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FUORIPAGINA
28/08/2011
  •   |   Francesco Epico
    Intercity 590 story: Aspettando la coincidenza

    Scendo dal treno alla stazione di Roma Termini e guardo l’orologio. Devo aspettare circa un’ora per la coincidenza. E’ una giornata torrida di una caldissima estate. L’altoparlante dice che “per il contrasto delle attività illecite sono chiusi i sottopassaggi”. Un cartello dice che “è vietato attraversare i binari, usare gli appositi sottopassaggi”. Mi sento un po’ confuso e poi mi dico che, per fortuna, non ho binari da attraversare. Entro nel gigantesco atrio senza una meta precisa e ammiro la maestosità della stazione di Roma e la moltitudine di gente che ospita nella sua pancia.

    E’ l’ora di pranzo e quasi quasi ne approfitto per mangiare il panino che ho nella borsa da viaggio. Non ho particolarmente fame, ma mangiare subito il panino mi consente di non farlo a bordo del treno che dovrò prendere fra un’ora. Odio mangiare in treno. Riesco a trovare un angolino discreto in cui appartarmi e apro la borsa. Che caldo che fa! Prendo subito la bottiglietta dell’acqua e me la porto alla bocca. E’ bollente come l’acqua della vasca da bagno e mi sembra pure di sentire l’odore della schiuma e dei sali. Che schifo. La ripongo in borsa e mi alzo: devo comprare qualcosa di freddo. Esco dalla stazione e vedo il marchio di una nota catena di panini, quelli degli gli hot dog che si son fatti la plastica come le soubrette e degli hamburger composti con una specie di poltiglia che loro chiamano, in maniera fiduciosa, carne macinata. Ho poco tempo e devo accontentarmi di quello che passa il convento. E poi mi serve solo qualcosa da bere, qualcosa che sia gassata e soprattutto ghiacciata, il panino lo ho in borsa.

    Appena spingo la porta d’ingresso vengo investito da una nube di freddo, di quelle che sai che ti fanno tanto male perché sei sudato, ma chissenefrega. Il mio corpo mi manda una mail di ringraziamento ed io rispondo con una pacca sulle spalle: con ogni probabilità sono ai primi sintomi di farneticazione da calore. Appoggio la borsa su uno sgabello libero e mi dirigo verso il banco. Stranamente non c’è molta gente e si notano diversi posti vuoti. La signorina-hamburger, con il cappellino calato sugli occhi, mi guarda con un sorriso ipocrita come quello dei candidati alla campagna elettorale, chiedendomi cosa desidero. Una birra ghiacciata, rispondo, quella più ghiacciata che avete. E poi? Chiede la signorina-hamburger-candidata. E poi basta, ribatto. Dopo avermi squadrato da capo a piedi e dopo aver cancellato il sorriso bugiardo dal suo volto, la tizia mi spilla la birra in un bicchiere di plastica (bleaa) e me la porge con ostentato disinteresse. Che occasione che mi sto perdendo! Ho l’impressione che se le avessi chiesto un big-burger con doppia razione di maionese strabordante, forse avrebbe potenziato il suo sorriso con un occhiolino ammiccante. Se poi mi fossi spinto fino ad ordinare anche un cartoccio di patatine in sale grosso e fritte in un buon olio da motore, avrei addirittura scroccato il suo numero di telefono. Pazienza!

    Torno allo sgabello e tiro un sorso robusto di birra ad occhi chiusi e sento partire l’applauso delle ghiandole della goduria. Una di esse mi chiede il bis, ed ho tanta voglia di accontentala. L’aria condizionata è diventata sopportabile e guardo dalla vetrata i beccheggi del calore che hanno inondato la strada, là fuori. Libero mezzo panino dalla carta argentata e ne azzanno un pezzo. La mortadella è più gustosa quando è appena affettata, ma a me piace lo stesso quel profumo. Alzo gli occhi verso la signorina-cartellone-pubblicitario-elettorale e la vedo che cammina verso di me. Dal suo atteggiamento eufemisticamente stizzito, mi faccio l’idea che non sta venendo a chiedermi un appuntamento per quella sera. Signore, mi dice, qui non può mangiare quel panino, e mi si pianta a mezzo metro con le mani sui fianchi. Guardo il sandwich cercando di capire di quale colpa può essersi macchiato e, francamente, lo trovo innocente e anche molto aggarbato. Ma qui a Roma mangiano tutti, signorina. Sfodero il mio miglior sorriso versione comfort nella speranza di aver pronunciato una battuta che la farà sorridere. Dopo avermi chiesto se ero sempre così spiritoso o se a volte sapevo fare anche di meglio, gira i tacchi e se ne va. Un altro morso al mio panino e un’altra gustosa sorsata di birra. Non passano neanche due minuti che mi sento una mano sulla spalla: sono Rambo e Rocky insaccati in una maglietta con su scritto security e di un paio di misure più piccole della loro taglia. Mi guardano masticandosi le mascelle e, siccome ho il pregio di capire le cose abbastanza velocemente, prendo a riavvolgere il mio panino nella carta, bevo la birra restante in un unico sorso, saluto gentilmente la signorina che aveva riacquistato il suo sorriso in scatola e che avrebbe fatto carriera, ed esco.

    Non si può mangiare un panino normale in un posto dove vendono panini speciali, penso sorridendo tra me e me. Ma quelle che mi avete proibito di mangiare nel vostro locale, miei cari gemelli Rambo e Rocky, non sono due semplici fette di pane con dentro della mortadella un po’ rinsecchita. Quelle che mangerò più tardi in un treno che porta al nord, sono pennellate d’autore che racchiudono il profumo di casa mia, che portano dentro la dolcezza delle mani di chi le ha preparate, la fragranza dei sentimenti ed il tono melodico del ricordo appena nato.

    Le fette di pane che mi avete impedito di mangiare non rispondono alle leggi del marketing ne alla libidine del consumismo, non hanno bisogno di tonnellate di ketch-up per sembrare più accattivanti.

    Il caldo ricomincia a prendermi alla gola. I fratelli di taglia mi osservano da dietro ai vetri e sono felici e fieri per aver sventato un attacco alla loro costituzione commerciale. Li lascio lì, sotto i getti di aria fredda e nella loro convinzione che l’America è meglio.

    Io mi porto via le mie fette di pane, quelle impastate con il grano che ancora matura al sole.

     

     

     

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I COMMENTI:
  • @ Roma: molto fredda purtroppo
    @ Giovanni: bella l'immagine di Alice delusa
    @Gianni: ci stanno cancellando le botteghe della porchetta e dei pezzi di storia
    @Ornella: dobbiamo resistere sui sentimenti.
    @Leonidas: noi siamo per il pane cafone e pieno di sapori antichi. 29-08-2011 23:56 - Francesco Epico
  • Sono totalmente d’accordo con te!
    Due sane fette di pane “cafone” da cui occhieggino invitanti balze e volant di odorosa mortadella sono una scelta di vita.
    Una sorta di antidoto contro la cartellonistica plastificazione dei cibi che il Mac-marketing propone aggressivamente ai nostri occhi ignorando totalmente i nostri palati ormai intorpiditi.
    Diventano persino un talismano contro i malefici che streghe e stregoni al soldo di Trenitalia studiano ai danni degli ignari passeggeri.
    Che sia per questo che nonostante il pendolarismo tieni duro così baldanzosamente? 29-08-2011 10:41 - Leonidas
  • Simpatico il tuo racconto, denota una realtà che si verifica quotidianamente e che non fa certo onore a noi italiani facenti parte di quella gente che crede ancora nei valori e nei sentimenti umani. 29-08-2011 08:19 - Ornella Donatella
  • Bel racconto. Molto ben scritto. Io da parte mia cerco sempre di evitare i ristoranti delle stazioni ferroviarie. Nei Mac Donald's poi non ci metto mai piede. A Roma Termini subito fuori dalla stazione una volta esistevano delle piccole botteghe dove si potevano mangiare dei panini di porchetta a prezzi modici. Adesso non ci sono più, sostituite da ristoranti cinesi, turchi, indostani, montenegrini eccetera e dai negozi che vendono chincaglierie per turisti. Tutto distrutto dal concumismo. Meglio portarsi il panino da casa. 29-08-2011 06:19 - gianni
  • Mi sembra il viaggio di alice in un mondo dove non esistono più meraviglie. Complimenti, scrivi bene. 28-08-2011 19:45 - giovanni
  • bel racconto! ci sono molti spunti, ma soprattutto emerge la voglia di aggrapparsi ai sentimenti, mentre il mondo che cambia ci scaraventa in una realtà consumistica e "artificialemnte" fredda. 28-08-2011 19:43 - roma
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