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Roberto Silvestri
Termeh, dai, scappa!
Termeh, 11 anni, rampolla della borghesia agiata e colta di Tehran, deve decidere se fuggire con la madre Simin all'estero o restare con il padre Nader che non può abbandonare suo papà, affetto da alzheimer all'ultimo stadio. La teenager sembra più egocentrica del normale, Nader un figlio premuroso, ma è Simin che si è sempre occupata del malato. Però la Legge non tifa per la moglie che divorzia e obbliga Simin a lasciare la casa e tornare dai suoi genitori...
Termeh edipicamente è per papà, ma indaga, interroga, investiga sulla purezza del suo agire e dei suoi sentimenti... La causa di divorzio tra Simin e Nader si complica poi in maniera penalmente pericolosa (non senza sprofondare in abissi teologici tra il kafkiano e il ridicolo) perché l'uomo, che ha assunto nel frattempo una giovane badante bigotta, Razieh, trovando un giorno il padre abbandonato e agonizzante, caccia su due piedi la donna, spintonandola in malo modo, e lei lo denuncia perché, nella caduta, ha perso il figlio che aspettava da 5 mesi... Nader si difende: «Non sapevo che era incinta» (falso: ma se dice il vero rischia da 1 a 3 anni di carcere). E anche Razieh, che ha lavorato senza far sapere la cosa al marito, rissoso e nei guai per debiti, nasconde fino all'ultimo la vera causa dell'aborto (non quella spinta ma un'auto che l'ha investita mentre salvava il vecchio malato), sperando di spillare qualche soldino al borghesaccio che l'ha pure incolpata ingiustamente di furto. Nader scopre la verità, ha pietà di Razieh, vorrebbe dargli del denaro, ma quando si tratterà di giurare sul Corano, la donna del popolo non può più mentire...
Secondo voi chi sceglierà Termeh? Il regista non lo dice. L'opera è aperta. Ma ha utilizzato intanto tutti i suoi tasselli narrativi, e i suoi campi-controcampi da sceneggiato claustrofobico, per mischiare un po' le carte, separando ciò che si dice da ciò che si fa e si pensa, strumentalizzando l'ellissi (non vedremo mai la scena dell'incidente d'auto né bene lo spintonamento...) sia per fare del thriller alla Hitchcock (in Delitto perfetto la scena della chiave sotto lo zerbino viene scippata al pubblico), sia per scatenare nello spettatore una vera tempesta etica. Cosa che piace sempre ai censori, purché si rispetti il quadro teologico consentito.
Una separazione è un dramma contemporaneo familiare, incalzante come una soap opera, e implacabile nel segnalarci il pericoloso grado di controllo biopolitico sui comportamenti e i microcomportamenti dei cittadini moderni in uno stato confessionale e in un capitalismo senza democrazia (brogli, repressione sessuale e del rock diabolico, condanne a morte per gay e lesbiche...). Attraverso la metafora dello scontro domestico ci mostra la lacerazione a metà del paese, tra una parte agiata e colta che, tra esodo e cambiamento radicale (magari «americano»), non perde neppure un grammo di potere. E una più schiacciata perché più povera, disinformata e bigotta, che però vuole difendere a oltranza l'esistente per quanto superstiziosamente scorretto sia (e che si fida di Ahmedimejad). Il regista non indica chi ha ragione. Ma la metafora sarà corretta?
Orso d'argento nel 2009 per About Elly, poi successo internazionale, Orso d'oro a Berlino 2011, candidato di Tehran all'Oscar 2011, il cineasta iraniano (molto teatro, radio e soprattutto tv) Asghar Ferhadi, 39 anni, nonostante la fuga da Berlino della delegazione ufficiale con tanto di lettere di protesta contro il direttore Kosslick «lo strumentalizzatore» dopo le sue «scandalose dichiarazioni» contro brogli e repressione, sembra oggi raccogliere l'eredità di Naderi, Kiarostami e di Makhmalbaf (che hanno scelto la via dell'esilio) come «regista nazionale numero uno».
Eppure Ferhadi non ha nascosto, non solo a Berlino ma anche a Roma, in occasione del recente «Asiatica», perfino la sua solidarietà per Jafar Panahi («un artista senza libertà di espressione è come un pesce senza acqua»), tuttora agli arresti domiciliari.
A giudicare da questo intelligente, proprio perchè discutibile, dramma (nel cast - è il giudice islamico - anche Babak Karimi che, in Italia da molti anni, si batte per la diffusione del grande cinema iraniano post-Scià), che Nanni Moretti distribuisce, non sono passati invano gli anni di presidenza «senza potere» di Khatami, l'imam «libertario» che, come Dubcek, ha favorito la moltiplicazione di artisti capaci di parlare a tutti, e tra le righe alle opposizioni, come si faceva nella Praga comunista... Aspettando l'Havel persiano.
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