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FUORIPAGINA
30/08/2011
  •   |   Stefano Liberti
    A Tripoli disciplina armata

    «È la prima volta da 40 anni che vedo questa piazza libera dal suo faccione», esclama Salem Minouzir, un sorriso a 32 denti sotto un paio di baffetti grigi. Vestito in modo impeccabile, un inglese fluente «frutto dei miei studi all'estero, prima che arrivasse Gheddafi», questo ingegnere della National Oil Company (Noc), la compagnia petrolifera libica, è venuto a vedere i festeggiamenti nella ex piazza verde, ribattezzata «piazza dei martiri» dai ribelli che hanno preso il controllo della capitale.
    La piazza è un tripudio di macchine che suonano i clacson a tutto andare, pick up dei «giovani rivoluzionari» colmi di armi pesanti, enormi bandiere rosse-verde-nere che hanno sostituito sia gli stendardi verdi della Jamahiriya che le ingombranti effigi di Gheddafi. «E' la prima volta che esco di casa da 8 giorni», confessa l'uomo, che vive lì a due passi. Mentre parla, viene interrotto da una raffica di mitra sparata a un metro di distanza. Un ragazzo di neanche vent'anni scarica in aria il suo kalashnikov urlando «Allah Akbar», «dio è grande». L'ingegnere scuote la testa. «Ci sono troppi fucili in giro. Troppi ragazzini armati».
    Il sentimento di gioia mista a preoccupazione di Salem è quello che emerge da un giro per la capitale, caduta in mano ai «rivoluzionari del 17 febbraio» in pochissimi giorni. Ormai non ci sono più scontri. I cecchini sono scomparsi dai tetti. Anche la roccaforte gheddafiana di Abu Salim è sotto il controllo dei ribelli. Ma i ribelli spesso - soprattutto dopo il tramonto, in questo mese caldo di Ramadan - danno sfogo alla propria euforia facendo risuonare in aria le armi. Sono giovanissimi, quasi imberbi, e a volte sembrano usare il mitra come un giocattolo. «Sono orgogliosi, un po' li capisco. Hanno cacciato il dittatore», li giustifica Munir Abdulmuniz, professore universitario sulla quarantina. Che aggiunge: «A parte gli spari, c'è una grande disciplina».
    La sensazione a pelle è in effetti di discreta sicurezza. Ogni strada è presidiata, ogni angolo controllato, ogni macchina setacciata. Gli innumerevoli check point sono gestiti dai ribelli venuti da fuori insieme alla gente del quartiere. «Fermiamo le macchine con persone che non conosciamo. Verifichiamo che non ci siano armi a bordo», racconta Adil, responsabile della sicurezza di un'area di Gurji, quartiere medio-borghese a tre chilometri dal centro città. La regola è stabilita a livello cittadino: ognuno può portare armi solo nel proprio quartiere. Lo stesso Adil, prima di darci un passaggio verso il centro, apre il portabagagli della macchina e poggia a terra accanto al check point i suoi due kalashnikov.
    «Bisogna considerare che siamo di fronte a un vero e proprio vuoto di potere», analizza Abduldery Shariha, funzionario della Libyan Investment Autorithy che oggi dà una mano nella logistica del quartiere di Sarraj, a sud del centro. «La gente si sta auto-gestendo in modo molto ordinato. Non è facile organizzare la sicurezza in una città grande come questa. Stiamo lavorando nell'attesa che si stabilisca il governo». Annunciato a più riprese, l'arrivo a Tripoli del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) di Bengasi ancora non è avvenuto in modo ufficiale. Ogni tanto si affacciano nella sala stampa dell'hotel Corinthia, dove sta gran parte dei giornalisti, alcuni membri di secondo piano del Cnt, come l'onnipresente ministro dell'informazione Mahmoud Shammam. Ma i pezzi grossi del governo transitorio stabilito in Cirenaica - dal presidente Mustafa Abdel-Jalil al primo ministro Mahmoud Jibril, fino al ministro delle finanze Ali Tahrouni - non si sono ancora fatti vedere nella «Tripolitania liberata». Il che ha suscitato qualche risentimento: a quanto riporta la tv Al Jazeera, l'altroieri c'è stata a Misurata una manifestazione di piazza contro il Cnt, accusato di essere troppo interessato alla diplomazia e agli accordi economici e troppo poco ai bisogni della gente.
    Nel vuoto di potere e nel pieno delle armi, in città si è andata disegnando una vera e propria topografia dei gruppi ribelli: quelli del Jebel Nafusa, le montagne occidentali al confine con la Tunisia, si sono stabiliti nella parte ovest; quelli provenienti da Misurata controllano l'est, avendo insediato il proprio campo nel quartiere di Suq-al-Jumaa. Entrambi stanno cercando discretamente di spostare uomini verso il centro, in quella che sembra una strisciante lotta per il controllo del territorio. I combattenti di Tripoli, che teoricamente dovrebbero supervisionare la situazione, appaiono schiacciati fra questi due gruppi, che sono stati cruciali per la rapida presa della città. Senza contare che, sia pure a denti stretti e solo con la garanzia dell'anonimato, molti «rivoluzionari» anche di spicco non digeriscono bene il fatto che il comando delle operazioni militari di Tripoli sia stato affidato ad Abdelhakim Belhadj, ex membro di spicco del Gruppo combattente islamico libico, vicino ad al Qaeda.
    Intanto nella capitale, spettrale fino a sabato, cominciano a vedersi i primi segni di vita. Gente rimasta chiusa in casa per giorni, come l'ingegner Minouzir, si affaccia per strada. Alcuni negozi riaprono, anche se la maggior parte delle saracinesche rimangono abbassate. Le strade sono piene delle nuove-vecchie bandiere rosse-verde-nere, di tappeti con la faccia di Gheddafi messi apposta ai check point per essere calpestati dalle macchine di passaggio, di scritte inneggianti alla libertà e alla democrazia. Ma in definitiva Tripoli è ancora semi-vuota. Dietro l'euforia dei vincitori, c'è ancora una situazione critica: la città è funestata da continui black-out. Non c'è acqua corrente. Per trovare benzina, bisogna andare a Zawiya, a 30 km di distanza, dove la piccola raffineria ha ricominciato a funzionare. «Stiamo lentamente tornando alla normalità. L'impianto idrico non funziona perché l'acqua viene da riserve nel sud, dove sono ancora attivi alcuni militari di Gheddafi», assicura Aref Ali Nayad, responsabile del Libya Stabilization Team, un gruppo incaricato di assicurare della stabilizzazione post-guerra. «Gli ingegneri sono già al lavoro. Tra qualche giorno, ci sarà acqua corrente». Per ora, tutti si affidano ai vecchi pozzi sotto le case. La vita va avanti, senza che scoppi l'anarchia. Nonostante la massiccia presenza di armi pesanti, non si registrano saccheggi. Anzi: al momento dell'iftar, la rottura del digiuno dopo il tramonto, è tutto un passarsi cibo, datteri, frutta e bevande, tutto un abbracciarsi tra sconosciuti. Oggi è la solidarietà a farla da padrona. Domani? «Domani è un altro giorno. Certo, non mancheranno i problemi e le discussioni», ammette Abduldery Shariha. «Ma questa è la democrazia. Io da quando sono nato, ne avevo solo sentito parlare».


I COMMENTI:
  • Le primavere arabe esistono oppure no? Sì, Sergio, la domanda non è mal posta né retorica. No, mi dispiace, una cosa esclude l'altra, eccome. Se tu leggi Giulietto Chiesa (l'Espresso della settimana scorsa)apprendi che tutto è stato deciso in Occidente (credo al Pentagono); se poi vedi un mitomane e visionario come Fulvio Grimaldi nelle sue varie esternazioni (blog e facebook) potrai leggere che gli "insorti" non ci sono mai stati, nessuna rivolta, tutt'al più dei mercenari della NATO. Tu pensi che queste posizioni dietrologiche e complottiste siano marginali nella sinistra? Sbagli, esse lambiscono persino il Manifesto. 31-08-2011 22:38 - Giacomo Casarino
  • Guasco, mi sa che tu il Manifesto non lo leggi proprio. Sei in malafede quando spari cavolate!! 31-08-2011 15:18 - giovanni
  • Le primavere arabe esistono o no?
    Francamente non capisco perchè la cosa debba essere posta in questi termini: una cosa (l'esistenza di movimenti) non esclude l'altra (la loro strumentalizzazione e/o utilizzo per altri fini, che nulla hanno a che fare con un processo di liberazione)
    In sostanza penso che certamente vi sia, in diversi paesi arabi(e non solo, ovviamente) un reale desiderio di partecipazione democratica e di emancipazione sociale, rispetto ai vari regimi,e, aggiungo anche rispetto ad una situazione sociale che, nel complesso. è difficile (vedi aumento dei prezzi dei generi alimentai, ecc.) Ora, a me sembra chiaro che la cosa, anche se investe tutta la società (come per esempio in Egittoe Tunisia), si declina in modo diverso a secondo della appartenza di classe; per cui, semplificando, il ceto medio alto si "accontenta" che il presidente/dittatore se ne vada, e poi, tutto sommato non chiede molto altro; le classi popolari, i lavoratori hanno invece ben altre richieste. Naturalmente, le potenze imperialistiche, visto che mantenere lo status quo in Egitto e Tunisia era impossibile, hanno pilotato la crisi fino all'esito voluto: un cambio di facciata con nessuna (per quanto ne so) modifica nei rapporti di potere reali: Naturalmente nulla è scontato: spetterà ai partiti di sinistra e ai movimenti sindacali (specie di Egitto e Tunisia) dare seguito e sostanza al cambiamento: occorre però, secondo me, avere presente che è una strada tutta in salita. In sostanza, se avranno successo nella loro azione, è probabile che saranno repressi, e a questo si deve essere preparati, senza nutrire soverchie illusioni.
    Per qaunto riguarda la Libia, vi sono alcune differenze: il livello di vita e di welfare, non comparabile con quello di Egitto e Tunisia, (ovvio, grazie alle rendite petrolifere) e l'assenza sostanziale di una classe di lavoratori autoctona, sostituito di fatto da immigrati. Qui è evidente che il confronto è stato da subito militarizzato, con l'intervento (interessatissimo) dello potenze imperialistice; nè si vede all'orizzonte che si profila un qualche barlume di movimento che non sia appiattito su logiche tribali all'interno e , direi di aspettative messianiche per quanto riguarda l'occidente e e prospettive economiche. Vale a dire: lo sanno o no i libici (anche e soprattutto gli insorti) che li aspettano privatizzazioni a iosa, e probabilmente, viste anche le distruzioni del conflitto, una sensibile riduzione del livello di vita e dei servizi?
    Vorrei poi richiamare l'attenzione su un aspetto poco dibattuto: con le storie dei mercenari africani, messe in giro dall'inizio del conflitto, i ribelli hanno di fatto sdoganato un razzismo latente (abbastanza evidente anche per uno straniero), provocando stragi e veri propri pogrom di immigrati africani...
    Be', se penso che una delle ragioni addotte (all'inzio) per sostenere gli insorti, da parte di compagni/e qui da noi, era proprio il fatto che il regime di Gheddafi chiudeva in campi di concentramento i migranti, in accordo con il governo italiano....
    Credo che occorra studiare, cercare di capire, evitando di leggere gli avvenimenti alla luce di quello che si desidera accada.

    Ciao 31-08-2011 14:53 - Sergio
  • La guerra non dichiarata

    di Konstantyn Scheglikov

    La guerra non dichiarata /silente/ volta per la totale eliminazione del popolo libico continua. I Libici si rifiutarono di servire gli ex colonizzatori. Hanno ottenuto la loro libertà ed essi non rinunciano.
    Dal 21 agosto, squadre congiunte della NATO e di Al-Quaeda, con il sostegno della air force e artiglieria Marina, cercano di ottenere il controllo di Tripoli, con continui tentativi di assumere altre città libiche. La forza d'attacco NATO prende parte a tutti gli attacchi. A dispetto di tutte le sopra menzionata, resistenza all'aggressione fascista in Libia solo aumenta.
    La NATO continua massicci attacchi aerei per la totale distruzione delle città libiche. L'obiettivo è quello di spazzare via Tripoli interamente come punizione per la resistenza. Quest'aggressione difficilmente è coperta dai mass-media occidentali.
    Recentemente due "bombe media" hanno colpito la Libia: la prima con circa 50.000 ribelli nei tunnel sotterranei sotto Tripoli e la seconda a proposito di Gheddafi che abbia pianificato un attacco terroristico il 1 ° settembre.
    La NATO sta progettando di commettere un attentato terroristico a Tripoli. Cosa può essere, bombardamenti a tappeto o di far saltare edifici, lo sapremo il 1° settembre 2011. Distruggeranno la città e i suoi civili e distruggeranno i militanti di al Qaeda per dare una versione di questo attacco, come se esso è stato commesso da Gheddafi.
    Ci si può chiedere se i militanti di al Qaeda sappiano che i loro padroni da parte della CIA non avrebbero esitato a sacrificare loro e tutti coloro che erano stati rilasciati dalla prigione andando in città per rubare e uccidere. Saranno essi distrutti, mescolati con il suolo o bruciati?
    Lo sapevate che un attacco terroristico a Tripoli per mano dell'esercito libico e la milizia non è possibile in ogni caso?
    Per conquistare la NATO, forza d'animo e la voglia di vincere è sufficiente alleandosi contro questo nemico dell'umanità. La nostra partecipazione volontaria nella guerra contro la minaccia del terrorismo aiuterà la Libia per vincere e vedere cosa succede dopo.
    Penso che dopo tutti i crimini commessi dalla NATO, i funzionari della NATO dovrebbero essere chiamati signori della guerra e i loro soldati e ufficiali - chiamati uomini armati, che dopo tutto, sono di fuori della legge, e quindi sono legittimi obiettivi per qualsiasi persona ragionevole che vuole vivere in un mondo libero, non uno stato di polizia.
    Pur affrontando l'aggressione nazista in Libia, siamo che è appena all'inizio di scoprire la sua vera dimensione. Il popolo libico ha già assaggiato i piaceri della democratizzazione forzata in combinazione con bombe e la pulizia etnica. E hanno detto: "No!"
    No pasaran! Il nemico non passerà!


    Conclusione

    Come abbiamo appreso da rapporti di mezzi di comunicazione, la NATO cercherà di ottenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per legittimare la situazione attuale con l'introduzione di questi nuovi gruppi di terroristi con il pretesto che il potere di Al-Qaeda in Libia stia aumentando.
    Naturalmente, le truppe della NATO non saranno distrarre dalla popolazione locale dopo la risoluzione della macellazione di al-Qaeda. Anche ora, collaborano attivamente uno con l'altro. La NATO trasferisce tutti i libici catturati nelle mani dei militanti di al Qaeda, per decapitarli e per intimidire i residenti locali.
    Tutto che questo sta accadendo con l'approvazione dei funzionari della NATO che pensano che le altre persone, oltre agli occidentali, sono subumani. Essi hanno infettato i loro dipendenti ancora con questa nozione , tra cui soldati. Ecco perché le truppe della NATO commettono gravi crimini contro l'umanità in tutti i paesi dove si presentano.
    La NATO non dovrebbe ottenere la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull'occupazione e la distruzione del popolo libico, non sotto qualsiasi pretesto.
    Preparato per la pubblicazione di:
    Lisa Karpova
    PRAVDA.RU

    estratto e tradotto CRIMINALI DI GUERRA, da:

    http://english.pravda.ru/opinion/columnists/31-08-2011/118912-Terrorist_false_flag_operation_in_the_works-0/ 31-08-2011 14:12 - criminali di guerra
  • Se davvero il popolo Libico fosse stato contro il regime,come tentano penosamente di farci credere i media embededd,compreso Liberti ed il Manifesto,si sarebbero fatte le elezioni sotto il controllo internazionale,come CONCORDATO CON LA LEGA ARABA,si sarebbe ottenuto lo stesso risultato con un risparmio notevole di dollari per l'imperialismo(non parlo di vite umane di cui non importa niente ai nostri guerrieri umanitari),inutile dire perchè non si è percorso questa strada vero Liberti?Ne del perchè non si ricorda questa proposta vero Manifesto?QUESTO E GIORNALISMO DI INFORMAZIONE?SALUTI ANTICAPITALISTI 31-08-2011 14:08 - luigi guasco
  • Insomma, per essere più chiaro e più brutale : le "primavere arabe" sono esistite, esistono o no? Oppure sono i paraventi (movimenti eterodiretti, complotti), dietro cui si nascondono attacchi imperialistici, oggi alla Libia, domani a Siria, Iran ecc.? A questa domanda il Manifesto non risponde in termini inequivoci. A volte sembra dar ragione al gheddafiano Fulvio Grimaldi, a Giulietto Chiesa e al gruppo del"L'Ernesto". Ma non potrà sfuggire all'infinito e non compromettersi in un senso o nell'altro. 31-08-2011 12:13 - Giacomo Casarino
  • Al di là dell'orizzonte libico si profila, fosca, l'emergenza siriana (con i morti ammazzati non solo in strada, ma anche, sempre più numerosi, nelle carceri). Per i nostri sedicenti antimperialisti, che ragionano in termini meramente geopolitici come i borghesi (e non invece con una visione internazionalista), questi morti o sono dei traditori della causa (del compagno Assad) o comunque non contano, concime della storia. L'importante per loro è che la Siria continui ad essere un "bastione" antimperialista e anti-israeliano, chissenefrega se è un regime autoritario. La libertà è un lusso per i piccolo-borghesi, l'interesse del proletariato si riduce/concentra nella costruzione di un "campo" anti-USA-UE-NATO. Gli interessi materiali degli oppressi seguono, come la salmeria, non sono l'elemento prioritario. (Il tutto costituisce una scimmiottatura post-mortem del "socialismo reale" e della guerra fredda. E' il caso di dire, cari compagni nostalgici: " è il passato che non passa"). Secondo loro, le tappe della marcia mondiale trionfante del dominio sono segnate: attacco alla Siria, poi verrà l'Iran, poi la Cina e/o la Russia. Leggo sul giornale di oggi che il Manifesto evidenzia e si compiace della nascita in Egitto di sindacati indipendenti e delle prime proteste operaie.Però esso stesso (magari Manlio Dinucci) dovrebbe spiegare come si compongono, come stanno assieme, queste due realtà (tendenze?), che vengono entrambe sottolineate. Quantomeno, evidenziare il loro carattere antitetico. La nascita di una soggettività e organizzazione operaia difficilmente si concilia con l'accettazione supina delle paventate (e tutt'altro che eventuali!) minacce neocoloniali. Ma, rovesciando il discorso, se la "fase" sarà ineluttabilmente segnata da una progressiva sottomissione alla NATO dei Paesi ancora non soggetti(Maghreb-Medio Oriente), scrivere ed esaltare, per l'Egitto e per la Tunisia, la organizzazione dal basso di strutture democratiche diventa un esercizio inutile, se non illusorio. 31-08-2011 10:37 - Giacomo Casarino
  • Vediamo dopo si il quartiere generale del "comando africano" (Africom?) dei Stati Uniti si mouve da Stuttgart a Libya. 30-08-2011 23:03 - giordano
  • Ho visto il ragazzo con il fucile,ho visto anche della gente che gioiva,ma ho visto anche tante donne che si sono rimesse lo scialle.
    Quando vedevo la gente di Gheddafi,le donne erano truccate come le donne occiddentali e la gente sembrava meno esaltata.
    Quelli di ieri mi hanno impressionato, specialmente quel ragazzo vestito come un palestinese religioso,che cantava ballava e faceva versi come un forsennato!
    Voi non ci crederete,ma mi è sceso un freddo per la sciena.
    Quella gente ora è a un tiro di schioppo da Pantelleria.
    Cavolo...!
    Ma sono tutti convinti che Gheddafi era peggio?
    Certo lo era,specialmente quando si è messo a lavorare per il nostro governo arrestando i flussi migratori e spedendoli nelle galere o nel deserto a morire.
    Ma questi,sono democratici?
    Sono pronti a dare il loro petrolio alle nostre compagnie?
    Oppure stanno solo aspettando che la cosa si appiani e dopo....
    Quanta fiducia ha oggi la borghesia imperialista.
    Ieri per mandare via i russi dall'Afganistan,hanno dato i soldi a Bin Laden e dopo si sono ritrovati loro a fare la guerra,oggi con questa gente,BO!
    Stategie del Pentagono.
    Pensierini:
    Non sarà che l'attacco al Pentagono ha fatto sbarellare le teste dei strateghi?
    Oppure la strategia è di Obama! 30-08-2011 18:19 - maurizio mariani
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