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FUORIPAGINA
22/10/2011
  •   |   Matteo Bartocci
    Tremonti esaudisce Beppe Grillo/2

    Ringrazio i lettori per i tantissimi commenti che arrivano sul sito e per posta su una materia molto complessa ma secondo noi decisiva come quella della libertà di informazione.

    Innanzitutto due avvertenze generali e che possono essere tranquillamente saltate a piè pari.
    La prima: diffidate delle semplificazioni e del qualunquismo e informatevi sempre in modo critico su tutto quello che leggete e pensate. Non perdete mai, insomma, il gusto della cultura anche quando sembra eresia.
    La seconda: ha ragione Valerio. A monte di tutte le considerazioni sul finanziamento pubblico o privato dei giornali c'è un'enorme conflitto di interessi tra governo e informazione che non ha paragone in nessun paese del mondo civile. Un dato soltanto: più della metà di tutta la pubblicità italiana (avete letto bene: tutta, compresa quella nei cinema, sul Web e sui cartelloni stradali) va a un solo soggetto: Mediaset. Se ci aggiungiamo anche la Rai si arriva al sostanziale monopolio delle risorse private da parte di un unico soggetto: il governo e i partiti.

    Esaurita la solfa, provo a rispondere alle vostre domande e/o perplessità.

    1) Serve davvero il finanziamento pubblico ai giornali?
    2) Quello attuale funziona? E come può essere migliorato?

    1) Sull'idea di finanziamento pubblico ci sono due posizioni molto semplici.

    a) Quella ultraliberista dice che lo stato non deve finanziare nulla e la «mano invisibile» del mercato premierà il migliore (mi pare sia la tesi di gonzo72). E' un'idea. Però non si capisce perché allora lo stato finanzi la Fiat oppure – per dirne alcune – ogni anno dia 150 milioni di euro agli allevatori di cavalli, 400 ai camionisti e 300 per l’acquisto di frigoriferi e cucine componibili;
    b) La seconda riconosce che il mercato come minimo va regolato e dunque deve intervenire o direttamente dando incentivi a determinati settori che da soli in quel momento non ce la fanno a essere competitivi (per esempio l'energia solare) o indirettamente concedendo sgravi per esempio ad assumere i giovani, i disabili, rinnovare i propri macchinari, etc.

    A meno di non credere ai «Chicago Boys», crediamo che quest'ultima tesi sia quella prevalente. Diamo cioè per scontato che i soldi alla scuola pubblica si devono dare, l'assistenza sanitaria deve essere garantita a tutti e che i cittadini italiani abbiano diritto a un'informazione plurale e non controllata o autorizzata dal governo.

    Qui nascono i problemi. Come si garantisce il pluralismo e la libertà di informazione? Beppe Grillo – non proprio un nativo digitale - sostiene in modo assoluto e un po' naif il valore della Rete contrapponendolo a quello di tutti gli altri media (tv, giornali, stampa, radio, etc.). A nostro avviso dice una cosa e una sbagliata. Quella giusta è che la Rete per sua stessa natura cambia tutto (la risposta in diretta tra giornalista e lettori su questo sito è un esempio). Quella errata invece è vedere steccati o imporre pregiudizi dove non è necessario. Il giornale inglese Guardian, per esempio, ha un sito bellissimo, dove pubblica tutti i propri articoli gratuitamente, discute con i lettori il giornale prima che vada in pagina, promuove il giornalismo dal basso e lo scambio di opinioni nei forum. E' forse il miglior esempio mondiale di come un giornale mainstream e for profit riesca a promuovere l'innovazione senza rimetterci. Perciò non è che su Internet si leggono cose più “vere” che sui giornali. In generale, mi fido a occhi chiusi di un pezzo del «New Yorker» e diffido sempre di un blog semi sconosciuto. Sarà impopolare, ma “fare” informazione  è un mestiere. Banale come tanti altri ma un mestiere. Un giornale nasce dall'incontro quotidiano tra i lettori e i giornalisti. Gli uni senza gli altri non esistono. Un popolo solo di navigatori avrebbe informazione zero. E un popolo di blogger sarebbe intasato di notizie senza avere nessuna chiave di lettura o capacità di orientarvisi, un puro esercizio solipsistico.

    Il punto, allora, è perché i giornali in Italia si vendono poco? E perché solo in Italia non esistono editori “puri” (cioè che fanno solo questo mestiere, trovare e vendere notizie)? In Europa infatti solo da noi tutti i mezzi di informazione sono in mano a banche e imprese manifatturiere, sanitarie o delle costruzioni. Oppure, come la Rai, in mano ai partiti. L'unico esempio di editori puri sono le cooperative come «il manifesto». Dispiace ma è così. Questo giornale è di proprietà esclusiva di chi lo fa (giornalisti e poligrafici) più un piccolo gruppo (meno del 30% delle quote) di 3mila sostenitori esterni. Non c'è nessun altro giornale nazionale come questo. E' un'eresia che va in edicola da quarant'anni e, va riconosciuto, per merito anche del contributo pubblico. Non tutto il male vien per nuocere...  

    La domanda ricorrente di questi mesi la solleva Andrea: «Perché il Fatto quotidiano ce la fa senza aiuti di Stato e gli altri no? Così è concorrenza sleale!».

    Caro Andrea, mi pare ci sia un equivoco. La stragrande maggioranza dei giornali non percepisce alcun contributo diretto da parte dello stato. In questo il «Fatto» è un giornale normale, come La Stampa, il Sole 24 Ore o Panorama. Ha degli editori (tra i proprietari ci sono anche i suoi direttori-fondatori Antonio Padellaro e Marco Travaglio, proprio come fece Scalfari con Repubblica). L'originalità del «Fatto» - che ha imparato molto da alcuni giornali e può insegnare altrettanto ad altri – sta soprattutto nel suo successo “iper-capitalista”. Non c'è in Europa nessun altro quotidiano che abbia raddoppiato le vendite pochi mesi dopo la sua nascita. Segno che c'era un vuoto di mercato che viene colmato magistralmente e giustamente: onore al «Fatto». Non bisogna dimenticare però che quell'esperienza nasce da un lungo e inedito “traino” televisivo nella trasmissione di Santoro e da un altrettanto lunga direzione di un giornale eterodosso e schierato come «l'Unità». Come dimostrerà il prossimo successo della piattaforma di Santoro («Servizio pubblico»): c'è un pubblico vasto che né la Rai né i giornali esistenti sono in grado di intercettare. Inevitabile che qualcuni ci provi. E ci riesca.

    Il punto qui è diverso. Un giornale che non ha padroni come questo ed è discriminato dal mercato pubblicitario come molti altri, può provare a stare in edicola o non ne ha diritto?

    Un altro Andrea, omonimo, si chiede: «Da ignorante in materia, mi verrebbe da dire "meglio che lo Stato non dia contributi a nessuno piuttosto che pagare giornali che stampano copie e le distribuiscono gratis solo per far risultare una tiratura maggiore ed incassare di più" ed inoltre, come ad andrea qui sotto, anche a me viene subito in mente l'esempio del Fatto Quotidiano, che prosegue senza contributi statali e mi chiedo perchè anche gli altri quotidiani più diffusi non lo facciano.
    In conclusione, può essere una soluzione eliminare del tutto i contributi all'editoria o sarebbe solo dannoso all'informazione? E' meglio allora cambiare le modalità di erogazione di questi contributi? Se sì, come? Scusate l'insistenza ma mi premerebbe capire come funziona questo settore».

    Allora. Sul giornale di carta abbiamo spiegato molte volte come funziona, o meglio, funzionava, il contributo pubblico. Certo che i truffatori non hanno diritto ad esistere. Ma se qualcuno evade le tasse non vuol dire che queste non vadano pagate.
    Sempre, sempre, sempre (antico vizio comunista) abbiamo proposto anche le modifiche secondo noi necessarie per migliorare il sostegno pubblico garantendo risparmi allo stato, trasparenza ai lettori più equità e giustizia nella distribuzione delle preziose risorse pubbliche.
    Perciò Giampaolo, mi dispiace, ma hai torto marcio. O sei in malafede oppure perdi almeno qualche minuto a leggere in rete le posizioni che in questi anni «il manifesto», Fnsi, Mediacoop, Articolo21, Cgil e altri hanno fatto sulla riforma dell'editoria.

    Allora, come funziona la legge attuale?

    E' lungo e complesso, comunque:

    1)La legge non dà “finanziamenti”: rimborsa ogni anno una parte (circa la metà) delle spese documentate (per esempio stipendi, carta, distribuzione, tipografia, affitti, etc.). Quindi rimborsa a posteriori, non regala vitalizi. E' chiaro che se gli editori presentano fatture false lo stato viene truffato. Ma è come per il falso invalido: non è che se qualcuno si finge cieco allora vanno cancellati gli assegni ai ciechi. Bisogna controllare, come dire, che vadano ai ciechi “giusti”.
    2)Lo stato rimborsa queste spese un anno dopo che sono state fatte. A novembre di quest'anno, per esempio, «il manifesto» prenderà il rimborso delle spese già fatte e documentate del 2010. In passato i giornali potevano farsi anticipare il contributo pubblico in banca come qualsiasi altra impresa, con la riforma di Tremonti del 2008, invece, questo non è più possibile e si tratta dunque di rimborsi veri e propri e per questo del tutto aleatori (da un anno all'altro lo stato può decidere aribtrariamente di dare di meno o addirittura niente, vedi sotto).

    Pregi e difetti della norma:

    Pregi: a meno di falsi e truffe, ripeto, i bilanci, le vendite e le spese dei giornali finanziati dallo stato sono certificati e verificati. Quelli del «manifesto», vi assicuro, sono controllati con scrupolo prima dalle banche, poi dai revisori dei conti, poi da una società di certificazione internazionale, poi da Palazzo Chigi e infine, in caso di controlli, anche dalla Guardia di finanza.

    In teoria il sistema offre molta trasparenza. In pratica è pieno di buchi.

    Dov'è stata allora la falla principale?

    1)i rimborsi erano legati soprattutto alla tiratura e non alla distribuzione. Cioè si prendevano soldi solo per stampare il giornale e non per farlo arrivare in edicola e dunque venderlo. Un buco della norma che ha consentito liquidazioni molto alte a giornali molto piccoli e quasi sconosciuti. Su questo, va detto, il regolamento Bonaiuti approvato l'anno scorso fa chiarezza e dal 2010 non è più così (peccato che nel frattempo Tremonti quel fondo l'abbia di fatto azzerato).
    2)Non c'è nessun tetto legato ai dipendenti. E' chiaro che un giornale “vero” ha bisogno di persone in carne e ossa che lo facciano. La norma attuale però non entra nelle redazioni né impone contratti di lavoro regolari. E' una richiesta che il «manifesto» ha fatto pubblicamente e in tutte le sedi: oltre alle copie distribuite veramente, il rimborso va collegato anche al lavoro vero che si fa nel giornale. E' l'unico modo plausibile che abbiamo trovato finora per distinguere i giornali “veri” da quelli “falsi” senza voler entrare nel merito dei contenuti (lo stato cioè non può dire cosa pubblicare e cosa no, può dire però come secondo lui lo devi fare).
    3)C'è stata una gestione politica e non industriale dei rimborsi. Il capitolo editoria ha rappresentato, a volte, l'aiutino che il potente di turno concedeva all'editore nazionale o locale come scambio di favori. E' una prassi che va contrastata innanzitutto a livello politico. Di sicuro fare come ha fatto Tremonti peggiora le cose. Prima c'era la legge che diceva quanto e chi poteva prendere i rimborsi (il cosiddetto «diritto soggettivo»). Nel 2008 Tremonti ha deciso che al posto della legge i rimborsi li avrebbe decisi di anno in anno il governo, snaturando completamente il senso e l'ispirazione della norma con una modifica apparentemente “tecnica” ma in realtà tutta politica.

    Quello che lamentiamo nell'assurda situazione attuale è che in Italia non c'è né un vero mercato editoriale dove chiunque possa misurarsi né un vero intervento pubblico che ne limiti le distorsioni e ampli il pluralismo. E' questo, soprattutto, quello che ci sta a cuore e che ci sembra debba interessare tutti, non solo i nostri lettori/sostenitori.

    Pur criticando il mercato, «il manifesto» vuole stare “sul” mercato come tutti gli altri. Per questo chiede come mimimo di lottare ad armi pari senza rinunciare a essere se stesso. Tutto qui. Scusate per la lunghezza poco “internettiana” ma spero di avervi invitato almeno un po' ad approfondire una questione così complessa, importante e controversa.

    Matteo Bartocci

    Sull'argomento, vale la pena di leggere il supplemento Ultima Ora, pubblicato nel 2010. Consultabile nell'homepage de il manifesto.


    Ecco l'articolo iniziale, pubblicato il 20 ottobre.

    Addobbate le edicole! Stappate lo stappabile e festeggiate in piazza la libertà di stampa. Gioite nelle redazioni e inondate il Web con i tweet di esultanza. E' ufficiale: dopo tre anni di tentativi Tremonti ha finalmente abolito il vituperato sostegno pubblico all'editoria. Non sentite che aria frizzante? Beppe Grillo ha vinto: vaffanculo alla stampa di stato. Vaffanculo ai giornali di partito e a quelli parrocchiani. Di destra di centro e di sinistra. Chissenefrega dei consumatori, degli ecologisti e dei comunisti. Finalmente il mercato potrà disporre senza filtri né limiti di tutta l'informazione disponibile. Entro poche settimane migliaia di giornalisti e una novantina di testate - tra cui il manifesto - saranno finalmente costrette a chiudere. E che cento blog fioriscano.
    L'audizione di ieri in commissione cultura alla camera del sottosegretario Paolo Bonaiuti certifica che i tagli lineari di Tremonti decisi nell'ultima manovra abbatteranno il fondo editoria 2011 da 194 milioni a circa 120. Un tetto basso e ingannevole, visto che da questa cifra vanno detratti gli stanziamenti incomprimibili per la convenzione triennale con la Rai (45 milioni annui) e le rate del debito con Poste (altri 50 milioni fissati addirittura per legge). Ergo per tutti i contributi diretti (fabbisogno 170 milioni) resterebbero circa 25 milioni. Dall'aiuto di stato all'elemosina di stato. E' la soppressione definitiva di ogni sostegno pubblico, come il manifesto - insieme a Mediacoop, Fnsi, Cgil, Pd e tanti altri - ha denunciato senza tregua fin dall'estate 2008, quando Tremonti abolì d'imperio il diritto soggettivo ai contributi prima di fare qualsiasi riforma che distinguesse tra giornali «veri» e giornali «finti».


    «Stiamo lottando per ottenere il meglio, lavoriamo a tutto vapore», assicura a deputati distratti l'ineffabile Bonaiuti, che stamattina ha convocato a Palazzo Chigi una nuova riunione del tavolo tecnico con associazioni e sindacati dedicato a questo argomento.
    Al dipartimento all'editoria non nascondono l'allarme e spiegano che l'ultimo taglio di Tremonti è certo ma non ancora definitivo: «Si aggirerà tra il 30% e il 50% del fondo». Al senato le tabelle non ancora ufficiali della legge di stabilità parlano di 73,2 milioni di euro in meno.
    Una mazzata devastante per un settore già in crisi. «Le dichiarazioni di Bonaiuti alla camera, nonostante il tono leggiadro, certificano la morte del fondo editoria», conferma a caldo il senatore del Pd Vincenzo Vita: «Ma Bonaiuti non è un passante qualsiasi, dal 2001 a oggi è stato per 8 anni il responsabile di governo per questo settore. E' gravissimo che assista impassibile alla chiusura di decine di giornali. Siamo consapevoli o no che sotto il dominio di una vecchia televisione sta morendo la carta stampata? Bonaiuti - conclude Vita - si renda disponibile a rimettere mano davvero ai criteri di erogazione del fondo, come da tempo chiediamo, e siamo pronti a discuterne da subito».


    Di tempo però non ce n'è quasi più. E come il resto del paese, anche questa industria è allo sbando. Nelle ultime riunioni la Fieg - l'associazione dei grandi editori che curiosamente rappresenta anche giornali che usufruiscono di contributi diretti come l'Unità o Liberazione - ha fatto capire di essere pronta a chiudere col sostegno diretto in cambio di defiscalizzazioni, sostituti d'imposta e marchingegni simili a quanto è stato fatto per l'acquisto della carta. Tutti incentivi legittimi, per carità, ma che di certo non smuovono di una virgola gli assetti di un mercato editoriale paralizzato in cui pochi grandi - Mondadori, Rcs, Espresso - assorbono la totalità della pubblicità e monopolizzano il sistema distributivo.
    Il silenzio della grande stampa liberale su questo argomento è perciò quanto mai interessato. Secondo i calcoli di Mediacoop, la chiusura dei 90 giornali e periodici che usufruiscono del sostegno pubblico potrebbe portare via dalle edicole oltre 400mila copie al giorno, portando il paese a un livello di diffusione della carta stampata nella popolazione raggiunto solo negli anni '30, prima della Seconda guerra mondiale. «La scelta di Tremonti è gravissima, solo sotto il fascismo il governo poteva ipotizzare di chiudere i giornali per legge», tuona il presidente onorario di Mediacoop Lelio Grassucci.


    Ma in questo paese da barzelletta, dove il governo del primo editore privato si prende tutta la pubblicità e taglia i rimborsi pubblici a tutti gli altri, il danno non basta. Ci si mette pure la beffa. Secondo l'Idv l'onorevole Mimmo Scilipoti ha appena mandato in tipografia un giornale di partito nuovo di zecca. Il nome, va da sé, è la Responsabilità: «Il giornale di tutti e del "tutto", della visione globale e particolare dell'uomo. Suo scopo sarà quello di continuare ad essere "acqua fresca" e di mantenere vivi i principi ed i valori del Movimento a cui si ispira», si legge nell'editoriale di esordio più sconclusionato a memoria d'uomo (leggere per credere: «Il perché di un giornale», www.laresponsabilita.it). Come prevede la legge, Scilipoti potrà chiedere da subito la sua mediocre elemosina a Tremonti. Regolamenti e norme, infatti, continuano a prevedere un regime agevolato per la stampa di partito rispetto a quella in cooperativa e non profit, che almeno deve dimostrare di stare in piedi da sola per alcuni anni prima di poter solo bussare alle casse dello stato.


I COMMENTI:
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  • Rispondo subito in primis ad Andrea, se in america i giornali sono così liberi non capisco come possa esserci una tale dittatura della finanza e del capitalismo peggiore del mondo, forse è una libertà che noi vogliamo immaginare o che ci siamo bevuta grazie alle alsificazioni della realtà che ormai ci beviamo come acqua attenzione ai finti miti.
    Per il resto che si stia lentamente scivolando verso uno stato, non fascista,ma delle malavite è un dato facilmente accertabile, è il Progetto della P2 che arriva a compimento mancano solo 2 o 3 leggine ma lasciamoli lavorare e saranno presto pronte e poi via tutti liberi di essere disoccupati, di leggere quotidiani di proprietà confindustriale, di vedere Tv patetiche e di giocare alla libertà sul Web, speriamo che facebook ci serva poi del buon cibo Web, e case virtuali,peccato che i conti vari da pagare restino molto concreti e reali che non troveremo trippa per gatti nell'etere. Auguri per questo futuro che ci ha con semplicità descritto Jaques Attali, io mi auguro ancora che ci sia qualche vecchia talpa (con idee fresche)che ovunque sia scavi scavi scavi e poi inizi a mordere le caviglie. 21-10-2011 14:48 - Valerio
  • scusa matteo, capisco il vostro momento, capisco che siete coinvolti direttamente, ma sinceramente non capisco come mai in tutti questi anni non vi siate mai, e dico mai, spesi per una distribuzione corretta di questo finanziamento, con l'esclusione di tutti quelli che l'hanno usato in modo truffaldino.
    perchè fino ad oggi la questione che avete posto, che tutta la sinistra ha posto è stata solo nei termini: visto che l'abolizione va a danneggiare giornali seri come noi, teniamoci i truffatori. 21-10-2011 14:34 - giampaolo
  • sarebbe ora che venga tolto del tutto questo finanziamento pubblico, se voglio leggere il giornale lo compro e con quei soldi il giornale se ci riesce campa altrimenti chiude o fa meglio il suo lavoro per essere letto di più e continuare a campare. 21-10-2011 14:20 - gonzo72
  • Ve lo dico io che significa ……..
    Il Kali Yuga esprimendosi con toni pacati, può essere definita come l’Era della discordia e dell’ipocrisia …….
    I “Responsabili” affermano di voler porre fine a questa era di “discordia”, ma in realtà loro sono tra gli artefici, tra i “Responsabili”, dell’avvento dell’era del Kali Yuga ………
    Pensate alle implicazioni che tutto ciò comporta ………
    Da paura !!! 21-10-2011 12:26 - Cane sciolto
  • Sono d'accordo con Salvatore delle 9,21, siete un grande giornale, sulle vostre pagine si trovano analisi molto approfondite e interessanti ma dovete imparare a valorizzarvi, puntate di più sul sito se volete che le nuove generazioni vi conoscano e possano apprezzare la vostra voce fuori dal coro 21-10-2011 11:37 - lea
  • Il problema dei finanziamenti ai giornali in Italia, secondo me, non è che esistono ma è il come vengono dati. Se servissero per garantire la libertà d'informazione e il pluralismo sarebbero sicuramente soldi ben spesi. Se invece ci troviamo ad avere una libertà d'informazione pari a quella di diverse dittature non credo siano soldi ben spesi. In fondo se ci ritroviamo con questa classe politica grandi responsabilità sono da attribuire ai giornalisti che non fanno il lavoro che dovrebbero. Probabilmente se iniziassero a fare meglio il loro lavoro invece di lamentarsi se davvero ci saranno questi tagli la gente comprerebbe più giornali e non si scandalizzerebbe tanto se i contributi venissero reintrodotti. Io non so se è vero che, come scriveva sopra stefano, paesi come la svezia e la danimarca danno contributi ai giornali, di sicuro è vero che quei paesi sono al top per la libertà di informazione e la stampa funge davvero da controllore della politica. 21-10-2011 11:05 - Luca
  • Innanzitutto grazie a Stefano della spiegazione, quando avrò tempo leggerò anche il documento che hai linkato.
    Da ignorante in materia, mi verrebbe da dire "meglio che lo Stato non dia contributi a nessuno piuttosto che pagare giornali che stampano copie e le distribuiscono gratis solo per far risultare una tiratura maggiore ed incassare di più" ed inoltre, come ad andrea qui sotto, anche a me viene subito in mente l'esempio del Fatto Quotidiano, che prosegue senza contributi statali e mi chiedo perchè anche gli altri quotidiano più diffusi non lo facciano.
    In conclusione, può essere una soluzione eliminare del tutto i contributi all'editoria o sarebbe solo dannoso all'informazione? E' meglio allora cambiare le modalità di erogazione di questi contributi? Se sì, come?
    Scusate l'insistenza ma mi premerebbe capire come funziona questo settore,
    grazie 21-10-2011 09:34 - Andrea
  • sono d'accordo con il dovere di distinguere tra quotidiani veri, che si meritano il contributo e carte stracce false che invece fagocitano soldi e basta. Ciò però non vi esime da responsabilità, siete una testata che vogliate o meno sta sul mercato, vi ostinate a proporre un sito del 1904, non attuate formule che possano attrarre i lettori (considerateli anche acquirenti) e vi chiudete in voi stessi, poi però se per caso o per voglia qualcuno passa a leggere il poco che si può leggere resta a bocca aperta per la profondità e la complessità del pezzo. Cercate di reagire e di autovalorizzarvi. 21-10-2011 09:21 - salvatore
  • Ho letto l'editoriale....e questi sarebbero giornalisti?
    Ma un tema cosi', neanche alla scuola media avrebbe preso la sufficienza!
    Per non parlare del movimento stesso, di cui, vivendo all,estero da circa un anno, mi ero persa i dettagli: il marchio si inserisce nella lunga tradizione di appropriazione spudorata di simboli orientali, che meriterebbero un po piu' di attenzione. 21-10-2011 00:47 - franca
  • ... che dire, intanto rinnovo l'abbonamento per il 2012! 20-10-2011 22:52 - Luise
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    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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