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Gabriele Polo
Le radici materiali di una crisi molto spericolata
Più che il dolor potè il digiuno. A spiegare le recenti difficoltà e crisi editoriali del manifesto serve più Dante che Lenin. Perché le dimissioni della nostra direzione non sono tanto il frutto di un eccesso di discussione e scontro politico (semmai c'è stata una carenza di confronto) o l'esito di frazioni in lotta tra loro, ma sono maturate nella «povertà» dei nostri bilanci, nel peggioramento della nostra condizione economica. Cosa non nuova, ma arrivata a un punto estremo. Come si sa la pancia vuota non aiuta a ragionare. Ma ragionar bisogna e nel farlo sarà bene tener conto delle condizioni materiali in cui siamo. Cerchiamo di riassummerle per dare ai nostri problemi - e a chi ne discute - una base di realtà.
Il manifesto è una cooperativa e non avendo editori può contare solo sulle risorse che derivano dal proprio lavoro, cioè dalla vendita dei suoi prodotti editoriali (il quotidiano, Alias, Le Monde Diplomatique, inserti e speciali vari), dalla pubblicità, da tutto ciò che può venire dal sito on line. Cui va aggiunto (andava aggiunto) il contributo pubblico previsto per le testate politiche o no-profit. Quest'ultima voce (che rappresentava un buon 20% del nostro bilancio) è diventata sempre più aleatoria negli ultimi anni, con l'abrogazione del diritto soggettivo per mano del governo in carica e l'istituzione di un fondo per l'editoria la cui consistenza dipende dall'andamento del bilancio statale. Semplificando, nell'assenza di una legge che regoli la materia in modo da eliminare gli abusi e i Lavitola del recente passato (legge richiesta a gran voce da noi e dal movimento cooperativo), il finanziamento pubblico è ridotto a elargizione del sovrano, per sua natura imprevedibile: detto in soldoni, non sappiamo se nel 2011 ci sarà o no e tantomeno di quanto eventualmente sarà.A questo «buco» dobbiamo aggiungere una caduta della vendita pubblicitaria che già, per noi, era minima (attorno al 10% del fatturato, mentre per i giornali non politici conta tra il 40 e il 50%). Infine - per quanto riguarda le entrate - dal 2006 le vendite del quotidiano sono in costante calo: per fare solo un esempio, nei primi nove mesi dell'anno in corso abbiamo venduto in edicola quasi il 10% di copie in meno sullo stesso periodo dell'anno scorso. Anche gli abbonamenti hanno seguito un andamento analogo, mentre l'unica notizia positiva viene dagli abbonamenti on line che quest'anno sono cresciuti del 20% (qui i numeri assoluti sono piccoli, ma è un'importante indicazione editoriale, tenendo conto che se i lettori traslocano dalla carta al web, insieme ai costi, calano - di più - pure le entrate). Sono numeri con cui fare i conti per qualsiasi piano di rilancio editoriale, soprattutto nel merito di ciò che vuole e può essere oggi un media politico che si definisce «quotidiano comunista».
Situazioni simili le abbiamo conosciute in passato, affrontandole sempre con l'aiuto dei lettori (numeri a prezzo speciale, sottoscrizioni, campagne di sostegno) e perseguendo la contrazione dei costi. Quello del lavoro è sempre stato molto basso per unità produttiva (come sapete abbiamo stipendi ben sotto la media del settore, che variano per l'anzianità di servizio tra i 1.200 e i 1.700 euro mensili) e continuiamo ad abbassarlo complessivamente (attualmente siano in stato di crisi, con cassa integrazione e prepensionamenti). Analogamente lavoriamo sui costi industriali, cercando tutti i risparmi possibili su carta, tipografie e distribuzione (a volte anche costretti a farlo dalla cancellazione dei servizi come nel caso dei voli postali di fine settimana, cosa ben nota ai nostri lettori sardi e siciliani che non possono più trovare il giornale nel week-end). Ma sono risparmi che non bastano, perché ci sono dei costi fissi che, sotto una certa soglia di vendite (per le nostre dimensioni attuali, 20.000 copie), rendono un'impresa editoriale «antieconomica» - cioè non sostenibile. E' così che viene messa a rischio la nostra preziosa indipendenza, forse la nostra esistenza. Questa è la realtà di cui tener conto per qualsiasi riflessione, discussione o polemica sul futuro del manifesto.
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Comunque se posso permettermi di dare qualche suggerimento, cercherei più collaborazioni con altre testate "like minded" italiane o estere per portare il confronto sui temi di sinistra e l'analisi critica fuori dagli orizzonti ormai ristrettissimi del dibattito italiano. Inoltre proporrei qualcosa che attiri l'interesse del "lettorato" di sinistra, tipo un concorso "idee di sinistra" finalizzato alla pubblicazione periodica (per es. nei giorni di minore tiratura) dei migliori contributi di idee attraverso le quali realizzare la rivoluzione dal basso di cui questo paese ha urgente bisogno. 21-10-2011 15:01 - Francesco
E non vedo alcun tipo di segnali che possano far credere che vi siate svegliati. 16-10-2011 13:45 - Stefano
Ci va male?bene.Abbiamo rimesso solo energie.Pensate ai ''competitor'' che per fare tutto ciò hanno bisogno di un prof. laqureato alla bocconi di milano.fatemi sapere.sergej 16-10-2011 10:08 - sergej
Premetto che io AMO leggervi sulla carta e ogni volta che rientro in Italia puntualmente (ancora prima di bere il caffè) compro ilmanifesto perchè è il mio modo di sentirmi "a casa".
Io vivo all'estero e già l'anno scorso avevo avanzato l'idea che sarebbe stato utile e funzionale "aggiornare" il sito nella sua struttura, dare il via libera ai micropagamenti etc...
Io capisco che forse in Italia la gente non pagherebbe lo stesso ma forse è il caso di provarci. Vorrei solo citare il caso dell'altro quotidiano che leggo sempre che è taz.de. Loro sono riusciti a creare una community (oltre che una comunità) attraverso il web. Non so magari chiedete qualche consiglio a loro. Se volete gli scrivo io in tedesco.
Perfavore teniamo Vivo questo giornale! 15-10-2011 15:14 - RaDioBozen