo signore (un signore come Jibril!), che i presunti ventimila morti dall’inizio del pogrom di Bengasi sono tutti vittime di Gheddafi. Non delle ventimila incursioni Nato sulle città dei civili, non della teppaglia Al Qaida-forze speciali Nato-vendipatria che da Bengasi a Tripoli, non sapendo neanche combattere, ha disseminato la Libia di donne stuprate e di cadaveri inermi sgozzati, arrostiti, smembrati, appesi nelle piazze. Chi vi ha riferito dei 30 soldati lealisti trovati a Bab el Azizieh con le mani legate dietro la schiena e uccisi con un colpo alla nuca? Un barlume in Sky News e basta. Chi, in sei mesi di nefandezze ascari-Nato, vi ha mostrato i video che documentano le orrende atrocità compiute su operai africani neri, civili disobbedienti e prigionieri, donne minorenni, di cui ho inserito alcune sequenze nel mio documentario, traendole da chilometri di materiale digitale? Chi vi riferisce in queste ore della resistenza eroica dei patrioti, della popolazione tutta chiusa in casa a rifiuto dei vessilliferi di un re e di un tempo di abiezione nazionale e di miseria e di chiusura agli stragisti che da 200 giorni ne sterminano figli, mogli, mariti, padri, fratelli, amici.
Qui sotto c’è una testimonianza, diciamo “moderata” e perciò discutibile, della situazione tripolina. Attribuita a una giornalista, non pare avere i caratteri della professionalità, né una visuale esaustiva. Da fonti che, in questi mesi, si sono dimostrate alla verifica dei fatti documentate e attendibili, sappiamo di strade di Tripoli coperte di cadaveri di civili, di donne e bambine prima stuprate, di una città saccheggiata casa per casa, negozio per negozio. Tutto come a Bangasi e a Misurata. Alla guida e all’insegnamento delle orde di tagliagole nel nome di Allah, di Sarkozy e di Obama, i professionistii occidentali di decimazioni collaudati in Iraq e Afghanistan.
Il pifferaio della Farnesina, caricato a molla dal serialkiller Obama, si trascina dietro torme di ratti assatanati di croste scartate da mozzarellari alla diossina: carriera. I primis riconoscenza tra coloro che gestiscono la camera della morte. Flauteggia, per esempio, sui quattro giornalisti italiani malmenati e rapiti dai “gheddafiani” e poi liberati (implicitamente “dai ribelli”). Gli offrono zelanti conferma i quattro esemplari embedded, tentacoli mediatici dei bollettini aziendali del Capitale. Peccato che sulle prime, attingendo da testimoni oculari e oculati, tutte le agenzie e i maggiori giornali dello stesso Impero abbiano comunicato che i quattro avvoltoi delle macerie erano stati presi da malviventi (leggi “ribelli”) e liberati da elementi lealisti. L’avessero confermato, i quattro eroi dell’informazione bellica, chi li sentiva i loro padroni aziendali e politici? Si distinguono tra i ratti, per il rosso marcio, i “democratici”, i diritto- umanisti, i progressisti. Nel “manifesto” che, dopo la volgarmente dispotica intemerata della Rossanda contro chi usava mettere in dubbio la qualità dei “giovani rivoluzionari” e la necessità di brigate alla spagnola in loro soccorso, si va ad altalena tra chi, come Manlio Dinucci o Alessandro del Lago, o Maurizio Matteuzzi, disperatamente cerca di trattenere sulle pagine un minimo di decenza e verità su aggressori e aggrediti, e chi, come Marina Forti, maschera islamofobia ed eurocentrismo atlantico sotto cronache ipocritamente asettiche, senza mai buttare l’occhio sul retroscena geopolitico delle missioni “umanitarie” dei ricchi del mondo. E senza mai inciampare anche in un solo corpo, magari di bambino, frantumato dai persecutori del “Cane Pazzo”. E dire che ne sono lastricate le strade della Libia. Ma non ne vedeva neanche in Afghanistan.
Astarotte che celebra messa
Il colmo del grottesco lo celebra nel “manifesto” il solito Stefano Liberti. Forse per un colpo di questo sole, fatto mostro dalla sapienza ambientalista dei necrofori, forse per un irrefrenabile impulso all’imitazione di “Scherzi a parte”, la direttrice Rangeri ha affidato a questo noto celebratore delle virtù dei “giovani rivoluzionari”, a Bengasi mentre tutt’intorno a lui venivano scuoiati lavoratori neri e uccise famiglie di non consenzienti, un articolo intitolato, tenetevi forte, “La prima vittima della guerra e la verità. Mai così vero come nella guerra libica”. Questo immenso bugiardone, chierico del menzognificio Nato fin dal primo giorno, che ha impestato il mondo di olio di ricino etico per ungere la strada alla marmaglia wahabista stipendiata dai satrapi del Golfo e ai colonialisti di ritorno, ha il coraggio di denunciare menzogne di guerra! Quali poi! Elenca rapidamente un paio delle balle demenziali già sputtanate, come il viagra da stupri collettivi, o le città conquistate solo nelle immagini taroccate del canale del tiranno del Qatar, o i “mercenari africani di Gheddafi”. Ma questa strepitante prefica, che lamenta le bugie e “l’assoluta impunità” che ne copre i propagatori, fa pure il furbetto e, sbandierando, con mano sporca di mendacio, fa suo quello che definisce il “travisamento quasi patologico della verità”, mettendo sullo stesso piano le menzogne dei “giovani rivoluzionari” (mica della Nato, che sia mai!) e quelle di Gheddafi. Anzi, queste ultime risultano le più efferate: il leader che avrebbe ordinato di “snidare i drogati strada per strada” (un falso smentito dalle registrazioni: aveva promesso l’amnistia a chi cedeva le armi e l’arresto a chi le teneva e usava contro il paese), Bengasi che si sarebbe “sollevata in massa”, quando da Bengasi sono fuggite 50mila famiglie terrorizzate dagli orrori compiuti dai golpisti. Ma l’astuzia massima del “giornalista” del “quotidiano comunista” è quella che corona il finale. Perché i ribelli hanno mentito? Ma è ovvio, perché sono cresciuti “nel contesto di una Repubblica delle Bugie”. La “bugia istituzionale è diventato il loro modello di riferimento”… e loro, poveretti, “non hanno fatto altro che riprodurlo”. Già perché la Nato, loro Santo Subito, i regimi che compongono questo democratico concorso di civiltà, sono la più trasparente fucina di verità. Il paradosso con le stellette, Liberti, un passettino avanti però l’ha fatto. Gli va riconosciuto: dopo decine di farfugliate d’amore per i giovani rivoluzionari di Bengasi, stavolta a questi “giovani rivoluzionari” ha messo le virgolette. Deve essergli costato! Mettere uno così a scrivere di menzogne e verità e come affidare a un prete irlandese un orfanotrofio. Il potere ci si diverte.
Lo schifo oltre lo schifo
Non c’è niente di più simile alla rete fognaria di una metropoli monnezzara e cagona, che la rete mediatica dei nostri giorni. Ci sono canali con acque più o meno nere. Qui parlo della cloaca massima. Di un gaglioffo strascreditato, sia per la prosa tortuosa e fuffarola, sia per ciò di osceno quella esprime, condannato x-volte per omicidio e scampato alla totalità della condanna grazie ai suoi atti di sconcio asservimento alla criminalità organizzata ufficiale, burina o cosmopolita, c’era da aspettarselo- Ci sono anni di precedenti del suo sicariato mediatico (“Panorama”, “La Repubblica”, “Il foglio” del commilitone Ferrara) ovunque la necrofagia dei predatori finanziari e militari potesse avvantaggiarsi dei suoi miserabili puntelli. Adriano Sofri, spurgo tossico dell’intellighenzia nazionale, dopo essere stato il leader di un’organizzazione di cui si fece indegno, Lotta Continua (ero al giornale con lui, lo presi a cazzotti per la sua dispotica arroganza), è risalito la scala della rispettabilità pubblica offrendo lieto, piolo dopo piolo, il prezzo dell’autodistruzione morale e politica. La scala è lunga quanto gli anni che lo separano dai servizietti a Craxi. Un ristretto florilegio: le falsità, commissionategli dai servizi segreti bisognosi di pretesti per distruggere Jugoslavia e Serbia, sulle stragi del mercato di Sarajevo, 1993 e 1995, attribuite ai serbi e provate dall’inchiesta ONU responsabilità del compagno fascista Itzebegovic; la satanizzazione di Saddam e dell’Islam, il soffietto democraticista alle destabilizzazioni e ai golpe delle varie rivoluzioni colorate, l’avallo alle mistificazioni dell’11 settembre e seguenti, la militanza alla Apelius per ogni crimine di guerra, l’intimità con i nazisionisti perfino su Gaza… Non se ne è lasciata mancare una, Sofri, di occasioni per dare il suo contributo alle dittature e ai terrorismi del Capitale.
Riassumo le tracce che questo muselide ha evacuato su La Repubblica il 24 agosto scorso. “Sogno una polizia del mondo, catastrofica la rinuncia ad abbattere Gheddafi, irresponsabile non distruggere con tutti i mezzi la tirannide sanguinaria di un buffone, buffone sanguinario che pianta le tende a palazzo Marigny, mentre Sarkozy sfotte l’ottimo Bernard Henry Lévy che lo rimprovera di averlo ricevuto” (questo pagliaccio reazionario, pseudofilosofo come il nostro cacasenno da robivecchi della letteratura, caricatura goblin del pensiero politico, cantore di ogni infamia, è di Sofri il modello supremo). E poi avanti: “fare stragi di civili per abbattere regimi è la contraddizione largamente inevitabile nelle relazioni internazionali; chi vi si sottrae per rispetto alla cosiddetta sovranità nazionale (cosiddetta!) si fa complice attivo di crimini immani”. Trema, Sofri, al pensiero di “cosa sarebbe accaduto alla popolazione indifesa di Bengasi se la Nato non avesse impedito ciò che Gheddafi e i suoi ferocemente giuravano”. Che Gheddafi non ha mai giurato, né immaginato, ma che i briganti del golpe hanno attuato oltre ogni immaginazione splatter darioargentesca.
Non rinunciando a nessuna leccatina ai piedi di coloro a cui deve farsi perdonare, non tanto l’assassinio (si trova tra compari), ma di aver alimentato e organizzato una speranza rivoluzionaria, Sofri pietisce attenzione e remunerazione ai carnefici dissotterrando altri pezzi dall’obitorio: “Sebrenica, Ruanda, Kosovo, il Tibet, gli Uiguri”. Autocastratosi sul piano dell’originalità ideologica, Sofri è ridotto a copiare gli ordini di servizio di Cia, Mossad, MI6 . E meno male che c’è un Tribunale Penale Internazionale che incrimina esclusivamente personaggi dalla pelle più scura e che non stanno alla disciplina della Gestapo planetaria. Peccato che questa benedetta polizia del mondo, dall’ “efficacia universale” contro chi sfugge al brigantaggio di cui Sofri è canarino, quel debosciato di Ban Ki Moon non sappia metterla in piedi. Ma menomale – è questa è grossa – che “Obama ha mostrato di stare dalla parte della primavera nordafricana”. Di quella normalizzata dai generali e fantocci USA-UE in Egitto e Tunisia. Mica dell’altra, quella che l’Obama arabo e primaverile ha lasciato e lascia triturare in Bahrein e Yemen, con migliaia di morti, di cui ci si compiace, mentre si è goduto dei diritti umani importati a Gaza da Piombo Fuso sulle ali dei bombardieri e dei missili d’uranio e fosforo forniti dagli Usa. E menomale che Sarkozy – e questa è ancora più fetida – “forzò la mano a Lega Araba e ai liberatori e salvatori dei diritti umani del Qatar e degli Emirati”, peraltro impegnati a sterminare ribelli dalle loro parti, “e proclamò l’impegno giacobino della Francia ovunque siano minacciati la libertà dei popoli e la democrazia”. Aspettiamo una prossima rettifica storica dell’eccidio degli indiani d’America, inizio di un pallottoliere sul cui il nostro vorrà calcolare i trionfi della democrazia Usa.. Poi l’omuncolo si adira: “Ma come la Libia sì e la Siria no?” Per favore, anche se non c’è il petrolio (questa gli è sfuggita), “in Siria sì”. 20mila morti, almeno, in Libia non bastano a questo botolo mannaro. Il lugubre ruffiano, come ho detto, non si nega nulla e a forza di “interposizione e prevenzione” da generalizzare (alla jugoslava o irachena, 1.5 milioni di vittime dell’embargo) arriva all’auspicio che lo consacra quanto da trent’anni cerca di essere: al meglio un buffone di corte, al peggio un bruffolo della metastasi del capitalismo impegnato nell’estinzione planetaria: “l’intervento di terra, fosse pure a costo della sporca nozione di guerra mondiale”. Quel “sporca” era un atto dovuto all’ipocrisia, che si sa madrina del vizio. Giacchè “ l’esclusione di ogni intervento di terra”, per completare la mattanza, “è un feticcio ingiustificato e anche odioso, espressione del culto imbelle dei nemici di principio di ogni ingerenza”.
Il sogno supremo di Sofri? Un paese democratico e custode dei diritti umani come il Qatar, generosamente precipitatosi in soccorso di una Libia che detiene un petrolio assai più apprezzato del suo, che non aspetta altro che installare sul trono della repubblica rivoluzionaria l’erede dell’illuminato monarca Idris e che dunque viva la vita felice dei sudditi di una famiglia Khalifa Al Thani che dal 1824, per grazia di ottomani e inglesi, ha potuto servire efficacemente i padroni coloniali facendo dello Stato proprietà privata sua e dei soci di maggioranza esteri e dei suoi abitanti un popolo disperso che nome non ha. Per Sofri, l’emiro del Qatar è del mondo arabo, anzi, del mondo, il battistrada.
Ce n’è per vomitare ancora. Quanto, tuttavia, qui si è rigurgitato di sofrismo dovrebbe bastare per annichilire nella vergogna anche l’ultimo stronzo nostalgico del “leader di Lotta Continua”. Questo è il suo finale: “Siamo liberi, abbiamo gridato noi nel 1861, o nel 1945… furono belle giornate”. Già, per te che ti maceri nel rimpianto di non aver potuto essere un Crispi, o un Junio Valerio Borghese
Chi è Jibril
Mahmud Jibril, capomafia di Bengasi. Abbiamo visto questo ominicchio da Berlusconi elemosinare, in cambio di qualche litro di benzina, 350 milioni di dollari rubati al popolo libico (mentre nella Commissione Sanzioni dell’ONU solo il Sud Africa è riuscito a stoppare la rapina Usa di 1 miliardo e mezzo di dollari del Fondo Sovrano Libico, congelati dai predatori per trasferirle nelle tasche proprie e in quelle dei mercenari libici e di altri briganti di strada). Questo burattino sta guadagnandosi rapidamente il riconoscimento occidentale di partner affidabile, come il narcos Karzai o l’assassino di massa Al Maliki, nella depredazione del proprio popolo. Direttore, nel governo libico legittimo, dell’Ufficio Nazionale per lo Sviluppo economico da anni l’infiltrato lavorava alla demolizione delle conquiste sociali, della sovranità e dell’autosufficienza della Libia. Addestrato negli Usa a “Pianificazione Strategica e processi decisionali”, corso per rapinatori imperialisti, era diventato l’interlocutore privilegiato di aziende di consulenza internazionali, prevalentemente britanniche e statunitensi, cioè dei paesi che rosicavano per essere tenuti ai margini della greppia libica. Come tale, ha speso le sue migliori energie al servizio di multinazionali e regimi occidentali, ansiosi di ricondurre la Libia renitente, attraverso rapine, liberalizzazioni, privatizzazioni, esclusioni di potenze rivali, soffocamento della strategia gheddafiana di autonomia panafricana, liquidazione di ogni struttura pubblica, all’ordine della globalizzazione neoliberista, cioè alla condizione di stato fallito e di colonia da predare. Bloccato e neutralizzato da Gheddafi due anni fa, insieme alla risma di sciacalli riunitasi attorno a lui e impedito dal fare altro danno, ha colto il primo istante del colpo di Stato per precipitarsi a Bengasi e concordare con la teppa alqaidista (scuola Cia) e con i razziatori internazionali la spartizione del bottino. Oggi va in giro attuando quanto promesso agli Usa nei cabli del 2008 venuti alla luce: Venite, stiamo cacciando Russi, Cina, India, anche quel po’ d’Europa, non c’è che da investire, anche in infrastrutture, sanità, istruzione, immobili, il petrolio per voi è gratis, e i giovani libici li istruiremo tutti nelle università americane. Quelli che non avremo sgozzati perché parte dei 6 milioni di libici che stanno con Gheddafi, che ancora Gheddafi guida e che con tanti Gheddafi renderanno rovinosi vita e furto dei crociati negli anni a venire.
Fulvio Grimaldi
Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.com
Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/08/born-in-usa-sofri-lo-schifo-oltre-lo.html
27.08.2011 27-08-2011 13:22 - criminali di guerra
Qualcuno lo dica a chi in Italia non si è opposto alla guerra Nato+Qatar+Arabia Saudita+Alleati locali perché “in Libia i migranti clandestini erano respinti e imprigionati”. Qualcuno dica cosa hanno fatto e ancor più stanno facendo a Tripoli i ribelli della Nato, i vincitori (non per meriti militari propri, ma grazie ai loro mercenari: i piloti dei bombardieri Nato, e i consiglieri franco-inglesi-qatarioti sul terreno; per non dire del rifornimento di armi e denaro). La caccia a uomini, donne e famiglie; quando sarebbe già criminale e immorale la caccia a un solo uomo, Gheddafi.
Vae victis. Nessuno processerà i vincitori.
MASSACRO DEI NERI
Tradurrò stanotte questo articolo ma intanto ecco qui: http://www.michelcollon.info/Massacre-de-Noirs-par-les-rebelles.
Ho sentito al telefono Mohamed del Niger che molti altri suoi amici sub-sahariani lavorava a Tripoli. Aspettano l'evacuazione. Rischiano la vita per quella “caccia al nero” che nell'Est libico è in corso da tempo e adesso è arrivata a Tripoli. Mohamed vive nel quartiere Gangji dove ieri mancava sia l'elettricità (fa molto caldo ed è impossibile raffrescarsi e conservare i cibi), sia l'acqua: “Abbiamo un pozzo in questo gruppo di case ma l'acqua non è potabile. E il rubinetto è secco. Sto andando a cercare acqua per la rottura del digiuno, dopo il tramonto”. Prospettive? “Siamo in contatto con varie ambasciate africane compresa la mia ma non sembrano essere al corrente di prossime navi dell'Organizzazione mondiale delle migrazioni. So che ieri sono partite delle persone ma non dell'Africa sub-sahariana. Non possiamo più stare qui”. Ovviamente se va bene l'Oim riuscirà a rimpatriare questi “danneggiati collaterali” dalla guerra Nato. Ad esempio in Niger, uno dei paesi più poveri del mondo, dove sono già tornati nel nulla decine di migliaia di lavoratori.
Il cristiano pakistano Nathaniel, che con la famiglia viveva a Tripoli da decenni, non è più raggiungibile.
MASSACRO DI FAMIGLIE LIBICHE
E non sono i neri le uniche categorie massacrate ora a Tripoli. L’inviato di France 24 dà conto ( http://www.voltairenet.org/Les-rebelles-epurent-le-quartier-d ) di come i ribelli della Nato stiano attaccando le famiglie di funzionari (anche di grado basso) che avevano a che fare con il governo. Sono state attaccate mentre erano asserragliate nel quartiere di Abu Slim. L’ospedale centrale di Tripoli, dice il cronista, è pieno di feriti, uomini, donne, bambini e anziani. E il Cnt, muto, dice France 24.
A questo proposito sono anche molto inquieta circa la sorte di tante famiglie di sfollati dall’Est libico e da Misrata. Sicuramente i ribelli della Nato li considerano dei traditori perché hanno lasciato mesi fa le zone sotto il loro controllo. Spero che la Croce rossa internazionale o chi per essa sappia di queste famiglie ora abbandonate a se stesse.
La famiglia di Noor, bambinetta di tre anni coi capelli ricci e la pelle color caffelatte, era sfollata da Derna a Tripoli con migliaia di altre, fuggite dall'Est della Libia in mano ai “ribelli”. Altre venivano da Misrata, città dell'Ovest controllata da mesi dai bengasiani, altre ancora dalle montagne Nafusa una volta prese. Famiglie filogovernative o considerate tali, impossibilitate a lavorare e fatte oggetto di minacce o violenze.
Decine di migliaia di persone si erano rifugiate in Egitto, altre a Tripoli o dintorni. Vivevano presso parenti o in strutture messe a disposizione dal governo. Fra queste un bianco villaggio vacanze per tripolini in riva al mare o quasi nel deserto, in una desolata serie di container ex domicilio di lavoratori di imprese cinesi evacuati mesi fa. Adesso probabilmente nessuno si può più occupare di loro, per il cibo, l'acqua, la sicurezza. Quelle famiglie di “sfollati dalla parte del torto” sono adesso in grave pericolo. Ci si chiede se la Croce Rossa internazionale conosca il problema.
Molti altri sfollati vivevano a Zliten (poche decine di chilometri da Tripoli), sempre ospitati in strutture lasciate vuote da compagnie straniere oppure presso parenti. Alcuni di loro avrebbero già trovato la morte la notte fra l'8 e il 9 agosto quando nel villaggio di Majer diverse bombe della Nato hanno fatto 85 morti civili.
Marinella Correggia 27-08-2011 13:20 - criminali di guerra
Alalà! :D 26-08-2011 21:14 - Galaverna