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Fulvio Massarelli
I cittadini del 15 ottobre prossimo
«Convochiamo la cittadinanza il prossimo 15 ottobre, perché esprima il proprio rifiuto alle politiche di uscita dalla crisi e rivendichi una reale democrazia», si conclude così, tra gli applausi dei partecipanti, la dichiarazione dell'Hub Meeting di Barcellona che nel tardo pomeriggio di domenica ha terminato i lavori durati più di tre giorni.
Workshop, assemblee plenarie e tavoli di discussione tematici hanno intrecciato narrazioni di lotte e condiviso saperi tra le reti e i collettivi che dall'Islanda all'Italia hanno costruito uno spazio comune di confronto a partire dal conflitto e dall'opposizione sociale alla crisi. «Una rete di reti», si diceva all'apertura del meeting, che nel rifiuto dell'austerità come soluzione alla situazione attuale si impegnasse a mettere al centro dell'agenda politica la rivendicazione di un salario minimo garantito europeo e l'accesso effettivo e libero ai diritti sociali e ai beni comuni, dalla sanità all'educazione, dalla casa all'ambiente, fino alla conoscenza. E il 15 ottobre sarà l'occasione per far emergere nell'Europa dell'austerità questi contenuti che con intransigenza le piazze rivendicano ormai da tempo, anche e soprattutto sulla spinta del movimento del 15m, delle accampate spagnole, che durante i workshop e le assemblee sono state considerate nella loro straordinaria capacità di manifestare la crisi della democrazia rappresentativa da una parte e ad alludere alla possibilità da parte dei cittadini di riappropriarsi della politica a partire, come è stato scritto nella dichiarazione conclusiva, «dalla partecipazione diretta in tutti gli ambiti della vita sociale, politica ed economica».
Ma già dalla prima assemblea di giovedì, in cui si discuteva di «analisi delle lotte, strategie e buone pratiche», veniva sollevato da tutti gli interventi la necessità di guardare anche oltre l'Europa e considerare la crisi e i conflitti oltre il vecchio continente, parlando dell'apertura di una spazio di lotte definito ormai come «transnazionale» anche a fronte di un'assunzione della data di ottobre da parte di reti e collettivi impegnati nelle lotte contro la crisi fuori dall'Unione Europea.
A confermare il carattere non solo europeo, ma ormai globale, delle giornate di mobilitazione d'autunno, promosse da «takethasquare» e non solo, c'è stato anche un lungo intervento di attivisti tunisini in video conferenza, che nello spazio di discussione promosso dal Klf (Knowledge liberation front, rete che unisce ricercatori, docenti universitari e collettivi studenteschi) hanno lanciato il prossimo appuntamento, dal 29 settembre al 2 ottobre, a Tunisi per il meeting «Réseau 2 Luttes» (Reti di lotte), in cui l'agenda politica condivisa dai collettivi presenti all'Hub Meeting di Barcellona potrebbe risuonare anche in Nord Africa e oltre, così come le adesioni di questi ultimi giorni fanno ben sperare.
D'altronde austerità, debito e Welfare e riappropriazione dei beni comuni sono problemi e soluzioni al centro dell'iniziativa e del dibattito ai quattro angoli del mondo come ha ricordato un'attivista di Attac e come poi ha fatto eco il workshop promosso dagli Stati enerali della Precarietà e introdotto da Andrea Fumagalli, che ragionando sulle forme dello sciopero nei tempi della precarietà ha visto un vivacissimo dibattito tra i molti attivisti presenti, compresi gli inglesi di Uk Uncuts.
Ad arricchire il dibattito sulle pratiche si è poi aggiunto il workshop promosso dagli attivisti di democracia real ya, take the square, che hanno presentato un how to (un come si fa) delle accampate: l'uso corretto dell'hashtag di twitter (il segno # che permette di ricercare i twitts legati a un preciso argomento o evento), il costante lavoro nei quartieri degli attivisti, e la sperimentazioni di autogestione di spazi pubblici hanno descritto la quotidianità delle accampate e delle iniziative del movimento spagnolo che in ogni intervento non ha mai fatto mancare un forte riferimento all'importante laboratorio di piazza Tahrir de Il Cairo come esempio e motivo d'ispirazione.
Insomma se il calendario ha già segnato da un pezzo il 15 ottobre come data di convergenza globale contro la crisi e l'austerità, anche la carta geografia di questi movimenti disegnata da «reti di reti» sembra ormai voler assumere la forma di una sfera: il mondo disegnato al centro del logo #15oct, un appuntamento di lotta davvero globale.
- Stupisce che, al là dei prevalenti temi legati alla crisi della democrazia rappresentativa e allo sforzo obiettivo di costruire uno "spazio comune del conflitto sociale", non sia stato assunto un tema altrettanto unificante e per certi aspetti, pregiudiziale e discriminante rispetto agli stessi obiettivi di cui sopra. Mi riferisco alla crisi, nei suoi aspetti, oggi esplosivi, di speculazione finanziaria. Nell'articolo, di questo ordine di questioni si fa solo un accenno sommario -"austerità, debito e welfare". Eppure, la questione del debito pubblico dei vari Paesi europei (e non solo) impone scelte pressanti, discriminanti e, comunque, una domanda ineludibile: è possibile una gestione del debito che difenda la moneta europea, l'euro, senza far ricorso, ripetutamente, a manovre di "macelleria sociale", inutili e di valenza recessiva? Manovre che, tipicamente nel caso greco, hanno lo scopo di salvare le banche straniere creditrici (del debito) attraverso la svendita dei beni nazionali e lo smantellamento dello stato sociale. Si fa presto ad agitare lo slogan:"noi la crisi non la paghiamo!". Ma va approfondito, e reso accessibile alle varie soggettività che puntano ad un modello alternativo, che cosa questa prospettiva comporta, come si può, attraverso quali passaggi, conseguire l'obiettivo di "misconoscere" come proprio un debito pubblico frutto delle politiche economiche delle classi dominanti locali e internazionali. Approfondire il problema del "diritto all'insolvenza" o del "default controllato" manifesterebbe un'opzione dichiaratamente antiliberista, metterebbe con i piedi per terra la lotta alle ricette del Fondo Monetario Internazionale e della stessa BCE, e riaprirebbe in concreto il discorso sull'Europa, sulla sua Costituzione economica e politica. Con l'avvertenza che, in un "eventuale dopo", non sarebbe possibile la ripresa della "crescita" (di cui tutti vanno cianciando), cioè del vecchio e fallimentare modello di sviluppo, ma che occorrerebbe passare ad una fase di riconversione ecologica dell'economia, con al centro i "beni comuni". 20-09-2011 22:22 - Giacomo Casarino
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