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Mattia Carratello
Lavoro editoriale -9. Cinici e scaltri è proprio vero
Di recente l'industria editoriale, e soprattutto gli editor che ci lavorano, vengono additati come i primi responsabili della corruzione del sistema culturale e letterario italiano. Definiti da più parti come Grandi Furbi, Scaltri Professionisti, Cinici Manager, Controllori della Letteratura e così via, gli editor si scoprono colpevoli di molte nefandezze, e soprattutto della definitiva trasformazione dell'oggetto libro in merce tout court, con caratteristiche ormai più affini a quelle dei classici pannolini che a quelle di un complesso, multiforme, ineffabile, ineguagliabile manufatto, profumato di carta-e-colla.
Ebbene, cari Lettori, Colleghi, Editori, diciamolo pure: è tutto vero. Noi editor (credo di poter parlare con circospetta sicurezza, sono diversi anni che mi occupo di narrativa straniera per case editrici medie e grandi, da Fanucci a Stile libero a Neri Pozza) in effetti manipoliamo i nostri libri (quelli che abbiamo acquisito dall'estero), gli autori italiani (di cui riscriviamo pagine intere o a cui imponiamo faticose revisioni, pena l'allontanamento dai programmi o la minaccia dell'insuccesso), i lettori (con «strilli», titoli, copertine suadenti e irresistibili), i mezzi di comunicazione, i premi letterari - al solo fine di vendere copie, molte copie, di entrare in classifica, di rimanerci a lungo. Insomma, come si dice, siamo commerciali, televisivi, assuefatti, conformisti, facilmente capitalisti e postmoderni.
In realtà ne combiniamo ben altre. Esistono molte tipologie di editor, a seconda dei libri di cui ci si occupa. La differenza tra selezionare oppure editare un romanzo commerciale o letterario, una saggistica «alta» o di attualità, manuali pratici (cucina, giardinaggio e così via) o divulgativi, graphic novel o libri per ragazzi è da un lato notevole e dall'altra minore di quanto possa sembrare. Ciò che davvero accomuna il mestiere di tutti gli editor è da un lato il confronto immediato e brutale con il mercato, dall'altro il dover rispondere del proprio operato (in termini di successo, di valore, di profitto, a volte di prestigio) a chi investe i soldi per pubblicare quei libri e garantire i nostri medi stipendi.L'editoria libraria, tra le varie industrie culturali, è del tutto priva di sostegni economici esterni, statali, istituzionali. Non esiste quasi più nulla di quel poco che esisteva, e che sta venendo disastrosamente e ciecamente cancellato, nel cinema, nel teatro, nell'Opera, nei periodici. E, comunque, i pochi contributi ancora erogati sono deboli, male assegnati, sempre insufficienti. Chi pubblica libri spesso insiste a farlo a proprie spese, investendo le proprie risorse economiche, e cerca un profitto a partire da quegli stessi volumi che ha scelto di portare in libreria e proporre all'attenzione dei lettori. Ciò comporta che se un editor si ostina (accade anche questo) a non trovare libri di successo non funziona, perchè in effetti non può dirsi editor chi è senza successi, ed è anzi nella ricerca di nuovi «best seller» che la categoria ha saputo maturare un codice operativo tale da permetterci la sopravvivenza, un codice fatto di astuzia, capacità analitica, cinismo, spregiudicata arguzia. Questo codice dell'ditor (che sempre fantastica su un potenziale Codice da Vinci, o su una nuova pietra filosofale) ha una serie di regole che volentieri condivido, tanto sono già davanti agli occhi di tutti.
Dunque, intanto è bene ripetere che: quando emerge qualcosa di nuovo, che sia una rilettura bacchettona ma sexy dei vampiri, una declinazione cool e nordeuropea del noir, oppure una rivisitazione ambientata in nazioni e metropoli esotiche (Bombay, Kabul, Iran, Pakistan) del romanzo sentimentale e possibilmente strappalacrime oppure di quello di leggera ma toccante analisi sociale, noi editor siamo convinti che i lettori non saranno sazi dei primi, sorprendenti successi, ma ne vorranno di più, almeno per qualche anno. Ovviamente abbiamo ragione, quindi produciamo decine di ripetizioni con leggere varianti di titoli, copertine, argomenti.
Imitare e a volte copiare: se un altro editore ha prodotto qualcosa che funziona (un termine chiave nelle nostre riunioni), lo si può sempre rifare. Che si tratti della carta utilizzata per la copertina, di un genere di illustrazione o di foto (quanto funzionano bene il ragazzino o l'adolescente che ti guardano negli occhi?), delle scelte lessicali di un titolo, copiando o quanto meno imitando per bene, possiamo acciuffare lettori. Lo possiamo fare proponendo loro un odore: profumo di letteratura, puzza di scandalo, fetore di politica o essenza di vita vissuta, e così via. È ovvio che funzionerà visto che funzionava già prima.Spostare: quando le cose si mettono male possiamo provare direttamente a pubblicare gli autori degli altri. Gli italiani, se le finanze lo permettono. Perché non tentare di avvicinare il dominatore delle classifiche, l'esordiente che tanto ha impressionato quando è uscito per il piccolo editore indipendente («da noi avrebbe venduto di più» e poi «quando un autore cresce merita un editore più grande»). Perché non chiedere loro un piccolo libro, poi medio e poi enorme? («tanto gli autori vogliono solo il successo»). E, già che ci siamo, spostiamo anche l'intera opera di un grande scrittore straniero, possibilmente morto e già interamente pubblicato con efficacia presso qualche altro editore, lo curiamo e traduciamo a dovere, e lo promuoviamo con dovizia e serietà. Con il nostro marchio non potrà che andare meglio, il lavoro da fare non è tanto, certo bisogna convincere l'agente. A volte anche questo funziona.
Camuffare: in certi casi è estremamente intelligente (dal punto di vista editoriale) provare a convincere i lettori che i nostri libri sono diversi da ciò che sono. Può capitare di vendere più copie se rivestiamo di letterarietà un discreto romanzo medio (il ricercatissimo good bad book, basta guardare le classifiche per trovarne numerosi) oppure se doniamo un'aura tranquillizzante a un testo complesso e respingente: ci aiuta il marchio, quello che sta in copertina, quello dell'editore, che spesso dice più di quan to non dicano il titolo e lo stesso autore. Bisogna saperlo usare bene, il marchio, soprattutto se di blasonata tradizione.
Ecco, queste sono soltanto alcune delle regole del nostro Codice Segreto, e sono tutte infallibili. Certo, capita che i lettori ci spiazzino, capita che non colgano i nostri rassicuranti segnali, e persino che non si lascino convincere. È in momenti come questi che ci viene il dubbio: forse potremmo fare editoria anche in un altro modo? Rinunciando a tutte queste strategie, costringendoci a un po' di fair play con i lettori e prima di tutto con le persone coinvolte nel nostro mestiere? Rispettando il lavoro altrui senza depredarlo, ragionando sul valore e sui vantaggi offerti dalla possibilità di diversificare i libri invece di ripetere formule già usate da altri? Ogni tanto succede: alcuni di noi provano effettivamente a rompere il circolo vizioso e a inaugurare qualcosa di più coraggioso. Fortuna vuole che ormai persino gli editori parlino compatti della necessità di una decrescita nella produzione di libri e di un auspicabile riequilibrio. Bisogna pubblicare meno titoli, i librai non ce la fanno, il pubblico è disorientato, la qualità si abbassa. Arriverà un giorno in cui finalmente verrà chiesto a noi editor di acquisire, editare, proporre e lanciare meno volumi... «Per cortesia, pubblichiamo solo quelli che si vendono».
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