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FUORIPAGINA
28/09/2011
  •   |   Gilberto Pagani
    Una sentenza già scritta

    Dopo alcune traversie ed un viaggio abbastanza avventuroso sono a Gaza. Il processo inizia alle 10. Per arrivare alla Military Permanent Court costeggiamo la spiaggia ed il campo profughi “Beach Camp”, dove abita il presidente del governo di Gaza.

    L'aula è piccola, sporca , spoglia. Nessuna scritta nessun simbolo politico o religioso.

    Lo scranno del Tribunale è molto sopraelevato, per il pubblico ci sono delle panchette, le persone presenti sono una trentina, molti gli italiani.

    I banchi dell’ accusa e della difesa sono uno di fronte all'altro, la cattedra della Corte è perpendicolare a loro; il banco dei testimoni è di fronte ai giudici, il teste volta le spalle ad avvocati e pubblico.

    Sulla destra la gabbia, nella quale vengono fatti entrare i quattro imputati.

    Un militare in tuta mimetica, barbuto come tutti, ricopre la funzione di usciere, è lui che batte con forza il palmo della mano sul banco dei testimoni e lancia un urlo, entra la Corte.

    Il presidente della Corte avrà circa 30 anni, così come i giudici a latere, il PM e i suoi assistenti. Tutti vestono camicie militari senza alcun distintivo o grado.

    I quattro avvocati portano la toga sopra camicia e cravatta. Sono svogliati, uno di loro durante il processo (un processo per omicidio!!) si assopisce, il controesame del testimone e degli imputati è di pura facciata.

    Mi dicono che gli avvocati sono sconosciuti, con poca esperienza.

    L'udienza è brevissima, viene interrogato un agente che conferma i filmati con le confessioni degli imputati. Poi a turno gli imputati vengono interrogati dalla Corte.

    Uno è accusato di aver aiutato gli assassini, gli altri tre di sequestro di persona e omicidio; questi ultimi si riconoscono nelle immagini che vengono mostrate solo a loro e non al pubblico ma affermano che le confessioni sono state estorte con vessazioni e minacce.

    Gli imputati appaiono spauriti e inoffensivi, sono vestiti con jeans e t-shirts, barba; non hanno l'aria dei terroristi e neppure degli imputati di terrorismo islamico che in Italia ho potuto osservare nei processi.

    Viene reintrodotto l'agente, che nega ci siano state pressioni. Le dichiarazioni filmate sono state confermate anche in verbali scritti firmati dagli imputati.

    Nel frattempo l'usciere redarguisce aspramente quelli tra il pubblico che accavallano le gambe (mi dicono che qui sia una forma di maleducazione) e ne allontana uno (non capisco perché) che esce senza fare una piega.

    Di nuovo un colpo sul banco e un urlo da parte dell’usciere:, l'udienza è rinviata al 3 ottobre per ascoltare il medico legale che oggi non si è presentato.

    Alla fine di questa udienza vado ad incontrare il Procuratore militare, nel suo ufficio

    Gli pongo tre domande:

    -possiamo accedere agli atti delle indagini?

    “l'inchiesta è militare, il processo è pubblico, venite al processo e saprete quel che c'è da sapere”

    -sono state fatte indagini sulla morte di due sospettati in un conflitto a fuoco con la polizia?

    “un'inchiesta della polizia ha appurato che tutte le regole sono state rispettate, per altre informazioni potete leggere quel che è stato scritto dalla stampa”

    -la Procura chiederà la pena di morte per i colpevoli?

    la punizione prevista dalle nostre leggi in questo caso è la pena di morte”.

    Sono assolutamente stranito.

    Mi aspettavo una procedura da Corte militare, rapida, forse spietata, comunque finalizzata a cercare una ricostruzione dei fatti, se non la verità, che sia la base per una decisione.

    Assisto ad un processo in cui i tempi sono dilatati senza ragione, la Procura imprecisa e svogliata, gli avvocati assenti, l'interesse pubblico nullo, la Corte inutilmente autoritaria.

    Non è plausibile che in una situazione (anche territoriale) come questa il medico legale non si presenti per quello che è il primo atto di un processo per omicidio, cioè illustrare le cause della morte di una persona....


I COMMENTI:
  • D'accordo con Giusi, virgole comprese. 29-09-2011 16:54 - Roberto
  • Complimenti all'avvocato, ci vuole coraggio per fare una ricostruzione come questa. Ed è importante. per Arrigoni, come epr chiunque altro, vogliamo giustizia vera e il coraggio della verità 29-09-2011 11:16 - elena
  • Ecco, ora con questo articolo i lettori del manifesto hanno un'idea un po' più precisa di cosa sia la democrazia palestinese. Vi inviterei a fare la stessa operazione, inviando un avvocato di parte civile (anche di un palestinese che ha subito abusi da parte israeliana) a raccontare con la stessa accuratezza di particolari un processo in Israele. Sarebbe un esercizio utile per sviluppare un pensiero critico autonomo e non ideologico su quelle società. E questo, indipendentemente dalla questione di politica estera riguardante il conflitto israelo-palestinese. Riflettete e, se volete restare umani, ricominciate a pensare da soli, abbandonando bandiere dogmi e santificazioni. 29-09-2011 10:51 - giusi
  • Non c' è che dire: bell' esempio di giustizia "islamica"!!!

    Cosa ci può impedire di credere che potrebbero essere condannati a morte quattro poveracci, del tutto estranei ai fatti loro contestati, magari pure dopo confessioni illegali e false, estorte con la forza???

    Comunque complimenti all' autore (ed anche al Manifesto, che pubblica l' articolo), che ha almeno il coraggio e la decenza di raccontare le cose (molto preoccupanti!) che ha visto con i propri occhi... 29-09-2011 10:43 - Fabio Vivian
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