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Matteo Bartocci
Tremonti esaudisce Beppe Grillo/2
Ringrazio i lettori per i tantissimi commenti che arrivano sul sito e per posta su una materia molto complessa ma secondo noi decisiva come quella della libertà di informazione.
Innanzitutto due avvertenze generali e che possono essere tranquillamente saltate a piè pari.
La prima: diffidate delle semplificazioni e del qualunquismo e informatevi sempre in modo critico su tutto quello che leggete e pensate. Non perdete mai, insomma, il gusto della cultura anche quando sembra eresia.
La seconda: ha ragione Valerio. A monte di tutte le considerazioni sul finanziamento pubblico o privato dei giornali c'è un'enorme conflitto di interessi tra governo e informazione che non ha paragone in nessun paese del mondo civile. Un dato soltanto: più della metà di tutta la pubblicità italiana (avete letto bene: tutta, compresa quella nei cinema, sul Web e sui cartelloni stradali) va a un solo soggetto: Mediaset. Se ci aggiungiamo anche la Rai si arriva al sostanziale monopolio delle risorse private da parte di un unico soggetto: il governo e i partiti.Esaurita la solfa, provo a rispondere alle vostre domande e/o perplessità.
1) Serve davvero il finanziamento pubblico ai giornali?
2) Quello attuale funziona? E come può essere migliorato?1) Sull'idea di finanziamento pubblico ci sono due posizioni molto semplici.
a) Quella ultraliberista dice che lo stato non deve finanziare nulla e la «mano invisibile» del mercato premierà il migliore (mi pare sia la tesi di gonzo72). E' un'idea. Però non si capisce perché allora lo stato finanzi la Fiat oppure – per dirne alcune – ogni anno dia 150 milioni di euro agli allevatori di cavalli, 400 ai camionisti e 300 per l’acquisto di frigoriferi e cucine componibili;
b) La seconda riconosce che il mercato come minimo va regolato e dunque deve intervenire o direttamente dando incentivi a determinati settori che da soli in quel momento non ce la fanno a essere competitivi (per esempio l'energia solare) o indirettamente concedendo sgravi per esempio ad assumere i giovani, i disabili, rinnovare i propri macchinari, etc.A meno di non credere ai «Chicago Boys», crediamo che quest'ultima tesi sia quella prevalente. Diamo cioè per scontato che i soldi alla scuola pubblica si devono dare, l'assistenza sanitaria deve essere garantita a tutti e che i cittadini italiani abbiano diritto a un'informazione plurale e non controllata o autorizzata dal governo.
Qui nascono i problemi. Come si garantisce il pluralismo e la libertà di informazione? Beppe Grillo – non proprio un nativo digitale - sostiene in modo assoluto e un po' naif il valore della Rete contrapponendolo a quello di tutti gli altri media (tv, giornali, stampa, radio, etc.). A nostro avviso dice una cosa e una sbagliata. Quella giusta è che la Rete per sua stessa natura cambia tutto (la risposta in diretta tra giornalista e lettori su questo sito è un esempio). Quella errata invece è vedere steccati o imporre pregiudizi dove non è necessario. Il giornale inglese Guardian, per esempio, ha un sito bellissimo, dove pubblica tutti i propri articoli gratuitamente, discute con i lettori il giornale prima che vada in pagina, promuove il giornalismo dal basso e lo scambio di opinioni nei forum. E' forse il miglior esempio mondiale di come un giornale mainstream e for profit riesca a promuovere l'innovazione senza rimetterci. Perciò non è che su Internet si leggono cose più “vere” che sui giornali. In generale, mi fido a occhi chiusi di un pezzo del «New Yorker» e diffido sempre di un blog semi sconosciuto. Sarà impopolare, ma “fare” informazione è un mestiere. Banale come tanti altri ma un mestiere. Un giornale nasce dall'incontro quotidiano tra i lettori e i giornalisti. Gli uni senza gli altri non esistono. Un popolo solo di navigatori avrebbe informazione zero. E un popolo di blogger sarebbe intasato di notizie senza avere nessuna chiave di lettura o capacità di orientarvisi, un puro esercizio solipsistico.
Il punto, allora, è perché i giornali in Italia si vendono poco? E perché solo in Italia non esistono editori “puri” (cioè che fanno solo questo mestiere, trovare e vendere notizie)? In Europa infatti solo da noi tutti i mezzi di informazione sono in mano a banche e imprese manifatturiere, sanitarie o delle costruzioni. Oppure, come la Rai, in mano ai partiti. L'unico esempio di editori puri sono le cooperative come «il manifesto». Dispiace ma è così. Questo giornale è di proprietà esclusiva di chi lo fa (giornalisti e poligrafici) più un piccolo gruppo (meno del 30% delle quote) di 3mila sostenitori esterni. Non c'è nessun altro giornale nazionale come questo. E' un'eresia che va in edicola da quarant'anni e, va riconosciuto, per merito anche del contributo pubblico. Non tutto il male vien per nuocere...
La domanda ricorrente di questi mesi la solleva Andrea: «Perché il Fatto quotidiano ce la fa senza aiuti di Stato e gli altri no? Così è concorrenza sleale!».
Caro Andrea, mi pare ci sia un equivoco. La stragrande maggioranza dei giornali non percepisce alcun contributo diretto da parte dello stato. In questo il «Fatto» è un giornale normale, come La Stampa, il Sole 24 Ore o Panorama. Ha degli editori (tra i proprietari ci sono anche i suoi direttori-fondatori Antonio Padellaro e Marco Travaglio, proprio come fece Scalfari con Repubblica). L'originalità del «Fatto» - che ha imparato molto da alcuni giornali e può insegnare altrettanto ad altri – sta soprattutto nel suo successo “iper-capitalista”. Non c'è in Europa nessun altro quotidiano che abbia raddoppiato le vendite pochi mesi dopo la sua nascita. Segno che c'era un vuoto di mercato che viene colmato magistralmente e giustamente: onore al «Fatto». Non bisogna dimenticare però che quell'esperienza nasce da un lungo e inedito “traino” televisivo nella trasmissione di Santoro e da un altrettanto lunga direzione di un giornale eterodosso e schierato come «l'Unità». Come dimostrerà il prossimo successo della piattaforma di Santoro («Servizio pubblico»): c'è un pubblico vasto che né la Rai né i giornali esistenti sono in grado di intercettare. Inevitabile che qualcuni ci provi. E ci riesca.
Il punto qui è diverso. Un giornale che non ha padroni come questo ed è discriminato dal mercato pubblicitario come molti altri, può provare a stare in edicola o non ne ha diritto?
Un altro Andrea, omonimo, si chiede: «Da ignorante in materia, mi verrebbe da dire "meglio che lo Stato non dia contributi a nessuno piuttosto che pagare giornali che stampano copie e le distribuiscono gratis solo per far risultare una tiratura maggiore ed incassare di più" ed inoltre, come ad andrea qui sotto, anche a me viene subito in mente l'esempio del Fatto Quotidiano, che prosegue senza contributi statali e mi chiedo perchè anche gli altri quotidiani più diffusi non lo facciano.
In conclusione, può essere una soluzione eliminare del tutto i contributi all'editoria o sarebbe solo dannoso all'informazione? E' meglio allora cambiare le modalità di erogazione di questi contributi? Se sì, come? Scusate l'insistenza ma mi premerebbe capire come funziona questo settore».Allora. Sul giornale di carta abbiamo spiegato molte volte come funziona, o meglio, funzionava, il contributo pubblico. Certo che i truffatori non hanno diritto ad esistere. Ma se qualcuno evade le tasse non vuol dire che queste non vadano pagate.
Sempre, sempre, sempre (antico vizio comunista) abbiamo proposto anche le modifiche secondo noi necessarie per migliorare il sostegno pubblico garantendo risparmi allo stato, trasparenza ai lettori più equità e giustizia nella distribuzione delle preziose risorse pubbliche.
Perciò Giampaolo, mi dispiace, ma hai torto marcio. O sei in malafede oppure perdi almeno qualche minuto a leggere in rete le posizioni che in questi anni «il manifesto», Fnsi, Mediacoop, Articolo21, Cgil e altri hanno fatto sulla riforma dell'editoria.Allora, come funziona la legge attuale?
E' lungo e complesso, comunque:
1)La legge non dà “finanziamenti”: rimborsa ogni anno una parte (circa la metà) delle spese documentate (per esempio stipendi, carta, distribuzione, tipografia, affitti, etc.). Quindi rimborsa a posteriori, non regala vitalizi. E' chiaro che se gli editori presentano fatture false lo stato viene truffato. Ma è come per il falso invalido: non è che se qualcuno si finge cieco allora vanno cancellati gli assegni ai ciechi. Bisogna controllare, come dire, che vadano ai ciechi “giusti”.
2)Lo stato rimborsa queste spese un anno dopo che sono state fatte. A novembre di quest'anno, per esempio, «il manifesto» prenderà il rimborso delle spese già fatte e documentate del 2010. In passato i giornali potevano farsi anticipare il contributo pubblico in banca come qualsiasi altra impresa, con la riforma di Tremonti del 2008, invece, questo non è più possibile e si tratta dunque di rimborsi veri e propri e per questo del tutto aleatori (da un anno all'altro lo stato può decidere aribtrariamente di dare di meno o addirittura niente, vedi sotto).Pregi e difetti della norma:
Pregi: a meno di falsi e truffe, ripeto, i bilanci, le vendite e le spese dei giornali finanziati dallo stato sono certificati e verificati. Quelli del «manifesto», vi assicuro, sono controllati con scrupolo prima dalle banche, poi dai revisori dei conti, poi da una società di certificazione internazionale, poi da Palazzo Chigi e infine, in caso di controlli, anche dalla Guardia di finanza.
In teoria il sistema offre molta trasparenza. In pratica è pieno di buchi.
Dov'è stata allora la falla principale?
1)i rimborsi erano legati soprattutto alla tiratura e non alla distribuzione. Cioè si prendevano soldi solo per stampare il giornale e non per farlo arrivare in edicola e dunque venderlo. Un buco della norma che ha consentito liquidazioni molto alte a giornali molto piccoli e quasi sconosciuti. Su questo, va detto, il regolamento Bonaiuti approvato l'anno scorso fa chiarezza e dal 2010 non è più così (peccato che nel frattempo Tremonti quel fondo l'abbia di fatto azzerato).
2)Non c'è nessun tetto legato ai dipendenti. E' chiaro che un giornale “vero” ha bisogno di persone in carne e ossa che lo facciano. La norma attuale però non entra nelle redazioni né impone contratti di lavoro regolari. E' una richiesta che il «manifesto» ha fatto pubblicamente e in tutte le sedi: oltre alle copie distribuite veramente, il rimborso va collegato anche al lavoro vero che si fa nel giornale. E' l'unico modo plausibile che abbiamo trovato finora per distinguere i giornali “veri” da quelli “falsi” senza voler entrare nel merito dei contenuti (lo stato cioè non può dire cosa pubblicare e cosa no, può dire però come secondo lui lo devi fare).
3)C'è stata una gestione politica e non industriale dei rimborsi. Il capitolo editoria ha rappresentato, a volte, l'aiutino che il potente di turno concedeva all'editore nazionale o locale come scambio di favori. E' una prassi che va contrastata innanzitutto a livello politico. Di sicuro fare come ha fatto Tremonti peggiora le cose. Prima c'era la legge che diceva quanto e chi poteva prendere i rimborsi (il cosiddetto «diritto soggettivo»). Nel 2008 Tremonti ha deciso che al posto della legge i rimborsi li avrebbe decisi di anno in anno il governo, snaturando completamente il senso e l'ispirazione della norma con una modifica apparentemente “tecnica” ma in realtà tutta politica.Quello che lamentiamo nell'assurda situazione attuale è che in Italia non c'è né un vero mercato editoriale dove chiunque possa misurarsi né un vero intervento pubblico che ne limiti le distorsioni e ampli il pluralismo. E' questo, soprattutto, quello che ci sta a cuore e che ci sembra debba interessare tutti, non solo i nostri lettori/sostenitori.
Pur criticando il mercato, «il manifesto» vuole stare “sul” mercato come tutti gli altri. Per questo chiede come mimimo di lottare ad armi pari senza rinunciare a essere se stesso. Tutto qui. Scusate per la lunghezza poco “internettiana” ma spero di avervi invitato almeno un po' ad approfondire una questione così complessa, importante e controversa.
Matteo Bartocci
Sull'argomento, vale la pena di leggere il supplemento Ultima Ora, pubblicato nel 2010. Consultabile nell'homepage de il manifesto.
Ecco l'articolo iniziale, pubblicato il 20 ottobre.
Addobbate le edicole! Stappate lo stappabile e festeggiate in piazza la libertà di stampa. Gioite nelle redazioni e inondate il Web con i tweet di esultanza. E' ufficiale: dopo tre anni di tentativi Tremonti ha finalmente abolito il vituperato sostegno pubblico all'editoria. Non sentite che aria frizzante? Beppe Grillo ha vinto: vaffanculo alla stampa di stato. Vaffanculo ai giornali di partito e a quelli parrocchiani. Di destra di centro e di sinistra. Chissenefrega dei consumatori, degli ecologisti e dei comunisti. Finalmente il mercato potrà disporre senza filtri né limiti di tutta l'informazione disponibile. Entro poche settimane migliaia di giornalisti e una novantina di testate - tra cui il manifesto - saranno finalmente costrette a chiudere. E che cento blog fioriscano.
L'audizione di ieri in commissione cultura alla camera del sottosegretario Paolo Bonaiuti certifica che i tagli lineari di Tremonti decisi nell'ultima manovra abbatteranno il fondo editoria 2011 da 194 milioni a circa 120. Un tetto basso e ingannevole, visto che da questa cifra vanno detratti gli stanziamenti incomprimibili per la convenzione triennale con la Rai (45 milioni annui) e le rate del debito con Poste (altri 50 milioni fissati addirittura per legge). Ergo per tutti i contributi diretti (fabbisogno 170 milioni) resterebbero circa 25 milioni. Dall'aiuto di stato all'elemosina di stato. E' la soppressione definitiva di ogni sostegno pubblico, come il manifesto - insieme a Mediacoop, Fnsi, Cgil, Pd e tanti altri - ha denunciato senza tregua fin dall'estate 2008, quando Tremonti abolì d'imperio il diritto soggettivo ai contributi prima di fare qualsiasi riforma che distinguesse tra giornali «veri» e giornali «finti».
«Stiamo lottando per ottenere il meglio, lavoriamo a tutto vapore», assicura a deputati distratti l'ineffabile Bonaiuti, che stamattina ha convocato a Palazzo Chigi una nuova riunione del tavolo tecnico con associazioni e sindacati dedicato a questo argomento.
Al dipartimento all'editoria non nascondono l'allarme e spiegano che l'ultimo taglio di Tremonti è certo ma non ancora definitivo: «Si aggirerà tra il 30% e il 50% del fondo». Al senato le tabelle non ancora ufficiali della legge di stabilità parlano di 73,2 milioni di euro in meno.
Una mazzata devastante per un settore già in crisi. «Le dichiarazioni di Bonaiuti alla camera, nonostante il tono leggiadro, certificano la morte del fondo editoria», conferma a caldo il senatore del Pd Vincenzo Vita: «Ma Bonaiuti non è un passante qualsiasi, dal 2001 a oggi è stato per 8 anni il responsabile di governo per questo settore. E' gravissimo che assista impassibile alla chiusura di decine di giornali. Siamo consapevoli o no che sotto il dominio di una vecchia televisione sta morendo la carta stampata? Bonaiuti - conclude Vita - si renda disponibile a rimettere mano davvero ai criteri di erogazione del fondo, come da tempo chiediamo, e siamo pronti a discuterne da subito».
Di t
empo però non ce n'è quasi più. E come il resto del paese, anche questa industria è allo sbando. Nelle ultime riunioni la Fieg - l'associazione dei grandi editori che curiosamente rappresenta anche giornali che usufruiscono di contributi diretti come l'Unità o Liberazione - ha fatto capire di essere pronta a chiudere col sostegno diretto in cambio di defiscalizzazioni, sostituti d'imposta e marchingegni simili a quanto è stato fatto per l'acquisto della carta. Tutti incentivi legittimi, per carità, ma che di certo non smuovono di una virgola gli assetti di un mercato editoriale paralizzato in cui pochi grandi - Mondadori, Rcs, Espresso - assorbono la totalità della pubblicità e monopolizzano il sistema distributivo.
Il silenzio della grande stampa liberale su questo argomento è perciò quanto mai interessato. Secondo i calcoli di Mediacoop, la chiusura dei 90 giornali e periodici che usufruiscono del sostegno pubblico potrebbe portare via dalle edicole oltre 400mila copie al giorno, portando il paese a un livello di diffusione della carta stampata nella popolazione raggiunto solo negli anni '30, prima della Seconda guerra mondiale. «La scelta di Tremonti è gravissima, solo sotto il fascismo il governo poteva ipotizzare di chiudere i giornali per legge», tuona il presidente onorario di Mediacoop Lelio Grassucci.
Ma in questo paese da barzelletta, dove il governo del primo editore privato si prende tutta la pubblicità e taglia i rimborsi pubblici a tutti gli altri, il danno non basta. Ci si mette pure la beffa. Secondo l'Idv l'onorevole Mimmo Scilipoti ha appena mandato in tipografia un giornale di partito nuovo di zecca. Il nome, va da sé, è la Responsabilità: «Il giornale di tutti e del "tutto", della visione globale e particolare dell'uomo. Suo scopo sarà quello di continuare ad essere "acqua fresca" e di mantenere vivi i principi ed i valori del Movimento a cui si ispira», si legge nell'editoriale di esordio più sconclusionato a memoria d'uomo (leggere per credere: «Il perché di un giornale», www.laresponsabilita.it). Come prevede la legge, Scilipoti potrà chiedere da subito la sua mediocre elemosina a Tremonti. Regolamenti e norme, infatti, continuano a prevedere un regime agevolato per la stampa di partito rispetto a quella in cooperativa e non profit, che almeno deve dimostrare di stare in piedi da sola per alcuni anni prima di poter solo bussare alle casse dello stato.
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Sì, il manifesto tira molte copie ma non è per il rimborso.
Infatti, le copie stampate e distribuite (se sono vere) costano molto più del rimborso che a conti fatti è meno di 30 centesimi a copia e non ripaga nemmeno i costi vivi (carta, tipografia, trasporto).
Bisogna tenere presente che in Italia le edicole (senza contare autogrill, aeroporti, etc.) sono circa 30.000.
Quindi un giornale nazionale che vuole mandare almeno due copie per ogni edicola deve tirare da 60.000 copie in su.
Capite da soli che l'equilibrio tra tiratura e distribuzione è complesso e può rapidamente far sballare i conti.
Per quanto riguarda il manifesto la tiratura non riguarda il rimborso statale ma le scelte distributive e le ambizioni nazionali del giornale.
Il manifesto è un ibrido: è il più piccolo dei giornali nazionali e il più grande dei giornali politici. Insieme all'Unità (un altro "ibrido" simile a noi ma più grande) è il giornale che ha il peggior rapporto tiratura/resa. Ma è il risultato di difficoltà distributive, più che il frutto di un guadagno "sicuro" calcolato sui contributi statali. Se fosse altrimenti, guadagneremmo di più stampando di meno e andando in meno edicole.
Spero di essere stato chiaro. 23-10-2011 11:33 - matteo bartocci
2.il Fatto copre uno spazio che NEANCHE il Manifesto era riuscito coprire. Provate a chiedervi quanti fra queli 3.000 hanno finanziato anche Santoro: io e la mia compagna, ad es., abbiamo contribuito con cento euro.
3. datevi da fare con un sito web più decente: i milgiori articoli devono essere a disposizione di tutti subito, in modo che si possa rilanciarli nei social network; tutti gli altri devono essere messi a disposizione di tutti dopo 24 ore per lo stesso motivo;
etc. etc. 22-10-2011 23:51 - Dino Angelini
Resa: 64.006
Vendita totale: 22.832
Abbonamenti pagati: 2.411
Totale copie pagate: 25.243
Grazie a Matteo Bartocci ed al suo articolo esplicativo capisco finalmente come mai il Manifesto stampasse in media (nel 2007) 90.000 copie per una vendita di 25.000. Il rimborso era sulla tiratura. Egregio signor Bartocci è giusta questa interpretazione? 22-10-2011 23:50 - guido87
Detto questo il significativo calo di vendite quotidiane, avvenuto da dieci anni a questa parte, devo portare anche il collettivo del manifesto a ragionare sulle proprie responsabilità. 22-10-2011 16:54 - Guido Regonelli
Matteo Bartocci dice che all'estero è diverso e che là ci sono dei veri editori indipendenti. Permettetemi di nutrire qualche dubbio.
Per difendere la libertà di stampa occorre ribadire l'utilità del giornale a fronte di altri media e, soprattutto per quanto riguarda i giovani, a fronte della rete.
Bartocci fa al riguardo delle considerazioni che condivido.
Mi piacerebbe che il manifesto promuovesse un'inchiesta o un dibattito su come i vari tipi di media veicolano l'informazione, sull'innovazione costituita dalla rete, su come i cittadini, suddivisi per età, genere, livello culturale, posizione sociale ecc., si relazionano con l'informazione. Ed anche sulle interazioni fra i vari tipi di media.
Luciano Seller 22-10-2011 15:18 - Luciano Seller
E' bello avere tra i lettori del "manifesto" un "liberista convintissimo", fa sentire tutti un po' più bambini: come quando si credeva alle favole, al topolino che portava il soldino al posto del dentino caduto, alla befana, ai bambini che nascevano sotto i cavoli o che li portava la cicogna.
C'è un tocco di poesia, in tutto questo. 22-10-2011 12:05 - tommaso
-equidistanza da tutti
-giornalismo d'assalto
-giustizialismo
-un certo spirito da ''tabloid'' che certo è gradito a molti;di fatto un mix vincente.
Certo occorrerà verificare la tenuta sulla distanza:di cosa scriveranno quando sparirà la blatta di Arcore?Forza,compagni,dateci dentro e non mollate,io,per quanto mi riguarda,continuerò a seguirvi con piacere!Meno riguardi verso tutti,però.Salutissimi 22-10-2011 10:49 - Mario Poillucci
I contributi, le sovvenzioni, le mance, ecc. sono di fatto distorsive del mercato.
Sarà un caso che con questo sistema truffaldino ed illogico fioriscano così tante "iniziative editoriali" (?!?), senza capo ne coda, alla Scilipoti, per intenderci?
Il principio delle sovvenzioni è profondamente sbagliato: se voglio leggere un giornale, me lo devo pagare di tasca mia...
E' assurdo stampare migliaia di copie ogni giorno solo x tenere alta la tiratura; oltre tutto, è anche anti-ecologico!
Bartocci ha chiaramente ragione solo su una cosa: di sicuro l' editoria è in buonissima compagnia, ovvero è solo uno dei numerosissimi settori sovvenzionati dallo Stato.
Fosse per me, da buon liberista convintissimo, taglierei ogni tipo di prebenda e/o sovvenzione, che dir si voglia: questi soldi dati in maniera irrazionale sono distorsivi del mercato, depressivi dell' economia ed in fondo ingiusti.
Pertanto, via subito i contributi e/o sostegni diretti ed indiretti a TUTTI i settori, cosicchè si possano anche abbassare significativamente e rapidamente le tasse a TUTTI, individui ed aziende!
Sarebbe un sistema molto più trasparente, meno seggetto a corruzione e favoritismi e probabilmente anche molto più razionale ed efficace economicamente.
Altro che alzare le tasse: TAGLIARLE SUBITO ed in parallelo smantellare certe forme del tutto parassitarie d' assistenzialismo, a tutti i livelli ed in tutti i settori!!! 21-10-2011 23:51 - Fabio Vivian
Dopo i raccapriccianti arresti presso Citybank di cittadini americani che si erano recati in banca per chiudere i loro conti correnti (perchè i boicottaggi di massa fanno più paura delle molotov), e ad un mese da Occupy Wall Street, parte una nuova protesta, mirata e temibile:
Bank Transfer Day
Il 5 novembre è prevista questa iniziativa lanciata da Kristen Christian, una caparbia ventisettenne di Los Angeles, che propone di chiudere i conti presso le maggiori banche per aprirne di nuovi trasferendo il denaro nelle Credit Unions (una sorta di istituzioni cooperative, definite 'non-for profit', i cui correntisti sono anche membri e proprietari dell’istituzione che in genere opera per lo sviluppo delle comunità locali e la sostenibilità del territorio in cui si trovano).
http://www.facebook.com/Nov.Fifth
Credo che l’unica via per mettere in ginocchio le banche (ovvero la crisi del kaizer) è proprio dimenticarle, cosi come i bancomat, carte di credito di vario tipo. credo che se milioni e milioni di persone, chiudessero i loro contratti con le banche, banche-posta, banche comunque, il sistema collaserà in poche settimane.
Ogni transazione che facciamo con il bancomat, carte di credito, ci costa dei soldi (e anche chi beneficia!) , soldi gratis che ci rubano le famose banche, soldi elettronici che fanno male al cittadino ma che ingrassano i parassiti.
Se pensate, quante carte di credito, bancomat, tessere e tesserino ci sono in giro per il mondo, ed a quanti miliradi di euro esse rendono alle banche solo per usarle, vi mettete solo che paura! a questo ci hanno portato, è diventato uno schema sociale “normale”, non avere contanti in tasca, ma d’essere obbligati ad usare le tesserine del disastro di tutti quanti! guadagni meno di 2000 euro al mese?
(la stragrande maggioranza della popolazione mondiale):
Dunque dovrebbe essere proibito usare le tesserine del disastro, a cosa servono se a fine mese non mi rimane niente?
E perchè ci obbligano ad “accreditarli” in banca?
semplice: sono miliardi di euro per le banche dati gratis!
si fa un assegno, e per incassarlo ci vuole la famosa ” valuta “? giorni e giorni, le banche usano i nostri soldi per i loro oschi affari!ma siamo diventati tutti dei pazzi o dei scemi?
Abolite anche gli assegni!
Idem per le auto (oramai è 1 “bene” acquisito dentro al cervello lobotomizzato di tutti, necessario ma talvolta superfluo!):
non hanno 1 dispositivo audio-telefonico incorparato dalla fabbrica? Proibita la vendita!
Cosi si evita il ricatto-trappola delle multe per parlare con il telefonino!
Velocità eccessiva? ok!
le auto che non hanno 1 dispositivo autoregolatore che ponga il limite massimo consentito incorparato dalla fabbrica: proibita la vendita!
E cosi via, altri centinaia di esempi.
Siamo tutti dei robot inconsapevoli della truffa a cui veniamo sottoposti tutti i giorni, a 360 gradi, incominciando con le banche!.
Perchè dovrei “accreditare” lo stipendio in banca, quando non basta neanche per arrivare a fine mese? meglio incassarlo in contanti, non credete?
Il datore di lavoro si rifiuta?
vuol dire che anche lui non ha 1 lira, ed è 1 schiavo ad interesse delle banche, tutta carta straccia elettronica!
Fatta da garanzie da strozzinaggio!
Bruciare tutti i supporti magnetici per le transazioni, chiudere conti correnti inutili che non servono a niente, solo spese…, interessi a credito? ma quando mai!
Solo i straricchi…………
Hai 1 mutuo? la rata mensile di XXXXX ?
ok: pagate la rata in contanti in banca!
Non avete contanti in tasca?
Bruciate tutte le rate o ridate indietro il bene che non vi potete permettere!
Chiudere tutti i conti correnti adesso, altro che manifestazioni:
torniamo ai soldi veri, se esitono e da tenere sotto il materasso.
Bisognerebbe creare una rete, una organizzazione molto ma molto ben attrezzata in tutti i sensi, che ponga questa “risposta” al sistema putrido in cui viviamo:
UNA MODA AUTOLESIONISTA, da Lobotomizzati cronici.
Il motto da fare è:
” CHIUDETE CON LE BANCHE “.
Aziende, imprenditori, truffatori vari, facessero quelche vogliono, son sempre una MINORANZA.
Facciano le banche nostrane come le Banche Islamiche:
gli interessi sono PROIBITI, al limite, IRRISORI.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/09/finanza-islamica-regole.shtml
Il giorno che 1 "leader" politico, GIORNALI IMPORTANTI o 1 leader NON politico o sindacalista delle masse capirà questa PROPOSTA:
" CHIUDETE CON LE BANCHE ", allora forse forse si arriverà a dei risultati concreti. Manifestare, darsi botte, sbandierare, teatri e teatrini, musica ed alcool a non finire, black blocs o red blocks, beh:
TUTTO INUTILE!
il motto è:
" CHIUDETE CON LE BANCHE "
Da "premio Nobel dell'economia"?
No, deduzione.
rcrcasso@gmail.com 21-10-2011 19:53 - alessandro albore