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Norma Rangeri
Una piazza immensa che non si fa zittire
Tutto è cominciato in pieno sole. Appuntamento classico a piazza della Repubblica e tradizionale approdo delle grandi occasioni in piazza S.Giovanni. Si aspettava un bel corteo, ma forse nessuno poteva sperare in un'affluenza così. È stata una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni, centinaia di migliaia di persone, moltissimi giovani insieme a facce di ogni età. Un formidabile punto di partenza per i mesi difficili che ci attendono. Poi la violenza. Prevista, annunciata, portata diligentemente a termine da gruppi organizzati. Per fortuna fuochi, fiamme e idranti non sono riusciti a cancellare il senso e il valore di una giornata importante, inizio di una protesta che unisce e non si fa zittire. Da nessuno. Né da chi invoca la crisi per accanirsi sui più deboli. Né da chi crede che il nemico oggi del mondo è il blindato della polizia.
Quel che ieri abbiamo visto sfilare nel centro di Roma racconta la resistenza di un'opposizione di massa che nonostante tutto è in campo in un paese fiaccato dalla crisi e umiliato dalla classe di governo. Imponente, rumorosa, creativa, combattiva, propositiva la contestazione ha dovuto anche difendersi. Nonostante i ripetuti tentativi di espellere dal corteo chi puntava allo scontro, nonostante donne e uomini tentassero di convincere le tute nere a non farsi nemici dei manifestanti, alla fine il corteo ha dovuto indietreggiare e rinunciare all'idea di raccogliersi nella grande piazza S.Giovanni dove finalmente si sarebbero dovute montare le tende.
È stata una manifestazione politica con poche bandiere di partito, ricca di esperienze sociali, concentrata sulle emergenze provocate dalla crisi economica. Con colori che magari non ti aspetti, come quello sventolio, subito all'inizio del corteo, di bandiere tricolori. Un ragazzo ne è completamente vestito: «Perché? Semplice, questa bandiera e anche mia, non ho un partito ma voglio avere un paese». Così come era curioso che in prima fila ci fossero quelli di Via Campesina, seguiti dalle musiche delle percussioni, accompagnati dallo striscione «l'accaparramento provoca la fame, lasciate che i contadini sfamino il mondo». Poi, dopo la dovuta considerazione verso la terra madre, prende colore l'acqua dei cartelli azzurri del referendum, a ricordare che «si scrive acqua, si legge democrazia» con il volto noto di padre Zanotelli.
Sono le 14,30, la strada maestra dei cortei romani, via Cavour, è già attraversata da migliaia di persone, espulse precipitosamente e a forza da piazza della Repubblica. Per l'imponente affluenza non riesce a raccogliere tutti quelli che stanno arrivando e dunque si parte con anticipo.
Purtroppo le auto vanno già a fuoco, la musica dei tamburi improvvisamente tace, il grande corteo si spezza, poi riprende, reagisce e la gente tenta come può di respingere gli incendiari, ma per spegnere concretamente le fiamme c'è bisogno dell'intervento dei vigili del fuoco. Il grande corpo della protesta riprende il cammino. «Noi vogliamo stare in piazza, troppo comodo coprirsi dietro il corteo, noi vogliamo stare in piazza tutti i giorni, tutti i giorni» urla una ragazza dal grande camion dei Cobas, pronta a chiudere lo sfogo rifilando una parolaccia in puro stile romanesco.
Non si vedono insegne di partito (quelle di Sel e di Rifondazione a parte), ma ci sono tutte le sigle della storia antica della sinistra. Ordinati e orgogliosi sfilano gli anarchici della sezione Cafiero preceduti da una vecchia e scassata Fiat-Punto, spuntano i maoisti, sventola da sola una vecchia bandiera del partito comunista italiano.
Tre ore, forse più, il tempo necessario a completare l'interminabile serpentone dei manifestanti. Sono venute le organizzazioni operaie, con la Fiom che si prende un bel pezzo del corteo, ci sono gli operai di Pomigliano. Ma accanto a settori organizzati e riconoscibili si mescolano flash individuali. Ecco la piccola insegna di Nola annunciata da un povero cartone come fosse il riferimento di turisti in gita, ecco il profluvio di magliette con la politica scritta sul petto, ecco le carrozzelle dei disabili che avanzano tra un cassonetto bruciato e una vetrina rotta.
Gli indignati sono un popolo che non puoi etichettare tanto facilmente e te lo scrivono in modo chiaro passeggiando con lo slogan «indignati apartitici e non violenti». Chissà poi quanto tempo hanno impiegato i due occupanti dell'automobile tutta avvolta nello scotch (portabagagli compreso), un modo per dire che «siamo un po' scocciati».
Impossibile tenere il passo con lo slogan del singolo, magari un foglio bianco da stampante per scriverci che in quel «bar parlamento, se non spari cazzate non entri», o per parlare in modo franco ai nostri onorevoli incollando a un pezzo di legno un cartello poco gentile: «prendiamo a calci nel culo i parlamentari della banda bassotti, firmato: l'Aquila». E siccome «la violenza è del mercato e noi siamo un popolo indignato», per aprire qualche sprazzo di speranza può venire in soccorso il vecchio Bertolt Brecht con l'invito a lavorare «perché duri l'età dell'oro». E chissà cosa passa per la testa a quel mimo vestito da Charlot che se ne sta sul marciapiede di via dei Fori, maschera bianca e sorriso triste, davanti a una decina di blindati di polizia e guardia di finanza. Le falci e martello si sprecano, ma c'è chi ha sentito il bisogno di aggiornarsi con una falce e forchetta per servirsi un «eat to rich». Addirittura c'è una bandiera a stelle e strisce che se ne va a spasso in mezzo al fumo nero provocato dalle molotov e nessuno la tocca. La sorreggono quattro americani che spiegano il valore della pace.
Il grande camion del teatro valle viaggia con passo trionfale. Un bel pezzo di corteo se lo prendono gli studenti, radunati dietro un grande mezzo con la musica a tutto volume per cantare e ballare sulle note di "I have got a feeling". Un sentimento generoso come l'età di chi sta gridando ormai da qualche anno che «il nostro tempo è adesso», che «siamo il 99 per cento» e sembra assurdo che a decidere debba essere l'1 per cento del mandarinato mondiale.
Tutto era cominciato in pieno sole, con una straordinaria testimonianza di fiducia nel capitale umano che non si rassegna, che non vuole solo sopravvivere, che non ci sta a farsi spennare dai giocolieri della finanza, che crede, anzi invoca: «la politica torni a governare il mercato». E, per fortuna, tutto non è finito nella sera dei fuochi.
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Ma il giorno dopo tutti, anche gli "indignati" anti casta, l'Unità, la Repubblica e tutti quanti, se ne dimenticano.
I vecchi vorranno ancora più sicurezza, i giovani avranno paura e staranno a casa a guardarsi la partita sull'Ipad.
A quale lenta agonia siamo condannati? 17-10-2011 21:38 - dialektische materialismus
ti informiamo che (avresti però dovuto già saperlo) Nola è stata una delle primissime città a ribellarsi alla privatizzazione delle risorse idriche. Infatti la popolazione sta praticando da 6 anni l'obiezione civica al pagamento delle bollette. Ancora oggi il Comitato per l'acqua pubblica di Nola è in prima fila con un ricorso contro l'aumento tariffario deciso dalla Gori (la società che gestisce il servizio idrico nel nostro ambito territoriale). Su quel povero cartone c'era il simbolo della lotta. Scusaci per gli scarsi mezzi che abbiamo a disposizione ma siamo operai (nel migliore dei casi) 17-10-2011 21:11 - Nicola Di Mauro
La prego, insista, così come ha fatto stamane su "la7": abbiamo bisogno di realtà e non di diversivi che fanno il gioco del l'ormai ben rodato sistema "politico-giornalistico". 17-10-2011 11:50 - carlo frangipani