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FUORIPAGINA
22/10/2011
  •   |   Loris Campetti
    Fabbrica Italia è qui

    Eccola qua Fabbrica Italia. Non è quella delle promesse di Sergio Marchionne che un'operaia mette in scena soffiando sul cerchietto da cui escono bolle di sapone. È piazza del Popolo dipinta di rosso, riempita dagli uomini e dalle donne che rappresentano ormai l'unica resistenza alla crisi industriale che spopola fabbriche e uffici, decurta i salari, esclude i giovani e precarizza padri e figli. È la piazza dell'orgoglio Fiom, delle persone che, quando qualcuno chiede loro che mestiere facciano, rispondono «operaio», «operaia», «a testa alta e schiena dritta», ripetono dal palco i delegati di tutto il mondo Fiat e della Fincantieri con i rispettivi indotti. Questa è gente che non si fa incantare dalle sirene della violenza sterile e «liberticida» che produce «la messa in mora del conflitto», né si fa intimorire da chi usa quella violenza per negare piazze, strade, cortei. Per cancellare la democrazia. Non si piega alla prepotenza dei padroni e ai loro attendenti che chiudono a chiave i cancelli dei cantieri: questa è gente che odia la violenza gratuita ma quei cancelli li butta giù, occupa il cantiere navale di Ancona e grida ai compagni dei cantieri di Sestri, Venezia, Monfalcone, Palermo, Castellamare di stare uniti rifiutando la guerra tra le repubbliche marinare.

    La Fiom c'è, apre una piazza, uno spazio per tutti quelli che si battono in difesa dei diritti: al lavoro, al reddito, alla parola in fabbrica, a scuola, nella società, nell'informazione. Piazza del Popolo piazza libera. Per fare cosa? Per ricostruire legami e solidarietà rifiutando la guerra tra stabilimenti per strappare il diritto al lavoro, o la guerra tra operai e studenti, o tra padri pensionati e figli precari. Per buttare giù un governo servo della dittatura della finanza e rifondare una politica ormai ridotta a cassa di risonanza delle imprese, quelle imprese che pensano a una competizione basata sullo sfruttamento esercitato senza più vincoli e regole. Ecco piazza del Popolo ieri, la nuova Fabbrica Italia di chi non si piega ai diktat della Fiat, di Fincantieri, della Bce. La piazza ringraziata dal palco da un uomo come Stefano Rodotà che di diritti, libertà e Costituzione se ne intende.
    Pomigliano c'è, da qui è cominciato tutto, anche la stagione di Maurizio Landini segretario. Mirafiori, Melfi con i suoi tre licenziati, Pratola Serra, Cassino, ancora Arese, la Sevel e la Magneti Marelli sparsa e in crisi in tutt'Italia. C'è la formula 1 dell'auto, Ferrari e Maserati. Ci sono la Avio e la Isotta Fraschini, la Iveco. C'è il neoacquisto Fiat, la Bertone e ci sono i licenziandi che non ci stanno della Irisbus e di Termini Imerese. Ci sono i già licenziati della Cnh emiliana. Il rosso corteo si forma a porta Pinciana dove arrivano i pullman da tutte le città. Corteo vietato, dicono sindaco, questore, prefetto, ministro degli Interni. Vietato a chi, alla Fiom? Ecco che villa Borghese diventa improvvisamente tutta rossa e non di vergogna. I metalmeccanici non si fermano, pretendono di riconquistare agibilità per tutti. Sono incazzati e responsabili, dicono che il lavoro - come la conoscenza e l'informazione - è un diritto inalienabile e tutti i diritti si coniugano con la stessa parola: democrazia. Democrazia è anche diritto di voto non solo dei cittadini ma anche dei lavoratori, solo con questa garanzia si potrà ricostruire l'unita sindacale infranta. Pretendono da Marchionne un piano industriale come quello che hanno dovuto presentare negli Usa e persino in Serbia. Vogliono costruire quel che sanno fare, navi e automobili, camion e pullman e pretendono anche dal governo un piano nazionale sulla mobilità che dev'essere socialmente e ambientalmente sostenibile, come ambientalmente sostenibile è questo inedito corteo che tinge di rosso Villa Borghese. Sfilano e tessono reti, con gli studenti e i precari, con quegli intellettuali che hanno raccolto la chiamata della Fiom a riprendersi la città. Attraversano piazzale Flaminio e si infilano in una piazza del Popolo già affollata. Si ascoltano, parlano di difesa del lavoro e dei contratti, mandano messaggi ai loro dirigenti a durare e andare avanti. Determinati a riconquistarsi quel che questo governo e questi padroni hanno sottratto. Dicono alla Camusso che la Cgil deve sostenere la Fiom «senza se e senza ma», a volte fischiano anche, poi applaudono. Sentono gli studenti che intervengono come ascoltassero i loro figli, le loro sorelle minori. Questa è la Fiom, bellezze.


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