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Cinzia Gubbini
L'infinita vicenda dei pescatori tunisini ora assolti
Assolti perché il fatto non costituisce reato. La sentenza di appello rende giustizia ai pescatori tunisini condannati in primo grado per resistenza a pubblico ufficiale. Nel 2007 salvarono la vita a 44 persone, trovate in mare in difficoltà su una carretta che imbarcava acqua. Li presero a bordo e si diressero verso l'Italia. la Capitaneria di porto gli impose di non fare ingresso in Italia: il loro "carico" non era gradito. Loro disubbidirono. I capitani dei due pescherecci coinvolti nella vicenda si fecero 40 giorni di carcere, 20 il loro equipaggio. Le navi sequestrate per tre anni e mezzo. Le loro famiglie rovinate. Ora, un po' di giustizia.
Si respira tutta la soddisfazione e la gioia dopo una grande fatica ad Agrigento. E ve ne è ragione: Aubdelkarim Bayoudh e Abdelasset Zenzeri, i capitani dei due pescherecci, in primo grado avevano ricevuto una condanna a 2 anni e 6 mesi. Caduto il capo di imputazione di "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina a fini di lucro", era comunque rimasto in piedi quello di "resistenza a nave da guerra e a pubblico ufficiale". Sentenza contraddittoria, quella: se non erano "scafisti" - cosa di cui venivano accusati dal pm di Agrigento Fornier, e sospettati dalla Capitaneria di Porto e dalla Marina militare - e se pensavano di trovarsi in una situazione di difficoltà, perché mai avrebbero dovuto tornare in Tunisia,c oem rpetendeva l'Italia? In quanto al fatto che si trovassero in una situazione di difficoltà, basti raccontare come stavano andando quell'8 agosto le cose a 32 miglia da Lampedusa: il mare era forza 9, e sul gommone che imbarcava acqua c'erano due donne incinte e due bambini, di cui uno disabile. Che infatti, una volta attraccati i pescherecci a Lampedusa, furono subito traferiti in elisoccorso a Palermo.
Evidentemente, però, per il giudice di primo grado i due capitani non erano scafisti, ma tutto sommato si trovavano in una situazione gestibile. Quindi avrebbero dovuto cambiare rotta e dirigersi verso la tunisia, come se i pescatori fossero a conoscenza - e la dovessero rispettare epr forza - la politica europea sull'immigrazione. Perché, alla fin fine, Zenzeri e Bayoudh sono stati le "vittime sacrificali" di un gioco politico molto ampio, e portato avanti con molto poco scrupolo: l'Italia voleva portare a casa una sentenza che indebolisse un po' quel principio finora intoccabile che è la proprità assoluta del salvataggio delle vite umane in mare rispetto a qualsiasi altra considerazione. E' stato, quel processo, la prova generale dei respingimenti in mare che, poi, sono stati realizzati senza tante sottogiliezze dal ministro dell'Interno legjista Roberto Maroni.
A combattere contron tutto questo, e ad avere ancora una volta ragione, grazie alla costanza e alla ricerca di giustizia, i tanti attivisti siciliani che hanno sostenuto i pescatori - a cominciare da Borderline Sicilia e dal progetto siciliamigranti.blogspot.com - e gli avvocati Leonardo Marino e Giacomo La Russa. "Il tribunale finalmente ha riconosciuto l'innocenza di queste persone - dice Marino - aspettiamo di conoscere i particolari del dispositivo, con le motivazioni che usciranno tra 90 giorni. Ma evidentemente è stata presa in considerazione la nostra tesi, quello che sosteniamo da tanti anni: nella mente dei pescatori c'era solo una cosa, la volontà di porre fine a uno stato di necessità, perché quelle persone stavano rischiando la vita". E salvarle, la giurisprudenza lo sttolinea di nuovo, non è reato.
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