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FUORIPAGINA
15/10/2011
  •   |   Luisa Betti
    Violenza di genere, allarme europeo

    Mentre a Roma, insieme al movimento globale degli “indignati”, sfila il corteo “in rosa” delle donne che, rispettando le diversità, si sono riunite per manifestare il loro dissenso contro questo governo, nella capitale si è concluso uno dei più importanti e stimolanti convegni degli ultimi anni sulla violenza alle donne. La XIII Conferenza internazionale contro la violenza di genere questa settimana ha coinvolto avvocate, operatrici, psicologhe, rappresentanti istituzionali italiane e europee, che in pochi giorni hanno snocciolato dati, raccontato storie, illustrato il lavoro e le esperienze dei Centri antiviolenza di tutto il mondo. La rete europea Wave ( www.wave-network.org ), che è stata il cuore propulsore dell’iniziativa, e l’Associazione Nazionale italiana D.i.Re ( www.direcontrolaviolenza.it ), che ha ospitato, organizzato e reso vivo questo evento, concludono soddisfatte i lavori lanciando però alcune raccomandazioni. Per Emanuela Moroli, presidente di Differenza Donna, la onlus che gestisce i Centri antiviolenza romani e che ha curato tutta l’organizzazione del convegno, l’incontro è stato storico: “Ci sono voluti 6 mesi di preparazione quotidiana e incessante – racconta - ma alla fine il risultato c’è stato. La cosa straordinaria è stata l’afflusso: più di 500 donne provenienti da tutto il mondo che si sono confrontate sulla lotta alla violenza in una assemblea unica con lingue, abitudini e costumi diversi riunite in una sede come quella del comune di Roma che ci ha ospitate nella Protomoteca del Campidoglio. Per quanto riguarda l’Italia, che da anni vede i suoi Centri antiviolenza versare in situazioni difficili per mancanza di finanziamenti, la ministra delle Pari opportunità Mara Carfagna non solo è intervenuta personalmente ma ha confermato la pubblicazione dei bandi rivolti ai Centri italiani con lo stanziamento di 18 milioni di euro. Una promessa che potrebbe riavviare i Centri che stanno per chiudere i battenti e rimettere l’Italia in linea con i paesi europei più avanzati, in quanto da noi la capacità di accoglienza soddisfa solo il 6% della richiesta”.

    I dati riferiti da Rosa Logar, coordinatrice di Wave a Vienna, chiariscono che “per le donne con problemi di violenza la raccomandazione del Consiglio d’Europa è che in ogni paese dovrebbe essere garantito un posto letto per ogni 10 mila abitanti, mentre nella realtà ne esistono solo 27 mila con una mancanza di 54 mila posti”. Se soltanto 6 Paesi su 44 in Europa rispettano questa raccomandazione (Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Malta, Spagna e Slovenia), in Italia i centri antiviolenza dovrebbero mettere a disposizione circa 5.700 posti letto, ovvero 5.200 in più rispetto ai 500 esistenti. Un rischio, quello di non essere accolte, che a volte può costare la vita: “In Austria – conclude Logar - non siamo riuscite ad accogliere un’egiziana che una sera aveva bussato disperata alla nostra porta perché mancavano i posti letto: la donna è stata costretta a tornare a casa, ed è stata quella notte stessa che è stata ammazzata dal marito”.

    Secondo questi dati soltanto nei primi nove mesi del 2011 sono state uccise in Italia 92 donne, mentre riguardo al femminicidio, in base a una recente ricerca della Casa di Bologna coordinata da Anna Pramstrahler e presentata a luglio nel Rapporto ombra alle Nazioni Unite (CEDAW), se è vero che per le donne, come ha affermato Carfagna durante la Conferenza, “si osserva un calo costante e sensibile degli omicidi in generale”, è anche vero che in questa percentuale le donne uccise con un movente “di genere” sono in aumento, in quanto questi omicidi si consumano per il 96% in famiglia o per mano di ex partner con moventi legati per lo più a gelosia, delitti cosiddetti passionali, o comunque per mano di uomini respinti. Un dato riferito dalla ricerca condotta sui fatti di cronaca degli ultimi sei anni e in cui è stato possibile rintracciare il movente, proprio perché il ministero degli Interni italiano non ha ancora, come invece succede in Francia e in Spagna, un osservatorio basato sulla differenza di genere e non è in grado di avere dati reali perché senza questa analisi differenziata è impossibile individuare i femminicidi che avvengono in base a un movente ben diverso dagli altri (es: sparatorie, omicidi di mafia, ecc.).

    Per Titti Carrano, Presidente dell’Associazione Nazionale D.i.Re, “questo confronto tra donne con esperienze diverse è stata un’opportunità per dimostrare come il problema della violenza non sia ancora risolto. È stata un’occasione – continua - per attirare l’attenzione e dimostrare la necessità di un cambiamento culturale di fondo: nel linguaggio, nell’immaginario sulla donna, nelle abitudini quotidiane, nel lavoro, nell’approccio al problema della violenza, insomma in tutto. Una situazione che in questo momento viene avvertita profondamente dalle donne italiane che vivono in un Paese che non ha ancora firmato la Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, che si è svolta a maggio a Istanbul e che è già stata sottoscritta da 16 paesi, e su cui noi abbiamo fatto una richiesta diretta al governo italiano affinché sia firmata immediatamente”.

    Le donne italiane, che in realtà hanno risorse avanzate dal punto di vista della professionalità e dell’esperienza, hanno infatti dimostrato doti eccezionali sia nel fare da ponte con le culture del Mediterraneo arabo, sia nel campo dalla cooperazione internazionale che ha visto Anna Rita Ronzoni Moustafa, che vive e lavora in Palestina coordinando progetti sul territorio, raccontare l’esperienza, realizzata da Differenza Donna con il contributo di Solidea della provincia di Roma, del progetto Zohar, che riunisce tutte le associazioni di donne in Palestina, e di uno dei centri antiviolenza modello nel mondo: il Centro di Mehwar a Betlemme. Il Mediterraneo infatti è stato uno dei focus più interessanti con le donne di Tunisia, Marocco, Algeria e Libano che hanno testimoniato come nei loro paesi le donne lottino ancora ferocemente per diventare protagoniste nella società malgrado la loro partecipazione alla “primavera araba”.

    Molti nodi rimasti sul pettine per la XIII Conferenza che si è conclusa stabilendo alcuni punti su cui riflettere: il lavoro con le donne migranti vittime di violenza che sempre più numerose approdano in Europa, il lavoro sui metodi di valutazione del rischio per la prevenzione e l’intervento sulla violenza di genere e infine il bisogno di un’equilibrata e reale valutazione del rischio di violenza da parte dell’ex partner nei ricorsi di separazione tra coniugi.

    “La cosa che mi ha colpito di più in questa Conferenza – chiarisce Marcella Pirrone avvocata del Gruppo Internazionale D.i.Re - è stata la conferma schiacciante che la violenza contro le donne è un fenomeno con caratteristiche comuni al di là del livello di ricchezza dei Paesi. Come era stato già dichiarato a Pechino, quello che ci accomuna è che il problema è talmente profondo e trasversalmente radicato che l’impegno delle donne attraverso le Reti nazionali e internazionali, deve essere rafforzato e sostenuto. Anche se negli ultimi 30 anni le cose sono cambiate, e il lavoro dei Centri antiviolenza lo dimostrano, ci sono ancora tantissime donne che sono escluse da tutto. Le ospiti del Maghreb, per esempio, ci hanno confermato che malgrado la primavera araba abbia portato un nuovo vento nei paesi del Mediterraneo, la situazione della donna ha ancora moltissimo cammino da fare. Infine, per quanto riguarda l’Europa, la scarsa considerazione da parte di tutte le professioni, sia giuridiche che psicologiche, sulla violenza assistita dei minori è estremamente preoccupante. Secondo una ricerca europea che ha coinvolto 11 paesi (Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Austria, Serbia, Portogallo, Italia, Belgio, Armenia, Irlanda) coordinata anche da me e dall’ufficio Wave che ha un osservatorio di 4.000 centri antiviolenza in Europa, i minori assistono quotidianamente a violenze domestiche riportando danni enormi per quella che in Italia viene chiamata appunto violenza assistita ma per la quale gli inglesi hanno usato il termine sofferta e i tedeschi convissuta per darne un’idea più precisa. Questo fenomeno si sta allargando in Europa a macchia d’olio, in quanto in molti casi la violenza domestica non viene adeguatamente riconosciuta e valutata nei tribunali dove i giudici applicano l’affido condiviso senza tener conto della reale conflittualità tra i genitori che in molti casi è vera e propria violenza da parte di un genitore verso l’altro e che nella stragrande maggioranza è del marito contro la moglie. È emerso che se il diritto alla bigenitorialità è sacrosanto con due genitori adeguati, anche se separati, non esiste nessuna modulazione in una situazione dove un genitore è inadeguato ovvero violento in famiglia sia con la madre sia con i bambini o in loro presenza. Un problema di tantissimi paesi dove la regolamentazione dell’affido, che è quasi ovunque affido condiviso, porta a privilegiare il diritto del padre anche se violento, con danni incalcolabili per questi minori”.

    La Conferenza si è chiusa dando l’appuntamento al II Convegno Mondiale dei centri antiviolenza indetta dal GNWS, il Global Network of Women’s Shelters, la rete internazionale dei centri antiviolenza che riunisce i cinque continenti e che si svolgerà a Washington dal 27 febbraio 2012 con 6.000 delegate.




I COMMENTI:
  • Caro Gino, quello che hai scritto è vergognoso e sottolinea l'importanza di analizzare in maniera molto approfondita il problema come suggerito dalla ricerca europea. 24-10-2011 17:35 - Top
  • Articolo nazifemminista di parte. La verità è esattamente l'opposto di quanto raccontato : nell'affido condiviso è il padre che subisce nel 100% dei casi la violenza dalla moglie; è una violenza fatta di un mobbing e di una strategia alienante volta volutamente a creare il conflitto. perchè ? perchè il conflitto è la leva per sancire l'allontanamento del padre " in nome del supremo diritto del minore"; e il minore per la madre alienante è una vera e propria cassaforte; dal possesso del figlio conseguono congrui vitalizi. Essere madre è solo una condizione fisiologica; essere padre è sempre una missione e una vocazione. 19-10-2011 15:05 - gino
  • Sarebbe interessante anolizzare il fatto che la maggioranza degli stupri vengono effettuati dagli immigrati del cosiddetto terzo mondo, e che tra queste comunità il maggior numero va ascritto ai musulmani. Ma credo che non lo scriverete mai. Anche perchè da comunisti siete diventati filo islamici. Chissà perchè ai tempi dell'Afghanistan sovietica non eravate così? 16-10-2011 13:06 - Fabio
  • La nostra indifferenza davanti violenza fisica e' una vergogna che porta rovina e sfruttamento a tutti. 16-10-2011 10:00 - bozo4
  • ... violenza di genere? E' sempre la politica nazista applicata... 16-10-2011 06:09 - almagemme
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