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FUORIPAGINA
29/08/2011
  •   |   Immanuel Wallerstein
    Le conseguenze mondiali del declino statunitense

    Un decennio fa, quando io e alcuni altri parlavamo del declino statunitense, incontravamo nella migliore delle ipotesi un sorriso di sufficienza per la nostra ingenuità. Gli Stati Uniti non erano forse l'unica superpotenza impegnata nei più remoti angoli della terra, capace di averla sempre vinta? Questa era l'opinione condivisa da tutto lo spettro politico.
    Oggi quella del declino, del grave declino degli Stati Uniti, è una banalità. La sostengono tutti, tranne alcuni politici statunitensi che temono di essere accusati del problema se ne discutono. Ma la verità è che oggi pressoché tutti sono convinti della realtà del declino. Quello di cui si è discusso molto meno è quali siano state e quali saranno le sue conseguenze mondiali. Il declino ovviamente ha radici economiche, ma la perdita del quasi-monopolio del potere geopolitico un tempo esercitato dagli Usa ha conseguenze politiche di notevole portata un po' ovunque.


    Partiamo da un aneddoto riferito nella Business Section del The New York Times il 7 agosto. Un consulente finanziario di Atlanta «ha premuto il pulsante antipanico» per due ricchi clienti che gli avevano chiesto di vendere tutte le loro azioni e comprare un fondo comune di investimento un po' protetto. L'agente ha sostenuto che, in 22 anni di lavoro nel campo non gli era mai capitato di ricevere una simile richiesta. «Un episodio senza precedenti». Il giornale aveva definito la cosa come l'equivalente per Wall Street dell'«opzione nucleare». Andava contro il consiglio santificato di rispettare il piano d'investimento prescelto malgrado le oscillazioni del mercato.
    Standard & Poor's ha declassato il credito degli Stati Uniti da AAA ad AA+, anche questo un fatto «senza precedenti». Ma si tratta di un'azione tutto sommato blanda. L'equivalente agenzia in Cina, Dagong, aveva già declassato il credito americano nel Novembre scorso ad A+, e adesso l'ha ridotto ad A-. L'economista, Oscar Ugarteche, ha dichiarato gli Stati Uniti una «repubblica delle banane». Ha detto che gli Usa «hanno scelto la politica dello struzzo sperando in tal modo di non annichilire le speranze ». E a Lima la settimana scorsa i ministri delle finanze degli stati del Sudamerica si sono riuniti per discutere con urgenza di come isolarsi meglio dagli effetti del declino economico statunitense. Il problema è che è molto difficile per chiunque isolarsi dagli effetti del declino degli Usa. Malgrado la gravità della loro decadenza economica e politica, gli Stati Uniti restano un gigante sulla scena del mondo, e qualunque evento su quella scena ancora produce grosse onde in tutto il resto del pianeta.


    Certo il maggior impatto del declino Usa si avverte, e così continuerà ad essere, negli Stati Uniti stessi. Politici e giornalisti parlano apertamente della «disfunzionalità» della situazione politica statunitense. Ma come potrebbe non essere disfunzionale? Il fatto più elementare è che i cittadini degli Usa sono sconcertati dal dato stesso del declino. Non è solo che i cittadini soffrono materialmente per quel declino, e sono spaventati all'idea di dover soffrire ancora di più in futuro. Il fatto è che hanno creduto fermamente che gli Stati Uniti fossero la «nazione eletta» scelta da Dio o dalla storia per essere il modello del mondo. E il presidente Obama continua a ripetere loro che gli Usa sono un paese «tripla-A».
    Il problema per Obama e per tutti i politici è che ormai solo pochissimi ancora ci credono. Lo shock per l'orgoglio nazionale e per l'immagine di sé è formidabile, ed è anche improvviso. E il paese sta reagendo malissimo. La popolazione cerca capri espiatori e si scaglia selvaggiamente - e senza troppa intelligenza - contro le parti presunte colpevoli. L'ultima speranza sembra essere quella di dare la colpa a qualcuno, il che permetterebbe di trovare un rimedio cambiando la gente al potere.


    In generale, è sulle autorità federali che si punta il dito - il presidente, il Congresso, i due maggiori partiti. È molto forte la tendenza a chiedere più armi a livello individuale e una riduzione dell'impegno militare statunitense fuori del paese. Buttare tutta la colpa su chi sta a Washington porta a una volatilità politica e a lotte intestine ancora più violente. Gli Stati Uniti oggi sono, direi, una delle entità politiche meno stabili del sistema-mondo.
    Questo rende le lotte politiche interne disfunzionali e fa degli Stati Uniti un paese incapace di esercitare vero potere nel mondo. Di conseguenza si assiste a una grave caduta di fiducia nei confronti degli Usa e del loro presidente da parte dei paesi stranieri tradizionalmente alleati degli americani e della base politica del presidente in patria. I giornali sono pieni di analisi degli errori di Barack Obama. Chi può dare loro torto? Potrei facilmente elencare decine di decisioni prese da Obama che a mio parere erano erronee, codarde e qualche volta decisamente immorali. Ma mi domando: se avesse preso le decisioni tanto migliori che la sua base ritiene avrebbe dovuto prendere, avrebbe davvero fatto tanta differenza? Il declino degli Usa non è il risultato delle decisioni improvvide del suo presidente, ma delle realtà strutturali del sistema-mondo. Obama può ancora essere l'uomo più potente del mondo, ma nessun presidente degli Stati Uniti è o potrebbe essere potente come quelli di un tempo.


    Siamo ormai in un'era di fluttuazioni acute, rapide e costanti - nei tassi di cambio delle valute, in quelli di occupazione, nelle alleanze geopolitiche, nelle definizioni ideologiche della situazione. La rapidità e la portata di quelle fluttuazioni produce l'impossibilità di fare previsioni sul breve periodo. E senza una certa ragionevole stabilità sulle previsioni di breve periodo (tipo tre anni), l'economia-mondo è paralizzata. Tutti dovranno essere più protezionisti e introspettivi. E il tenore di vita scenderà. Non è un bel quadro. E anche se ci sono tantissimi aspetti positivi per molti paesi proprio per via del declino Usa, non è affatto detto che - nei violenti sballottamenti della barca dell'economia mondiale - altri paesi riusciranno davvero a trarre il profitto che sperano di trarre dalla nuova situazione.
    È giunta l'ora di dedicarsi ad una ben più sobria analisi sul lungo periodo, di dare giudizi morali più chiari su quello che l'analisi rivela, di una ben più efficace azione politica negli sforzi dei prossimi 20-30 anni per creare un sistema-mondo migliore di quello in cui oggi siamo tutti impantanati.

    traduzione di Maria Baiocchi


I COMMENTI:
  • L'intervento di Jack sulla presunta intrinseca imbecillità del popolo americano è la classica affermazione inutile da commentare, solo il frutto di suggestioni personali unite ad una fede di tipo religioso. Ogni altra parola in proposito sarebbe sprecata. Io ci ho fatto un dottorato negli Usa, e tutta questa imbecillità non l'ho vista. Forse pensavo troppo a studiare... 31-08-2011 10:36 - Giuseppe
  • Non mi sembra ci sia un de-clino particolare. i ricchi americani riempiono le classifiche di Forbes ora piu' che mai. Semmai c'è un presidente della banca centrale al soldo delle "mafie" finanziarie che rubano ai poveri per dare ai ricchi, e noi continuiamo a fingere di non capire che finche a questa gente verra' consentito di "s-parlare" a mercati aperti si continuera' a "barare" legalmente nel casino' dei mercati...in questo senso ha ragione la Marcegaglia a dire che la tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo è una buffonata perchè esse agiscono a livello globale.. 30-08-2011 18:58 - thor
  • Gli Amerikani - sì, con la Kappa, che per chi non lo sapesse è un simbolo di spregio e non un errore di battitura - sono sempre stati un popolo di imbecilli esaltati. Ovvio, con le dovute eccezioni, ma, si sa, le minoranze non hanno rilevanza statistica, purtroppo.
    Il fatto grave è come un intero pianeta abbia fatto finta di nulla per anni, per non dire secoli - e sì che di elementi per capirlo ce n'erano, eh? - vuoi per spirito ingenuo di emulazione, vuoi per connivenza affaristica, fatto sta che ci siamo ameriKanizzati un pò tutti e adesso ne si paga tutti le conseguenze. Siamo tutti impantanati perchè al momento giusto abbiamo fatto la stupida scelta di prenderli come esempio di vita, modello di riferimento; insomma, abbiamo creduto alla loro stessa favola dell'investitura divina. E adesso paghiamo quella Kazzata. Amen. Pace e Bene a tutti. 30-08-2011 18:24 - Jack
  • l'articolo di IW da spunti utili per pensare. Mentre alcune, tante, critiche all'articolo ( "bipolari" e implacabili) mi paiono, purtroppo, meno stimolanti e un pò stantie. Lo stimolo a pensare (chi? tutti!)ad un nuovo assetto mondiale mi sembra non sia solo buttato là, ma si presenti come una necessità del presente e, sopratutto, un grande tema, una grande meta che può dare idee e suggerire percorsi - analitici, politici, di movimento - per contrastare il cinismo che sta dilagando, ovunque. Certo, nel lungo termine saremo tutti morti, ma i lettori del manifesto devono solo pensare all'oggi? Se è così perchè leggere e sopratutto fare un giornale come questo? Anche a me parrebbe utile un "viaggio" tra la sinistra americana e purtroppo si fanno sempre meno le grandi inchieste, quelle che aiutano a conoscere un pò meglio la realtà e ampliano la visione spostando il campo di osservazione. È solo mancanza di mezzi? 30-08-2011 17:31 - altro Pino
  • Per l'autore dell'articolo, più che la ccaduta degli USA mi sembra che abbia dimenticato che siamo di fronte ad una crisi globale. Per altri commentatori coem il sig Mariani, mi sembra che stiano gongolando guardando i problemi dell'odiato nemico di sempre... senza rendersi conto che stanno vivendo in paesi che sono travolti dalla setssa crisi. 30-08-2011 17:08 - Fabio
  • Dio aiuti gli Stati Uniti d’America e salvi noi dagli stessi ……… 30-08-2011 11:38 - Dio veda e provveda
  • A parte il fatto che vorrei ricordare a Mariani che si scrive America e non Amerika. Potrà anche essere un comunista in pensione, ma ciò non gli conferisce il diritto di violentare la lingua italiana giusto per fare la parte di quello intelligente. Come intelligente si crede l'autore dell'articolo in questione, un articolo fumoso e privo di ogni minima argomentazione. Gli Usa sono certo in un fase di stallo, come lo è tutto il pianeta del resto, ma vorrei anche ricordare che dai tempi della dichiarazione di indipendenza si sono sempre avvicendati profeti di sventura che ne hanno previsto l'impietosa fine, sbagliandosi ogni volta. 30-08-2011 11:22 - Giuseppe
  • ..mi stupisce che nella analisi di Wallerstein manchi un soggetto "politico".. "E' l'ora di dedicarsi..." chi? gli economisti, i politici,etc? anche l'uso generico del termine "americani" mi sembra discutibile: sarebbe interessante fare un viaggio nella sinistra americana e nel corpo sociale vivo del paese (sindacati ad esempio) e sapere cosa ne pensa di questa situazione.
    infine a proposito di lungo periodo tanto per citare un economista che di crisi ne ha viste "nel lungo periodo saremo tutti morti" 30-08-2011 10:16 - pino
  • E ora siamo 7 miliardi, il pianeta è da secoli reso instabile da un eccesso di
    bambini; e da sovrapproduzione economica: negli ultimi 100 anni anni la
    produttività è centuplicata mentre l'orario di lavoro è rimasto bloccato a 40
    ore settimanali.

    Tutto questo crea uno spaventoso fiume di ricchezza inutile che accende odio
    cupidigia e instabilità mentale.

    La soluzione è semplice come l' acqua di ruscello : sussidio universale di
    disoccupazione , salario minimo di legge e la riduzione dell'orario di lavoro a
    20 ore settimanali; ... in tutti i paesi espulsione di tutti gli immigrati
    clandestini, misura preliminare senza la quale tutte le altre sopra sarebbero
    anch' esse destabilizzanti ...

    Così le aziende di incapaci che per sopravvivere hanno bisogno dello
    sfruttamento finalmente falliranno smettendo di succhiare sangue ai popoli. 29-08-2011 20:55 - bozo4
  • Ma chi ha mai detto che gli USA erano inviati da DIO...
    Mandriani che hanno fatto i soldi e hanno messo tutto nella finanza e nelle armi.
    L'Amarika è morta,perche è la capitale di tutto il marcio che questo capitalismo tramutatosi in imperialismo ha causato ai popoli e a se stessa!
    Non vorrei essere un amerikano oggi.
    In Amerika ci sono i morti di fame,senza casa e senza soldi che vagano come matti alla ricerca di un pezzo di pane.
    Una miseria con il telefonino.
    Peggio della miseria che ho visto in Tunisia o in Marocco.
    Questi poveri di oggi,erano ricchi e quindi disabituati alla miseria.
    Credevano fino a ieri di essere eletti da DIO e di vincere sempre.
    Avevano fatto del loro immaginario,anche la storia passata.
    Persino i preistorici spaccapietre erano comunità di stile amerikano.
    Avevano la presunzione di fare anche i pronipoti dello stesso stampo loro.
    Cosi anche nel 3000 i pronipoti stavano in case identiche a quelle che abitavano,prima della grande crisi.
    Ora invece eccoli la,spauriti,arruolati al posto dei neri che hanno fatto per loro,tutte le guerre.
    Senza più certezze e con una grande voglia di spaccare tutto.
    Obama li ha ridotti a miserabili,che senza più casa vagano da uno stato all'altro, come al tempo del libro, Furore!
    Presto,nascerà la consapevolezza e finirà la vecchia straffottenza e il vecchio nazionalismo.
    Vedrete che le bandire si abbasseranno e una lunga stagione di violenza si abbatterà su quella vecchia Amerika! 29-08-2011 19:58 - maurizio mariani
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TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
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