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FUORIPAGINA
26/10/2011
  •   |   Alessandro Doranti
    Giallo in Tunisia l'Eni presa di mira dalle proteste

    Una telefonata interrompe l’intervista a Ramzi Bettaieb, responsabile di Nawaat, uno dei più attivi media indipendenti di Tunisi. La faccia si fa preoccupata, l’intervistato prende appunti e poi ci gela. «A Tazarka, a nord ovest della capitale, in uno dei cantieri appartenenti all’ENI, in compartecipazione con l’Entreprise Tunisienne d’Activités Pétrolières (ETAP) pare che 28 lavoratori della compagnia, tra cui lo chef de bord italiano Girolamo Croce, siano stati presi in ostaggio da venerdi».

     

    La telefonata arriva dalla madre di uno dei lavoratori sequestrati all’interno della struttura. Alla base del gesto ci sarebbe la denuncia dei danni ambientali causati dalla compagnia italiana. Ma l'operazione potrebbe nascondere retroscena inquietanti. Arrivano altre telefonate e altre ancora, il blocco che tiene in mano si riempe di appunti e di cifre. Chiede una sigaretta, l’accende e ci dà ulteriori spiegazioni. L’azione va avanti da venerdi, ma pare ci sia un accordo per non mediatizzare la notizia. Meglio agire per canali non ufficiali. La presse tunisienne in ogni caso é concentrata totalmente sulle elezioni. «Dobbiamo aprire un canale, ci vogliono dei negoziatori. Contatto la direzione nazionale dell’UGTT, il sindacato dei lavoratori tunisini». Il problema principale sembra legato dall’indisponibilità dei sequestratori a far passare gli alimenti all’interno del cantiere. Per questo quattro persone versano in condizioni critiche, ma un’ambulanza è riuscita ad evacuarle. Il telefono squilla due volte in pochi minuti, e compaiono due versioni sui possibili sequestratori. A dirigere uomini e trattative sarebbe Ridha Ben Salha figura nota alle autorità tunisine che per liberare gli ostaggi (cancella) che avrebbe presentato due richieste di risarcimento a Eni per danni ecologici: 2.000.000 di dinari tunisini da destinare alla municipalità di Tazarka e 4000 per ogni abitante.

     

    I numeri appuntati sul foglio che Ramzi aggiorna continuamente sono anche quelli che vanno a comporre i cellullari di alcuni dei sequestrati. Tra questi, c’è il «mobile phone» di Girolamo Croce. Provo a chiamarlo, la linea è libera. Il direttore, accento siciliano, voce pacata, risponde. Chiedo conferma dei fatti, ma dall’altra parte del telefono c’é la voglia o la necessità di chiudere in fretta. «Non posso rilasciare dichiarazioni, chiamate gli uffici dell’Eni». Insisto per avere conferma sull’attendibilità del sequestro, ma dall’altra parte la risposta é identica: «Dovete sentire Eni, non posso commentare».

     

    L’Unità di Crisi della Farnesina sembra non essere al corrente dei fatti e non mi chiede nemmeno un recapito. Per Ramzi la situazione non e’ chiara e le telefonate appena effettuate aumentano i suoi dubbi. «E’ possibile che siano tutti informati ma stiano lavorando a riflettori spenti per non creare ulteriori tensioni nel paese, già in fermento per le elezioni, e problemi d’immagine a Eni». Del caso si interessa la Lega Tunisina per i Diritti dell’Uomo che apre un canale diretto con il Ministero della Difesa. La notizia compare sulla stampa tunisina solo a tarda serata e riporta i passaggi principali del comunicato del Ministero dell’Industria e della Tecnologia. In serata risponde anche l’ufficio stampa di Eni, che «come d’abitudine» non commenta i fatti. La vicenda sembra chiarirsi  a notte fonda, attraverso le informazioni che ci fornisce Said Dhifi, responsabile dei macchinari del cantiere. “Venerdi un gruppo di miliziani ha attaccato un reparto del cantiere Eni dove lavoravano 28 persone e per cinque giorni non ha permesso che nessuno uscisse e nessuno entrasse, nè cibo, nè medicinali. Durante la giornata di oggi, sono scoppiate le proteste della popolazione locale che si è ribellata all'operazione dei miliziani accusati di colpire i singoli lavoratori e le loro famiglie, prima ancora che l'Eni”. A quel punto ha proseguito - Said Dhifi – i miliziani per non creare ulteriori tensioni hanno acconsentito alla liberazione dei lavoratori, presidiando comunque il reparto del cantiere. Gli operai al momento proseguono a lavorare con gran senso di responsabilità: eventuali danneggiamenti ai macchinari potrebbero creare un disastro incalcolabile. Ramzi ricomincia a telefonare: Al Jazeera, Al Jazeera english, France 24...poi condivide un ragionamento a voce alta che come inizio giornata, gela la stanza. “Perchè l'esercito non é ancora intervenuto?”. I suoi pensieri scorrono molto veloci.


I COMMENTI:
  • La cosiddetta “Sinistra Europea”, salvo onorabili casi che tutti conosciamo – il PCE, Red Roja, PCPE (sinistra radicale spagnola) – fece una piroetta macabra e scoprì che Gheddafi non era il rivoluzionario ideale di cui avevano bisogno per poter aprir bocca contro il genocidio di un popolo e appoggiarono così la NATO con un discorso di estrema sinistra che poteva commuovere solo il più puro tra i puri, quelli che non sono in grado di comprendere le contraddizioni di ogni processo; questo mi ha portato a fare affidamento alle vecchie teorie marxiste per capire che cosa stava accadendo: il vissuto determina la coscienza. Ed era successo ancora una volta. Sì, nella Spagna otanista (ndt: aggettivo relativo alla OTAN, NATO in castigliano) – il computer mi corregge sempre e mette onanista – il discorso perverso della purezza e della moralità ha inondato i dibattiti politici, con il vecchio trucco del sentimentalismo. Peccato. Comprensibile, perché si difende ancora quest’astratto “Stato del benessere democratico”, che è come l’asino con la carota davanti, che dipende dal saccheggio imperiale (Repsol, Sacyr, Endesa, Telefonica, eccetera) dei popoli del mondo che non hanno lo “stato sociale europeo”, non vogliono “la democrazia all’Europea” e lottano per la propria sovranità e la democrazia diretta, partecipativa e socialista. Dimenticandosi delle più elementari regole scientifiche – o almeno dell’analisi razionale della politica -, hanno condiviso la costruzione del mostro Gheddafi, necessaria per rimanere in silenzio di fronte alle atrocità che la NATO e i suoi mercenari locali, molti dei quali addestrati a Guantanamo, stavano commettendo in nome della “ribellione”. Il copione è stato eseguito passo dopo passo. E ogni volta che i media utilizzano i “ribelli”, parola da loro coniata dal primo giorno, mi viene il vomito. E torna ancora l’immagine di partenza di un uomo torturato, mentre altri lo registrano e distruggono il suo corpo a calci. Che tempi questi, direbbe mia nonna, una sopravvissuta ai pogrom zaristi. È vero, la guerra è crudele, si uccide e si muore. Ma la tortura in diretta e l’allegria per questa tortura ha creato una distanza incolmabile tra la parola che i media utilizzavano con insistenza e ciò che si vedeva a occhio nudo. La parola ribellione è bella. Difficile da mettere in pratica, difficile da mantenere, difficile da capire e da accettare come caratteristica tipicamente umana , porta della conoscenza e della vita che si sceglie. Ribellarsi contro questo capitalismo marcio è l’unica cosa che qualsiasi persona onesta può e deve fare. Ma il grado di distorsione dell’immagine dell’uomo ucciso dal gruppo “ribelle” rovinava la parola e mi faceva ricordare quelle di Rosa Luxemburg: “O socialismo o barbarie“, come se avesse anticipato il suo omicidio, come se sapesse quanto erano fredde le acque del fiume dove sarebbe stato gettato il suo cadavere. Il socialismo, un’altra parola purtroppo rubata e che dobbiamo necessariamente recuperare. Perché ciò che è qui chiamato socialismo è neoliberismo e neocolonialismo, barbarie. Chiediamo spiegazioni sull’enorme spesa militare spagnola per le guerre neocoloniali, per l’espansione delle basi militari, per il sostegno incondizionato per le malefatte della NATO, mentre tutti i nostri diritti di base sono e saranno tagliati ulteriormente. L’immagine di un uomo impiccato, picchiato, scuoiato, era l’annuncio di quello che avrebbero fatto al popolo libico e oggi è successo con l’assassinio del colonnello Gheddafi. Nessuno si è stancato di mostrare l’immagine pornografica del suo volto insanguinato, per diffondere il terrore, il terrorismo degli stati membri della mafia militare finanziaria denominata NATO. Purtroppo, nemmeno nelle assemblee del 15M (Movimento degli Indignados) è stato possibile concordare una condanna dei bombardamenti della NATO, né una condanna del genocidio del popolo libico. È qualcosa su cui stiamo continuando a lavorare, informare, discutere, per cercare di creare un movimento internazionale di solidarietà che possa liberarsi dalle bugie dei media e dalla manipolazione costante.
    Sara Rosenberg
    Insurgente.org

    Notizia "freschissima":
    Il governo tunisino ha imposto un coprifuoco notturno nella cittadina di Sidi Bouzid, culla della cosiddetta Primavera araba, dopo le proteste seguite alle elezioni. Lo ha riferito una fonte del ministero dell’Interno.
    Il coprifuoco sarà in vigore dalle 19 alle 5 del mattino (tra le 20 e le 6 ora italiana) a partire da questa notte, ha detto a Reuters la fonte. Stamani le forze di sicurezza hanno sparato in aria per disperdere una folla di dimostranti che cercava di assaltare gli uffici del governo a Sidi Bouzid, come hanno detto due testimoni.
    “L’esercito sta cercando di disperdere la folla con spari in aria e lacrimogeni”, ha detto un testimone, Attia Athoumi, al telefono a Reuters.Un secondo testimone, Mahdi Horchani, ha detto che i militari sono intervenuti quando i dimostranti hanno tentato di prendere d’assalto la sede governativa.
    (Redazione General News Roma +3906 85224380, fax +3906 8540860, Reutersitaly@thomsonreuters.com) 28-10-2011 13:41 - riprendiamoci il socialismo
  • Buono e giusto chiedere i danni per danno ambientale alle company, e a
    quelli/quelle che fanno 7 figli. 28-10-2011 11:04 - bozo4
  • Sul giornale di oggi 28 ottobre Giuliana Sgrena bolla il tutto come criminalità, a partire dal capo dei cosiddetti miliziani Ridha Ben Salha, "noto alla polizia perché su di lui pende un mandato di cattura". Sottolineo, da non-perbenista, che in generale, e in particolare nella situazione tunisina, quale si configura tra il regime di Ben Alì e l'attuale, non basta un mandato di cattura per configurare un individuo come "criminale". Da qui la curiosità di sapere di quale crimine questa persona è accusata. E' importante questa informazione, perché ricordo che episodi analoghi di sequestri a carico di dipendenti ENI si sono già verificati nei pressi della foce del fiume Niger, e allora non ricordo che si sia parlato di criminalità. E' evidente che se di criminali non si trattasse, le forme di lotta sarebbero comunque discutibili: ma appunto si tratterebbe di altra cosa. 28-10-2011 11:03 - Giacomo Casarino
  • "a riflettori spenti per non creare problemi d'immagine a Eni"
    ennesimo dannoso e squallido comportamento aziendale/governativo.. 27-10-2011 21:55 - iggy
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