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Adriana Pollice
Ala al-Aswani "E' stata una rivolta di gente disarmata"
“Mubarak viene processato perche la rivoluzione egiziana ha imposto che si presentasse a una corte di giustizia. Anzi, è stata la prima vittoria della rivoluzione. Invece che dei civili vengano portati davanti a una corte militare è illegale ed è nostro dovere far smettere subito questa barbarie. E’ un’arma puntata alla tempia delle prime elezioni libere del prossimo novembre”. Ala al-Aswani, dentista e scrittore, come lui stesso si definisce, è in Italia per presentare il suo libro La rivoluzione egiziana (Feltrinelli), una raccolta di articoli scritti durante i mesi della primavera araba, vissuta in prima linea a piazza Tahrir. Non è un politico, ripete, anche se è tra i fondatori del movimento Kifaya (Basta!), ma un romanziere che, per fare il suo lavoro, ha bisogno di stare in strada, tra la gente. La politica è solo uno strumento per difendere le proprie idee, spiega, e le tecniche della letteratura aiutano a veicolare meglio pensieri, aspettative e diritti.
“E’ stata una rivoluzione che ha visto l’utilizzo di internet, in Egitto ci sono 2milioni di blogger, ma non saremmo arrivati a oggi senza i restanti 20milioni scesi nelle piazze di tutto il paese. Poi, certo, ci sono anche i rivoluzionari da sofà, come li chiamiamo, che hanno seguito tutto dalla Tv. Ma non si può comprendere quello che è successo se non si è stati tra la gente disarmata che rimaneva ferma, di fronte all’esercito armato, la forza dei principi che ha la meglio sulla forza e basta”. Così, racconta, le notti passavano mentre dai palazzi i cecchini con i puntatori laser fendevano la piazza, ogni volta che il circoletto rosso si fermavano su un obiettivo una vita finiva, eppure nessuno arretrava. “La sicurezza del singolo – spiega - non contava più di fronte agli obiettivi della rivoluzione. In 1.400 hanno perso la vita, di mille non si hanno notizie, probabilmente spariti in fosse comuni, 5mila i mutilati a gambe, braccia, molti hanno perso la vista perché i militari miravano alla testa”.
Solo la settimana prima della rivolta nessuno si aspettava un tale movimento di popolo. Si tratta di un paese con un esercito potente, Mubarak aveva l’appoggio di tutto l’occidente, Usa inclusi, dipartimenti di sicurezza in ogni angolo dell’Egitto, uso sistematico della tortura per controllare il dissenso. “Dopo la guerra a Gaza, la conferenza di Sharm el-Sheikh sembrava la festa di compleanno di Mubarak, pacche sulle spalle e complimenti da tutti i leader. Ma abbiamo detto basta. Il momento in cui tutto è cambiato è stato quando in tribunale il giudice gli ha chiesto ‘E’ lei Hosni Mubarak? Sì signore, presente, ha risposto senza aggiungere il padre della nazione, il simbolo del paese. Adesso dobbiamo combattere con la controrivoluzione, con quella parte di società che ha fatto affari, avuto potere, la cui unica speranza è vincere subito o finire in prigione. Noi invece, per cambiare le cose, abbiamo tutto il tempo che serve”.
Venerdì scorso sono tornati in piazza per chiedere la fine dei processi ai civili (12mila in sette mesi) e per pretendere dall’esercito, che regge il paese ad interim, una tabella di marcia con la progressiva cessione del potere. “I gruppi islamici non sono venuti, loro supportano il Consiglio militare, ma la rivoluzione egiziana non appartiene a loro ma a tutto il popolo. Eravamo talmente tanti che il risultato ha superato ogni aspettativa, tuttavia ci sono stati una serie di attacchi, contro l’ambasciata israeliana e il ministero degli Interni al Cairo, organizzati proprio per distrarre l’attenzione dalle proteste, per appannare l’immagine del movimento. E’ la controrivoluzione che si muove, è quello che dobbiamo combattere”. Si chiede al-Aswani come abbiano potuto gli assalitori distruggere l'ambasciata per quattro ore, davanti agli occhi della polizia militare. Stessa domanda per l'assalto al Ministero: fotografie mostrano quelli che si definivano “Figli di Mubarak”, autori di atrocità e violenze, che danno alle fiamme gli archivi della polizia criminale, documenti che avrebbero accusato il vecchio regime. Quando gli chiedono se la rivoluzione proseguirà il suo corso, senza fermarsi alla fase della ribellione, senza l’appoggio della Nato, al-Aswani risponde: “E’ meglio che non sia intervenuta, poi di solito arriva solo quando sente l’odore del petrolio. Le difficoltà sono tante ma chi è stato in piazza e ha visto il sorriso delle ragazze egiziane sa che ce la faremo”.
- Condivido il pensiero di Alaa al-Aswani, anche se la rivoluzione di cui si parla alla fine non è stata venerdi' scorso, ma venerdi' 9 settembre 2011 21-09-2011 13:08 - lamargheb
- Mai pensata una cosa simile,invece da quello che scrivi tu sembra che il paradiso in terra sia la Corea del Nord! 21-09-2011 09:07 - claudiouno
- claudiouno evidentemente ritiene che l'India sia il paradiso in terra! 20-09-2011 19:20 - Alessandro comunista
- Evidentemente alessandro comunista non ha mai sentito parlare di un certo Gandhi,che ha"solo"ottenuto l'indipendenza del suo paese,l'India,con la non-violenza!Prima di scrivere,dovresti leggere,almeno un paio di pagine di storia! 20-09-2011 16:57 - claudiouno
- le rivoluzioni sono frutto della disperazione di un popolo opresso,non è per niente anacronistico ristabilire la democrazia anche con le armi ,visto che si da il caso che le proteste popolari sono sempre prima di piazza civile ,naturalmente repressa duramente dal regime o dittatura ,poi ultima spiaggia rivolta armata ,e ben che sia,come non vi sono eserciti neutrali,sono sempre al servizio del potere ,se non pronti a prenderlo per il duce di turno ,mi auguro per il popolo egiziano che sia accorto di non farsi fottere dalla cricca mascherata di falsa democrazia se vuole avere un futuro . 20-09-2011 13:46 - veleno
- Se ce ne fossero le condizioni un'insurrezione armata per raggiungere il potere non avrebbe proprio niente di anacronistico (come dice invece Casarino), chi è anacronistico, cioè fuori dal tempo e quindi dalla storia, ma in definitiva fuori dalla realtà,sarebbero i sostenitori della non violenza, se non fosse che i sostenitori della non violenza sono in genere in mala fede (e quindi sono molto realistici), e la non violenza è solo un mezzo ideologico per mantenere lo stato di cose presenti. 20-09-2011 13:40 - Alessandro comunista
- Mi pare di capire che le 1400 vittime siano opera dei cecchini, cioè delle milizie del regime, piuttosto che dell'esercito, che se ne è stato sostanzialmente "fermo" e neutrale tra le parti in conflitto, a differenza della situazione libica. In queste condizioni ben si può capire ed apprezzare la giustezza di una lotta non violenta, di "una rivolta di gente disarmata". Nessuno prende le armi di buon grado o fa una scelta a priori per la lotta armata, salvo viceversa esservi costretto dalla repressione generalizzata del regime cui ci si oppone. D'altra parte, l'insurrezione armata (la conquista del palazzo d'Inverno) come metodo per la raggiungere il potere ha segnato un'epoca, ma oggi mi sembra del tutto anacronistico. 20-09-2011 10:58 - Giacomo Casarino
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