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Luigi Nacci
La quieta ribellione del camminatore
«Camminare dove? A che scopo?» chiede con tono intimidatorio il poliziotto a Leonard Mead - il protagonista del racconto Il pedone di Ray Bradbury - prima di arrestarlo. L'autore di Fahrenheit 451 proietta la sua storia nella metà del XXI secolo, ma non occorre avanzare a grandi falcate nel futuro per immaginare un cittadino di oggi che venga fermato a bighellonare di notte per le strade della città.
«Camminare per prendere aria, per vedere, per il piacere di camminare» è la risposta che dischiude al signor Mead le porte del Centro di Ricerca Psichiatrica sulle Tendenze Regressive. Ciò che gli manca è una identità riconosciuta socialmente, una sorta di patente di «viandante», la stessa che avrebbe desiderato il giovane Patrick Leigh Fermor prima di avventurarsi nella sua traversata europea in direzione di Istanbul (Tempo di regali è un libro da leggere), negatagli dal funzionario dell'Ufficio Passaporti, perché «vagabondo non puoi proprio scrivercelo». Ma chi è oggigiorno il camminatore, cosa rappresenta?
LIBERI DALLA SUPERBIA
È un pericolo per Adriano Labbucci, che parla apertamente, fin dalla prima pagina del suo Camminare, una rivoluzione (Donzelli 2011, pp. 149, euro 15), di atto sovversivo, alternativo al modo di pensare e di agire dominante. Citando Roland Barthes, per cui il camminare è il gesto più comune e quindi più umano, Labbucci ci invita a ragionare su un'etica differente, dal momento che «chi cammina non è mai un isolato», non ha barriere da opporre, è naturalmente costretto a domandarsi chi siamo, dove siamo, dove siamo diretti, affermando «la nostra irriducibile condizione di esseri umani in un mondo sovrastato dalla tecnica».
Il camminatore si deve liberare, per procedere, della superbia, della pretenziosa convinzione che si possa essere autosufficienti, e non teme di chiedere aiuto a chi incontra: se il suo rapporto con la terra, l'humus, è solido, è l'umiltà a spingerlo avanti, insieme al desiderio di possedere sempre meno oggetti, di «portar via solo ricordi e lasciare nient'altro che orme». Camminare ci restituisce la libertà non di produrre o consumare, bensì di stare al mondo con le antenne tese, con la curiosità, l'attenzione, la disponibilità necessarie a essere cittadini a tuttotondo, vulnerabili ma mai docili o addomesticati. C'è sempre, sottolinea l'autore, una meta, una Itaca al quale volgere, condividendo con Bruce Chatwin l'importanza del ritorno, la risposta alla nostra «irrequietezza», un tornare sui propri passi avverso all'idea della perpetua ricerca della novità.
Chi cammina «ha tanti buoni e fondati motivi per non credere alle sorti magnifiche e progressive del futuro», ne fa esperienza diretta sulla sua pelle mentre incede nelle ferite aperte del paesaggio, negli spazi pubblici depredati dai privati senza scrupoli, con l'orecchio di chi vuole ascoltare i luoghi senza volere impadronirsene. E il saggio di Labbucci induce a interrogarci, con il sostegno di tante testimonianze di pensatori e scrittori, sul grado di democrazia della nostra società, spronandoci a metterci in cammino per invocare - come suggerisce James Hillman - non solo giustizia sociale ma anche giustizia estetica.
CARTOGRAFIE VISSUTE
Alla ricerca della bellezza, possibilmente incontaminata, si immola nei suoi viaggi Robert Macfarlane, autore di Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste (Einaudi, 2011, pp. 322, euro 21). Macfarlane inizia con una classica constatazione di morte della natura selvaggia, ormai scomparsa dalle carte geografiche, per abbandonare poco a poco il genere della lamentazione e trascinare il lettore in una serie di avventure che rimanda, almeno idealmente, ad atmosfere alla Huckleberry Finn.
Con piglio di studioso e di esploratore al tempo stesso, si addentra in scenari naturali della Gran Bretagna e dell'Irlanda nei quali l'uomo non ha ancora assunto un ruolo prevaricatore, riuscendo con perizia a divincolarsi non solo tra temporali e notti all'addiaccio, ma pure tra gli stereotipi che vorrebbero ridurre il «selvaggio» a qualcosa di ostile, oscuro, infestato da creature mostruose e contrapposto alla civiltà dei lumi, oppure ad un mirabile regno del prodigio e della fecondità, paradiso perduto di cui tessere le lodi.
La sua idea iniziale di una natura selvaggia «disumana, nordica, remota» si sgretola al contatto con il terreno reale, con la consapevolezza che non esistono più valli o isole o selve che non siano state visitate, lavorate, abitate negli ultimi cinque millenni: «umano e selvaggio sono indivisibili». E se il suo intento è quello, come dichiarato in esordio, di tracciare una mappa da contrapporre all'atlante stradale, Macfarlane centra l'obiettivo, ricordandoci che la cartografia premoderna era un'attività fondata sulla conoscenza e sulla supposizione, e che oggi, nonostante la tecnologia, nessuna rigorosa mappa-griglia può dirsi esaustiva, perché riduce il mondo a un elenco di dati. Opta dunque per una mappa-racconto, una cartografia parlata atta a descrivere i paesaggi insieme agli uomini che li hanno vissuti e agli eventi che vi sono svolti. Un ottimo libro, scritto in una lingua ricca e precisa, che sollecita ciascuno di noi a scorgere la selvaticità nelle aree intermedie, nei margini, dietro alle fabbriche abbandonate, e a farsi, al di là delle inevitabili approssimazioni, «cartografo dei propri campi».
Camminatore esperto e accorto è anche Luca Gianotti, autore de L'arte del camminare. Consigli per partire con il piede giusto (Ediciclo, 2011, pp. 151, euro 14,50), un manuale «rivolto sia a chi non ha mai camminato per più di una giornata, sia a chi già lo fa e vuole aggiungere o sottrarre qualcosa al proprio bagaglio». Gianotti alterna indicazioni tecniche a spunti di riflessione, rifuggendo in tal modo il rischio, frequente nei libri di questo tipo, di stilare delle classifiche - nel cammino tout se tient. Il trattamento delle vesciche, la preparazione dello zaino, l'alimentazione corretta, la scelta delle scarpe e dei vestiti, l'uso della tecnologia, sono rilevanti quanto la ricerca di «una condizione in cui tutti i sensi sono pienamente compresenti e partecipi», la sfida che, se vinta, trasformerà il nostro passo incerto nel «sigillo di un imperatore», fermo e delicato al contempo.
L'arte del saper andare non può esistere senza l'arte del saper fare ritorno, il «coraggio di alzare i tacchi» quando si è raggiunto un limite che metterebbe in pericolo la nostra vita: ci vuole coraggio a non arrivare sulla vetta, dice Gianotti, rievocando una scalata di Reinhold Messner conclusasi a pochi metri dalla punta di una delle montagne più alte dell'Himalaya, di contro alla scomparsa, tra gli Appennini, di un amico che «ha superato quel punto che non si dovrebbe superare mai, il punto di non ritorno». Lasciare a casa le ansie della quotidianità, accettare gli imprevisti, dotarsi di spirito di adattamento, valorizzare l'incontro con le persone che vivono nei luoghi in cui passiamo, apprezzare il silenzio, non avere fretta, perché il cammino non è una competizione: si conclude così, con un decalogo, un libro che - come scrive Wu Ming 2 nella prefazione - «può curarci lo sguardo».
UNA SCRITTURA CORALE
Non un saggio, né un ibrido tra guida e racconto, bensì un romanzo di avventura a tutti gli effetti è l'ultima prova di Enrico Brizzi, Gli psicoatleti (Baldini Castoldi Dalai, 2011, pp. 512, euro 20), l'opera più convincente di quella che potrebbe considerata la trilogia cominciata con Nessuno lo saprà e proseguita con Il pellegrino dalle braccia d'inchiostro. Per celebrare i 150 anni dell'Unità nazionale un gruppo di amici decide di camminare dalla Vetta d'Italia a Capo Passero, 2.191 chilometri da percorrere in novanta tappe sotto l'egida della rediviva Società Nazionale di Psicoatletica, sodalizio fondato nel 1860, originato direttamente dalla carboneria e composto da gentiluomini erranti per i quali il camminare non è «tempo speso nell'ozio, ma la più preziosa delle fonti di conoscenza». Il lettore al quale si rivolge Brizzi è maschio, un trenta-quarantenne in crisi sul punto di mollare famiglia e lavoro, fedele al suo gruppo di amici storici, con i pregi e i difetti dell'italiano medio. Rispetto alle due prove precedenti i caratteri dei personaggi vengono approfonditi maggiormente e la scrittura si fa corale grazie all'inserimento di voci autentiche, italiani masticanti un dialetto o un italiano regionale incontrati perlopiù in piccoli paesi - come il camorrista Tony Marano - che sembrano usciti da un film di Monicelli.
L'equilibrio viene mantenuto attraverso l'intreccio tra il racconto del viaggio odierno e quello compiuto dai primi psicoatleti nel 1861, mentre il mistero del fantomatico Uomo verde, l'apparizione di una volpe parlante e il ritrovamento di alcuni tarocchi conserva la suspense fino al finale. Guidata dal motto «chi non parte, non aveva bisogno di partire», l'armata Brancaleone capitanata dal gubernator Brizzi si fa largo con spensieratezza nel Paese reale, quello che la televisione non è in grado di raccontare, con le sue brutture ma anche con i suoi slanci di genuina generosità, lo spirito di accoglienza verso lo straniero che si svela dopo un primo strato di diffidenza. Si conclude qui la scrittura «pellegrina» di Brizzi? Nonostante in una delle ultime pagine il logista Max annunci la nuova frontiera, il «viaggiare da fermi», è difficile pensare che ci si trovi d'innanzi a un capolinea. L'augurio è che il racconto degli uomini che vanno «a cuor leggero» continui, magari con rinnovate modalità narrative, ma con la medesima freschezza.
LA FORZA DELLA PRECARIETA'Cresce la domanda di libri sul camminare, cresce l'offerta. La crescita di domanda esprime un chiaro disagio di fronte al modello socio-economico occidentale, il bisogno di reintrodurre una dimensione di lentezza nella propria vita, l'allontanamento dalle pratiche dell'iper-consumismo, la necessità di un contatto forte con la natura e di esperienze umane profonde. Esprime altresì l'inizio di una presa di coscienza: quella del rifiuto del turismo globale - «fare il turista è un peccato mortale» diceva Werner Herzog - all'insegna del capriccio e della distrazione, a vantaggio di un'antica idea di viaggio, alla cui base c'è la concentrazione.
Il camminatore non ha bisogno di nulla, tutto ciò che gli serve sta in uno zaino, e più cammina più si disfa di cose, preconcetti, identità. Dimenticando il proprio nome, disconoscendo le frontiere e le dogane, non essendo altro che un forestiero, un clandestino, si converte in una minaccia. Non è ricattabile, influenzabile, manipolabile, non è lusingato dal potere, non esperisce il mondo con le parole di altri, lo fa mediante il proprio corpo. La sua precarietà è la sua forza.
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cq in risposta al prolisso e noiosamente insistente commento di fausto bertinotti e speriamo che lo legga..."si Rossana Rossanda ha aperto una discussione e tu come sempre apporti il nulla, il tuo sforzo e commovente; una domanda...ma il tuo contributo é quello di anestetizzarci prima che si tocchi il fondo?
Non mentire,sai bene che noi siamo nulla... peró non ci nutriamo del nulla... é vero! le sole classi che si salvando da questa carneficina sono quelle politiche.... spero non per molto. Un consiglio da vecchio amico... Per apparire una persona inteligente avresti potuto mantenere il silenzio. 21-09-2011 18:47 - numerio
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https://www.facebook.com/update_security_info.php?wizard=1#!/pages/Camminare-Citazioni/231568826884158?sk=wall&filter=2 21-09-2011 17:19 - WalkyWay
a tarda sera me ne vado,
ombre di muri cadono oblique,
e tra i sarmenti vedo la luce
della luna su sentiero e ruscello.
Canzoni che un tempo ho cantato
riprendo a intonare sommessamente,
di innumerevoli viaggi errabondi
ombre si incrociano sulla mia via.
Vento e neve e vampa assolata
di molti anni risuonano a me,
notti d'estate e azzurri bagliori,
tempesta e di viaggi asperità.
Cotto dal sole e imbevuto
dalla pienezza di questo mondo
più oltre ancora mi sento attratto
finché il mio cammino sprofondi nel buio.
H. Hesse, Vagando nella sera 21-09-2011 12:15 - FranCHEsco