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Protagonisti dell'editoria-8
Un occhio alla singola virgola e uno al disegno complessivo
di Paola Gallo, responsabile della narrativa italiana per la EinaudiLa definizione più divertente l'ha data Michela Murgia: «l'editing è come la pulizia dei denti. Alla fine i denti sono sempre i tuoi, ma non li hai mai visti così belli». Mi piace l'immagine dello scrittore che addenta la realtà, la scrittura che incide e lascia un solco, la grafia nitida e imperfetta degli incisivi e dei canini a segnare il confine fra il nutrimento e lo scarto. E poi mi piace la brutalità di questa definizione, il tono ironico e prosaico che nasconde un'orgogliosa rivendicazione della centralità dell'autore. Ovvero, della sua responsabilità.
Mi crea un crescente disagio l'insistenza con cui da qualche anno a questa parte si parla di editing e di lavoro editoriale, dando un nome nuovo a un'attività che si svolge da sempre, silenziosa e meritoria, nel chiuso di una stanza dentro una casa editrice, dove l'autore si osserva negli occhi del suo primo lettore, e dove un lettore per passione e per professione mette tutte le sue competenze e facoltà in ascolto. Mi pare che sollecitando la vanità di chi opera per restare nell'ombra, si voglia soltanto sminuire l'autorevolezza dello scrittore. La sua capacità di autodeterminazione. Di nuovo, la sua responsabilità.
Succede di sentirsi chiedere, in tono ammiccante: «ma chi l'ha scritto, questo libro?» In copertina campeggiano inequivocabili il nome e il cognome dell'autore, si possono leggere le sue interviste, vedere le sue fotografie, ma se mi saltasse in mente di sussurrare: l'ho scritto io, gli avevo suggerito anche l'idea, ne ho tagliate 300 pagine e aggiunte 150 di mio pugno, ho fatto morire la protagonista, ci ho aggiunto qua e là qualche scena di sesso perché mancava - se mi saltasse in mente, ho la sinistra impressione che qualcuno mi crederebbe.
Per questo penso che dell'editing dovrebbero parlare gli scrittori, sempre che sia necessario parlarne: perché la lettura a quattr'occhi che avviene dentro quella stanza riguarda ancora la fase della creazione, è una forma liminare, maniacale, condivisa, emotiva, combattuta, di scrittura. Dopo anni di lavoro solitario, l'autore socchiude la porta. E la sua storia, non saprei dirlo altrimenti, sotto i miei occhi tocca terra.
Se è vero che un libro senza lettori non esiste, il primo lettore ha il privilegio e l'onere di rappresentare tutti quelli che verranno. Il lavoro dell'editor rappresenta il momento alchemico in cui l'opera si stacca dal suo creatore: nello sguardo di un lettore complice, un lettore-specchio, la figura diventa tutt'a un tratto nitida, compiuta, separata.
A volte invece ci si confronta lungo la strada, si leggono stesure parziali, inizi, abbozzi. Si ascoltano trame ancora tutte potenziali. Capita di discutere per una cena intera dei destini di creature immaginarie come fossero reali, di bere bicchieri di vino imbambolati davanti a qualcuno che ti racconta una storia, di chiedere: «e poi cosa succede?» trattenendosi a stento dall'utilizzare l'imperfetto fantastico dei bambini «ma se lui era così triste di non vederla più, perché non le telefonava?»
Capita di litigare per le virgolette, di appassionarsi all'uso improprio dei tempi verbali, di rivedere un film intero per controllare che quella battuta suonasse proprio così, di disegnare ramificati alberi genealogici e mappe di case e di strade e ricostruzioni cronologiche degne del più scrupoloso dei detective.
Capita di accorgersi che gli autori amano ripetere sempre le cose due volte, o perché la prima non era abbastanza efficace, o perché era così bella da non resistere alla tentazione di perfezionarla. Capita di vedere come brillano le stesse immagini quando rimangono da sole.
Capita di recitarsi i dialoghi facendo le vocine, di contare quanti «che» ci sono in una pagina, di appuntare a margine numeri di telefono e ricette di cucina, titoli di altri libri e complicati arabeschi di noia. Capita di piangere, o di ridere, ancora alla quinta rilettura.
Questo elenco potrebbe andare avanti molto a lungo. Un Capita per ogni autore, per ogni libro, capitolo, paragrafo, frase. Riconoscendo i tratti distintivi e l'evoluzione della scrittura, i tic linguistici, le abilità innate e quelle conquistate. Mettendo in comunicazione il libro e chi l'ha scritto, con un occhio alla singola virgola e uno al disegno complessivo. Cercando di ascoltare dentro di sé le domande razionali e la risposta emotiva. Poi, alla fine, semplicemente leggendo.
Se dovessi dirlo in una frase, direi che il lavoro di un editor è leggere dei libri con la matita in mano. La matita è per le domande. Le risposte spettano all'autore.Altri articoli sul manifesto in edicola del 27 agosto (o sull'edizione digitale per gli abbonati web)
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