sabato 16 febbraio 2013
Abbonamenti 2012

 
Forum
 
LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
OGGI IN EDICOLA
giornale sabato 16 febbraio 2013
ACQUISTA IL PDF
Ottobre 2011
 
 
 
In edicola
dal 18 Ottobre

a 3€ con il manifesto, a 1,70€ più il prezzo del giornale negli altri giorni
 
Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
Condividi su facebooktwitteraddthis.com
FUORIPAGINA
06/11/2011
  •   |   Immanuel Wallerstein
    Gli Usa via dall'Iraq ma chi vince?

     

    • Ormai è ufficiale. Tutte le truppe americane in uniforme saranno ritirate dall'Iraq entro il 31 dicembre 2011. La cosa viene descritta essenzialmente in due modi: uno quelli del presidente Obama, che dice che in tal modo mantiene la promessa elettorale fatta nel 2008. Il secondo è il modo dei candidati presidenziali repubblicani che hanno condannato Obama per non aver fatto quello che dicono volessero i militari americani, ovvero tenere lì un po' di truppe americane dopo il 31 dicembre in qualità di trainers per i militari iracheni. Secondo Mitt Romney, la decisione di Obama sarebbe il «risultato di un calcolo politico nudo e crudo oppure di pura e semplice inettitudine nei negoziati col governo iracheno».
      Entrambe le asserzioni sono insensate, e rappresentano solo giustificazioni per l'elettorato americano. Obama ce l'ha messa tutta, lavorando insieme ai capi dell'esercito Usa e al Pentagono, per tenere le truppe americane in Iraq dopo il 31 dicembre, ma non c'è riuscito, e non per inettitudine ma perché i leader politici iracheni hanno costretto gli Stati Uniti a ritirare le truppe. Quel ritiro segna il culmine della sconfitta statunitense in Iraq, una sconfitta paragonabile a quella subita in Vietnam.
      Ma che cosa è successo esattamente? Perché, almeno durante gli ultimi diciotto mesi, le autorità Usa hanno fatto di tutto per negoziare un accordo con l'Iraq un accordo che superasse quello firmato col presidente George W. Bush che stabiliva il ritiro di tutte le truppe entro il 31 dicembre 2011. Non ci sono riuscite ma non perché non ci abbiano provato in ogni modo.
      I gruppi più filo-americani sono, per comune riconoscimento, quello sunnita, capeggiato da Ayad Allawi, uomo notoriamente legato alla Cia, e il partito di Jalal Talebani, presidente kurdo dell'Iraq. Entrambi alla fine hanno dichiarato, senz'altro con riluttanza, che era meglio che le truppe americane se ne andassero.
      Il leader iracheno che ha cercato in tutti i modi di far rimanere le truppe statunitensi è stato il primo ministro, Nouri al-Maliki. Chiaramente convinto che la scarsa capacità di mantenere l'ordine dell'esercito iracheno avrebbe condotto a nuove elezioni dalle quali la sua posizione sarebbe uscita fortemente minata, con relativa probabile perdita del suo ruolo di primo ministro.
      Gli Stati Uniti hanno fatto una concessione dopo l'altra, riducendo costantemente il numero delle truppe che intendevano lasciare. Alla fine si è arrivati a un'impasse per l'insistenza del Pentagono che chiedeva l'immunità rispetto alla legge irachena per i soldati (e i mercenari) americani, di qualunque crimine fossero accusati. Solo Maliki era pronto ad accettare anche quello. In particolare i sadristi hanno annunciato il ritiro del loro sostegno al governo se Maliki avesse accettato. E senza di loro, Maliki non avrebbe avuto la maggioranza necessaria in parlamento.
      E allora chi ha vinto? Il ritiro è stato una vittoria per il nazionalismo iracheno e la persona che ha finito per incarnarlo non è altri che Muqtada al-Sadr. È vero che al-Sadr è a capo di un movimento sciita storicamente anti-baathista, cosa che per i suoi seguaci in genere ha significato essere musulmani anti-sunniti, ma al-Sadr si è spostato ormai da un po' oltre quella posizione iniziale per fare di sé e del suo movimento il campione del ritiro delle truppe americane. È andato incontro ai leader sunniti e a quelli kurdi nella speranza di creare un fronte nazionalista pan-iracheno fondato sulla restaurazione della piena autonomia in Iraq. E ha vinto.
      Certo al-Sadr, come Maliki e molti altri politici sciiti, ha passato molti anni in esilio in Iran. Dunque la vittoria di al-Sadr è una vittoria per l'Iran? Non c'è dubbio che l'Iran abbia conquistato maggiore credibilità in Iraq. Ma sarebbe un grosso errore di analisi pensare che l'Iran abbia in qualche modo rimpiazzato gli Usa al centro della scena irachena.
      Ci sono tensioni fondamentali tra gli sciiti iraniani e quelli iracheni. Per esempio quelli iracheni hanno sempre ritenuto l'Iraq e non l'Iran il centro spirituale del mondo sciita. È vero che le trasformazioni del quadro geopolitico consumatesi nell'ultimo mezzo secolo hanno permesso agli ayatollah iraniani di presentarsi come dominatori del mondo religioso sciita. Ma questo è simile a quello che successe nel rapporto tra Usa ed Europa occidentale dopo il 1945. La forza geopolitica degli Usa indusse uno spostamento del rapporto culturale tra le due parti. Gli europei occidentali furono costretti ad accettare la nuova dominazione culturale e politica degli Usa. Lo fecero ma non si può dire che gli sia mai piaciuto. E oggi cercano di recuperare il ruolo dominante. Stessa cosa tra Iran e Iraq. Negli ultimi cinquanta anni gli sciiti iracheni hanno dovuto accettare il dominio culturale iraniano, ma non gli è mai piaciuto e adesso si daranno da fare per recuperare la loro posizione di predominio.
      Malgrado le dichiarazioni pubbliche, sia Obama sia i repubblicani sanno che gli Usa sono stati sconfitti. Gli unici americani che non la pensano così sono quei pochi delle frange di sinistra che non possono accettare che gli Usa non vincano sempre e comunque nel campo geopolitico. Quella piccola minoranza è sempre troppo presa a denunciare gli Stati Uniti per tollerare il dato di fatto del loro grave declino.
      Quella frangia sostiene che niente è cambiato perché gli Usa hanno semplicemente spostato il loro pezzo forte in Iraq dal Pentagono al Dipartimento di Stato, cosa che ha prodotto due risultati: introdurre una maggior quantità di marines per garantire sicurezza all'ambasciata statunitense e dar lavoro a un maggior numero di addestratori per le forze di polizia irachene. Ma il maggior numero di marines è un segno di debolezza, non di forza. Significa che perfino la superdifesa ambasciata Usa non è al sicuro dagli attacchi. Per lo stesso motivo gli Stati Uniti hanno cancellato il programma di aprire altri consolati.
      Quanto agli addestratori, si scopre che stiamo parlando di 115 consulenti di polizia che hanno bisogno di essere "protetti" da migliaia di guardie private. Scommetterei che i consulenti di polizia staranno bene attenti ad allontanarsi il meno possibile dal territorio dell'ambasciata e che sarà piuttosto difficile ingaggiare abbastanza guardie per garantirne la sicurezza, visto che non hanno più la garanzia di immunità.
      Non sorprenderà nessuno se dopo le prossime elezioni irachene il primo ministro sarà Muqtada al-Sadr. Né gli Usa né l'Iran faranno salti di gioia.
      (Traduzione di Maria Baiocchi)


I COMMENTI:
  pagina:  1/2  | successiva  | ultima
  • Mi complemento per gli ottimi
    articoli specialmente quello sulla Libia e del patto di Shanghai.... Vedo che si va rafforzando attraverso il dibattito sul Manifesto una netta presa di coscienza sempre piu marcatamente
    CONTRO L'IMPERO EUROPEO YANQUI SIONISTA....
    in Irak come in Afghanistan l'impero esce con le ossa rotte
    riportando a casa migliaia di casse da morto di mercenari abbattuti dai combattenti islamici:
    L'occidente ha fallito in tutto anche con l'ultima guerra contro la Libia...che e' in mano a bande di mercenari marionette dell'impero che presto saranno spazzati via da al Qaeda presente massicciamente in Libia
    In Irak la guerra inziata da quel massone satanista degli "illuminati" di Bush e' finita in una catastrofe con un milione di morti e l'Irak ora e' in mano agli sciiti di Al Sadr o alle milizie di al qaeda...
    In Afghanistan non si puo non rendere omaggio al meraviglioso popolo combattente afghano che si sta immolando con centinaia di giovani martiri che stanno facendo a pezzi i mercenari invasori dell'impero...I muhjadin colpiscono al cuore del paese aereoporti, caserme yanquis, elicotteri aerei finanche nel centro di kabul roccaforte dell' occupante!!
    Lo yemen e' praticamente in mano ai rivoltosi anti Saleh marionetta dell'occidente,combattenti e martiri provenienti dalla Somalia accorrono in forze:

    In Somalia al shebaab cioe i combattenti islamici e' piu forte che mai ed ha respinto ogni attacco di mercenari ugandesi e kenioti a servizio dell'impero..
    La Nigeria e' sconvolta da bande armate islamiche ed attentati sanguinosi
    Questi in breve i fatti
    ed il quadro generale.... in questo contesto IL DELIRANTE PROGRAMMA DI YANQUIS SIONISTI ED INGLESI DI ATTACCO MILITARE ALL'IRAN
    E' UNA PROVOCAZIONE GRAVISSIMA
    ED IRRESPONSABILE, FATTA DA UN POTERE CHE ORMAI E' ALLA FINE
    e che cerca con la carta della distruzione finale di uscire indenne, dice bene quell'ottimo articolo del commento sul trattato di shangai VOGLIONO ARRIVARE ALLO SCONTRO DEFINITIVO CON LE POTENZE ASIATICHE????
    L'IMPERO NE USCIRA' DISTRUTTO!!
    ED I MORTI SARANNO CENTINAIA DI MILIONI!!!!
    FERMIAMOLI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!






















    In Pakistan l'odio verso tutto cio che e' occidente ed impero lo stanno vedendo tutti giorno per giorno e la lotta dei combattenti islamici e' come una valanga 07-11-2011 21:51 - george
  • http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=40645
    Ci potrebbe far passare questi video ed immagini sul MANIFESTO?
    Come antipasto, non per altro.

    I lealisti e le forze governative lo avevano detto dai primi giorni dei disordini in Libia nella parte orientale del paese; coloro che si presentavano come i democratici, vittime di repressioni efferate, erano, per lo più, una congerie mal assortita di estremisti islamici, esuli dalla dubbia fama e qualche migliaio di giovanissimi tra i 18 e i 25 anni che hanno dimostrato fin da subito quali fossero le loro reali intenzioni. Lo si era visto nei numerosi filmati e nelle fotografie che rappresentavano, senza dubbio alcuno, l’inaudita ferocia, la compiaciuta adorazione e ostentazione per le torture efferate, la negazione di qualsiasi, anche minimo, rispetto per gli esseri umani e le loro cose.Lo avevano sperimentato, questo mix spietato, gli abitanti di Bengasi diversi mesi fa, il cui terrore era andato crescendo, man mano che il potere passava dalle mani del legittimo governo libico in quelle delle bande criminali e assassine che spadroneggiavano, picchiando a morte, razziando, stuprando e commettendo ogni genere di abuso sulla popolazione civile. Questi giovani, che il colonnello Gheddafi aveva descritto come invasati e drogati, agivano e continuano ad agire in un delirio di onnipotenza, tipico di coloro che sono stati testimoni complici di inenarrabili bagni di sangue e orge di violenze. Questi bravi ragazzi imberbi sono stati educati, in poco più di otto mesi, alla barbarie deliberata; hanno perpetrato o hanno visto perpetrare violenze inaudite rivolte prevalentemente ad esseri umani inermi. Le vittime sono state senz’altro anche le forze militari lealiste, le cui fosse comuni sparse tra Bengasi e Misurata, tra Sirte e Tripoli nessun organismo umanitario internazionale, nessun giornalista occidentale andrà mai a documentare e denunciare. I barbuti pseudo rivoluzionari che si accompagnavano con torme di quei ragazzi invasati della peggiore teppaglia, con la scure e il machete alla cinta hanno amputato le dita, le mani, i piedi e le teste di un numero di esseri umani incommensurabile. Non sono stati risparmiati a questo scempio né i bambini, né le donne, né gli anziani. Centinaia di migliaia sono ormai i desaparecidos libici e le efferatezze continuano sotto lo sguardo indifferente della comunità internazionale e delle autorità neo insediate che dovrebbero essere portate in giudizio per aver infranto qualsiasi legge nazionale ed internazionale sui diritti civili, umani in tempo di pace così come di guerra.
    La violenza feroce, disumana, spettacolarizzata da quelle decine di videofonini che riprendevano, tra una torma di degenerati ululanti un mal riposto “Allah Akbar”, le torture, ampiamente censurate, alle quali è stato sottoposto l’anziano leader e colonnello del popolo libico, Muammar Gheddafi, sono state la rappresentazione di quello che ha subito la Libia e il suo popolo dagli inizi di febbraio ad oggi, cioè da quando è scattato il piano golpistico dei paesi occidentali per rovesciare uno Stato sovrano. Difficilmente la Libia potrà mai tornare a i livelli di sviluppo che aveva raggiunto con la Jamahiriya; più di otto mesi di bombardamenti di infrastrutture civili hanno ridotto la Libia ad un cumulo di macerie, mentre i saccheggi, le ruberie e le violenze più atroci hanno trasformato un popolo che aveva il più alto benessere tra i popoli dell’Africa, in un popolo in condizioni di grave indigenza, privato di servizi essenziali, privato della stessa sicurezza per sé, per i propri familiari e per le proprie cose. Con la risoluzione Onu 1973 gli Stati occidentali aderenti alla Nato hanno distrutto assieme agli edifici, la possibilità di una serena esistenza, la certezza del diritto e della stessa vita di migliaia di persone. Con la pretesa, assurda e menzognera, di difendere i diritti umani e civili della popolazione libica, la Nato e i suoi alleati arabi hanno, in tutti questi mesi, difeso una banda di stragisti, malfattori, estremisti islamici e criminali efferati della peggior specie.
    Usando le parole del prof. James Petras : “fondamentalisti […], delinquenti, assassini. […] Come possiamo vedere in Libia, nel saccheggio e nel terrore che sta accadendo dentro il paese, […] le uniche forze sulle quali gli Stati Uniti possono contare sono quelle che potremmo chiamare la spazzatura della società, teppa sottoproletaria che si presta al saccheggio del paese.”
    Una parte minoritaria della popolazione aveva appoggiato i ribelli, aveva parteggiato per loro anche a Tripoli anche se in minoranza evidente; a distanza di poco più di due mesi dalla caduta di Tripoli nelle mani di quel miscuglio di milizie islamiste e bande armate di facinorosi, assettati di violenze e facili arricchimenti, moltissimi dei simpatizzanti dei ribelli cominciano a realizzare che quei bravi ragazzi sono mossi unicamente dalla ricerca senza scrupoli della brama di ricchezze e di un potere che nelle loro teste si declina come esercizio senza freni del sopruso sull’altro, sul diverso, sulle donne, su tutti coloro che gli si oppongono. Aveva ragione Gheddafi che li definiva drogati, per i loro comportamenti non sapendo dare altra spiegazione alle loro azioni, ma non erano drogati con droghe sintetiche o di altra natura, erano e sono come animali feroci che assaggiato il sapore del sangue, il gusto per la sadica tortura e quello della polvere da sparo dei loro fucili mitragliatori, si muovono come degli invasati, si comportano come tossici all’ultimo stadio; necessitano, come fossero in astinenza, dell’appagamento quotidiano nell’esercizio di violenze barbare, catturando prede inermi da poter seviziare impunemente e commettendo abusi sfrenati, giunti come sono all’apice della loro volontà di potenza.
    Tuttavia questa violenza inaudita comincia a riversarsi indistintamente, non più sulla popolazione vicina al colonnello Gheddafi, ma investe anche quella parte minoritaria a Tripoli che aveva scelto la fazione dei ribelli e ne aveva sposato la causa. Lo ha compreso e realizzato un abitante di Tripoli, Abdul Mojan nel momento in cui sono venuti dei “ bravi ragazzi lo hanno gettato nel bagagliaio della loro auto, […] e sono partiti con lui un prigioniero dentro. Quando finalmente si sono fermati e lo hanno trascinato fuori, ha chiesto a loro: “Che cosa state facendo io sono un rivoluzionario come voi non ho mai sostenuto Gheddafi”- Ma agli ex ribelli non importava. Avevano preso in simpatia l’edificio del nuovo ufficio nella zona occidentale di Tripoli che il signor Mojan gestiva e volevano le chiavi e i documenti di proprietà. Ha cercato di ragionare con loro, sottolineando che c’erano un sacco di edifici governativi in ??piedi vuoti. Inutilmente, però. Da un arrogante diciottenne gli fu detto: “Ci siamo sacrificati per questa rivoluzione e tu non lo hai fatto, e ora noi ci prendiamo quello che vogliamo. Potrai riavere l’edificio quando la rivoluzione sarà finita.”
    Il signor Mojan era ancora incredulo quando rilasciava al Telegraph la sua intervista “ammettendo che si sentiva fortunato ad esserne uscito senza un pestaggio anche se non c’era nulla che potesse fare per i 5.000 dinari (£ 2.550) che avevano rubato dalla sua auto.” Molti degli abitanti di Tripoli hanno avuto un momento simile di triste risveglio in queste ultime settimane. I loro liberatori, ancora spavaldi girano per la città armati fino ai denti e non sono tornati alle loro città di origine come avevano promesso.
    Qualche abitante di Tripoli che ha ancora lo spirito per fare ironia ha sibilato “Quando hanno detto Libia Free, intendevano le auto, i frigoriferi e i televisori a schermo piatto“.
    Le case private dei cittadini di Tripoli e di Sirte, e quelle di quasi tutti i villaggi caduti nelle mani dei ribelli, sono state prese d’assalto e saccheggiate di tutto il loro arredo. Camion di televisori al plasma, lampadari, mobili impianti stereo e tutto ciò che potesse avere un valore vengono caricati e trasportati verso Bengasi dove finiscono nei bazaar e nei mercati a basso costo.
    Nella Tripoli liberata può accadere di essere fermati ad un posto di blocco e sentirsi requisire l’auto, ricevendo in cambio ricevute che dicono che verrà restituita dopo la rivoluzione.
    Nella capitale le bande dei miliziani si scontrano sempre più spesso tra di loro, ma non per questioni tribali come qualche volta riportano i giornali e i media, piuttosto per dissidi sulla spartizione dei territori e dei bottini. Le milizie ribelli del CNT hanno assaltato sistematicamente tutti i depositi di armi, di prima necessità, non una sola banca è stata risparmiata, sono state tutte assaltate svuotate del loro contenuto e dati alle fiamme tutti i documenti dei depositi; non sono stati risparmiati neppure i musei da questi saccheggi sfrenati. Come riportato da varie fonti i musei di Bengasi , quello Soltane nella parte est di Sirte, e quello Nazionale e Islamico a Tripoli sono stati razziati di tutto ciò che aveva un valore. Nikolai Sologubovsky, giornalista e vice capo di un comitato russo di solidarietà con il popolo di Libia e Siria aveva dichiarato alla televisione russa, verso la fine di agosto che il Museo Nazionale di Tripoli al-Jamahiriya era stato saccheggiato e i manufatti venivano spediti via mare verso l’Europa. Ma ciò che allarma ancora di più anche quella parte di popolazione che, sebbene minoritaria, aveva appoggiato la pseudo rivoluzione, è il fatto che i presunti liberatori si sono rivelati essere criminali della peggior specie, spesso ubriachi fradici, che girano armati di tutto punto come se fossero i padroni della città di Tripoli. Numerose sono le segnalazioni di scontri armati tra milizie, solo limitandosi la scorsa settimana, sono state registrate non meno di cinque sparatorie di una certa entità che hanno coinvolto gruppi di miliziani di Zintan e quelli delle forze legate al terrorista islamico, ora consigliere militare di Tripoli, Abdel Akim Belhaji. Proprio ieri 5 novembre queste milizie contrapposte si sono affrontate duramente nel quartiere Al Andalous, situato nella zona turistica; mentre in un altro scontro a fuoco tra le stesse milizie nella Piazza Verde un bambino sarebbe stato colpito, assieme un’altra persona, da proiettili vaganti. Altri scontri sono stati registrati nell’ultima settimana presso diversi ospedali, presso l’aeroporto e il porto di Tripoli; gli scontri erano sempre tra fazioni contrapposte di ribelli che hanno lasciato sul campo parecchi morti e decine di feriti.
    Perfino a Bengasi dove ha preso inizio il colpo di stato sono stati registrati negli ultimi giorni numerosi scontri tra le stesse milizie; i motivi di questi scontri ruotano sempre attorno alle forniture di armi e ultimamente anche sulle paghe che sarebbero state distribuite tra i ribelli. I signori della guerra occidentali hanno seminato le divisioni, esasperato la violenza, incoraggiato e spalleggiato estremisti islamici e imberbi ragazzotti che educati alla mattanza gratuita ora si aggirano come belve assetate in cerca della propria soddisfazione e che continuano a sequestrare, torturare e stuprare migliaia di libici, tutti dichiarati “sospetti sostenitori Gheddafi” in una vasta caccia alle streghe basata spesso sulla base di accuse che sono poco più di voci. Capita così in Libia che anche gente che aveva sostenuto la rivoluzione ingenuamente e che fino ad un mese fa era piena di speranza, descriva come un fallimento la rivoluzione. Abbacinati dal sogno surreale di trasformare la Libia in uno stato europeo si sono svegliati in una Libia che aveva come vittoriosi, oscurantisti terroristi islamici e brigate di criminali rabbiosi. Non rimpiangono ancora la Libia di Gheddafi ma avranno tempo per farlo.
    E’ il caso di Omar che ha potuto toccare con mano il profilo tagliente della Libia liberata quando uomini armati di Misurata lo hanno preso e sequestrato. Quei ribelli avevano agito per un ricco uomo d’affari della città, con il quale Omar aveva avuto una controversia parecchi anni fa. “Sono giunti a casa sua e Omar è andato con loro perché credeva nella rivoluzione e ha pensato che era un equivoco che presto sarebbe stato risolto. Ma quando sono arrivati ??a Misurata lo hanno gettato nella loro prigione privata e hanno detto che avrebbero battuto le piante dei suoi piedi fino a quando non avrebbe confessato. E ‘una vecchia tortura turca chiamata falakha.”
    Oggi si possono vedere “questi rivoluzionari” guidare sui loro pick-up con grandi mitragliatrici e girare tra i bungalow nel sobborgo di Regata, un delizioso quartiere di palme e bungalow di fronte al mare, mentre raccolgono congelatori e televisori a schermo piatto frutto dei saccheggi.
    La storia più di colore, non negata dal comandante Mohammed al-Madhni, è quella che racconta che i ribelli di Zintan rubarono perfino “un elefante dallo zoo di Tripoli come un trofeo di guerra, portando la bestia sfortunata alla loro città in un camion.”
    “Siamo qui per aiutare a costruire la democrazia e proteggere la rivoluzione“, ha detto lo stesso Mohammed al-Madhni, con un sorriso furbo.
    C’è da credergli.

    MANIFESTO, amici del PD, di Vendola, della Sinistra, i pacifisti di Assisi, preti e cardinali, Napolitano caro presidente amato!!:
    fatevi un bel giretto in Libia: è arrivata la democrazia che tanto avete sognato! 07-11-2011 17:16 - La Libia ringrazia Napolitano
  • Chi vince? Ma omicidi religiosi , intolleranza , inferno etnico naturalmente.

    Esempio di quel che fra 50 anni potrebbe imperversare in Italia grazie agli intrugli degli usurai cosmopoliti di Wall Street che a sinistra ci stiamo bevendo: un cocktail di santeria, neonazismo e mafia nigeriana. 07-11-2011 16:58 - bozo4
  • A me sembra un po' ridicolo e ingenuo pensare che gli americani che hanno fatto quello che hanno fatto in Iraq se ne vadano cosi', alla chetichella, lasciando tutto quel petrolio nelle mani di un gruppo di venduti. I militari in divisa se ne andranno, ma... 07-11-2011 13:35 - Murmillus
  • Il Colonnello Muammar Gheddafi simboleggia molte cose per molte differenti persone nel mondo. Che si ami o si odi il leader libico, sotto di lui la Libia si è trasformata da uno dei paesi più poveri sulla faccia della terra al paese con i migliori standard di vita in Africa.
    Quando la Libia ottenne la sua indipendenza dalle Nazioni Unite il 24 dicembre 1951, fu descritta come una delle nazioni più povere e maggiormente arretrate del mondo. La popolazione all’epoca non superava 1,5 milioni di abitanti, era analfabeta per oltre il 90% e non aveva esperienza politica o di know-how. Non c’erano università e solo un numero limitato di scuole secondarie che erano state istituite sette anni prima dell’indipendenza

    Gheddafi aveva molti grandi progetti. Molti di questi erano di natura pan-africana, inclusa la formazione degli Stati Uniti d’Africa.

    Il Colonnello Gheddafi iniziò la costruzione del Grande Fiume Fatto dall’Uomo. Si tratta di un imponente progetto per trasformare il deserto del Sahara e invertire il processo di desertificazione in Africa. Il Grande Fiume, con i suoi piani di irrigazione, fu pensato anche per aiutare il settore agricolo in altre parti dell’Africa. Questo progetto è stato uno degli obbiettivi vittime degli attacchi NATO in Libia.

    Gheddafi aveva anche previsto istituzioni finanziarie pan-africane indipendenti. La Libyan Investment Authority e la Libyan Foreign Bank sono stati attori importanti nella creazione di queste istituzioni. Attraverso di esse, Gheddafi è stato determinante nel creare la prima rete satellitare dell’Africa, la RASCOM (Regional African Satellite Communication Organization) per ridurre la dipendenza africana da poteri esterni.

    Si pensa che il suo coronamento sarebbe stata la creazione degli Stati Uniti di Africa. Questa entità sopranazionale sarebbe stata creata attraverso l’African Investment Bank, l’African Monetary Fund e, infine, l’African Central Bank. Tutte queste istituzioni erano viste con ostilità dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, dal FMI e dalla Banca Mondiale.
    Il progetto di redistribuzione della ricchezza di Gheddafi

    Gheddafi aveva un progetto di redistribuzione della ricchezza all’interno della Libia.
    Fonti del Congresso americano in un rapporto al Congresso lo confermano.
    Il 18 febbraio 2011, nel rapporto si legge:

    " Nel marzo del 2008 (il Colonnello Gheddafi) aveva annunciato l’intenzione di sciogliere la maggior parte degli organi amministrativi e di istituire il Programma di Distribuzione della Ricchezza per cui i proventi del petrolio sarebbero stati erogati ai cittadini con cadenza mensile per permettergli di amministrarli personalmente, in collaborazione e tramite i comitati locali. Citando le critiche del popolo riguardo gli assolvimenti del governo in un lungo discorso a tutto il paese, (egli) ha affermato ripetutamente che lo Stato tradizionale sarebbe presto “morto” in Libia e che il controllo diretto dei cittadini sarebbe stato realizzato attraverso la distribuzione dei proventi derivati dal petrolio. (Esercito), affari esteri, sicurezza e modalità di produzione del petrolio, ha riferito, sarebbero rimasti sotto la responsabilità del governo nazionale, mentre altri settori sarebbero stati eliminati. Nei primi mesi del 2009 i Congressi Popolari di Base Libici hanno analizzato gli emendamenti variazioni alle proposte e il Congresso Generale del Popolo ha votato per prorogare gli adempimenti."

    Il Progetto di Redistribuzione della Ricchezza, insieme alla creazione di un sistema politico anarchico, fu visto come una vera e propria minaccia dagli USA e dall’UE e da un gruppo di funzionari libici corrotti. In caso di successo avrebbe creato disordini politici nelle popolazioni di tutto il mondo. All’interno, molti funzionali libici erano al lavoro per ritardare il progetto.

    Perché Mahmoud Jibril ha aderito al Consiglio di Transizione?

    Tra i funzionari libici che si sono opposti a questo progetto e lo hanno guardato con orrore c’è Mahmoud Jibril. Jibril era stato posto in carica da Saif Al-Islam Gheddafi. A causa della forte influenza e dei suggerimenti di Stati Uniti e Unione Europea, Saif Al-Islam ha scelto Jibril per trasformare l’economia libica e imporre riforme economiche neoliberiste.

    Jibril sarebbe diventato il capo di due istituzioni della Jamahiriya Araba Libica, il Consiglio Nazionale di Pianificazione della Libia e il Consiglio Nazionale per lo Sviluppo Economico. Mentre quest’ultimo era un ministero normale, il primo avrebbe effettivamente messo Jibril in una posizione superiore a quella del Primo Ministro – l’Ufficio del Segretario Generale del Comitato Popolare della Libia. Jibril, a tutti gli effetti, è stato una delle forze che hanno spalancato le porte alla privatizzazione e alla povertà in Libia.

    Circa sei mesi prima dell’inizio dei conflitti in Libia, Mahmoud Jibril incontrò Bernard-Henry Lévy in Australia per discutere la formazione del Consiglio di Transizione con lo scopo di rimuovere Gheddafi. Descrisse il Progetto di Redistribuzione della Ricchezza di Gheddafi come “folle” nei rapporti e nei documenti del Consiglio Nazionale per lo Sviluppo Economico della Jamahiriya Araba Libica.
    Jibril era convinto che le masse non erano adatte a governare sé stesse e che un’élite avrebbe dovuto avere il controllo del destino e della ricchezza di ogni nazione. Ciò che Jibril aveva in mente era ridimensionare il governo e licenziare una larga parte del settore pubblico, in cambio di un aumento dei regolamenti governativi in Libia. Citava sempre Singapore come perfetto esempio di stato neo-liberista. È probabile che incontrerà Bernard-Henry Lévy anche a Singapore, dove aveva l’abitudine di recarsi regolarmente.

    Quando i problemi sono scoppiati a Bengasi, Mahmoud Jibril è andato al Cairo, in Egitto. Ha detto ai suoi colleghi che sarebbe ritornato presto a Tripoli, ma non aveva intenzione di ritornare. In realtà è andato al Cairo per incontrare i dirigenti del Consiglio Nazionale siriano e Lévy. Lo stavano tutti aspettando per coordinare gli eventi in Libia e in Siria. Questa è una delle ragioni per cui il Consiglio di Transizione ha riconosciuto il Consiglio Nazionale siriano come legittimo governo della Siria.
    L’opposizione di Jibril al Progetto di Redistribuzione della Ricchezza di Gheddafi e il suo atteggiamento elitario sono tra le ragioni della sua cospirazione nei confronti di Gheddafi e del suo contributo alla formazione del Consiglio di Transizione. Questo funzionario dell’ex regime, che è stato sempre un aperto sostenitore dei dittatori arabi nel Golfo Persico, è davvero un rappresentante del popolo o delle BANCHE?
    Caso Irak esattamente identico, come lo è il caso Siria ed Iran:
    BANCHE, "In God We Trust" 07-11-2011 12:03 - "In God We Trust"
  • Il Primo ministro cinese Wen Jiabao è arrivato in Russia ieri 6 di novembre,per la riunione dell’ Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO) che si terrà a San Pietroburgo oggi 7 novembre e tenere colloqui con il suo omologo russo Vladimir Putin, che ha richiesto una convocazione “d’urgenza” del SCO.
    La SCO è un’organizzazione di protezione militare reciproca che comprende sei paesi: Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Pakistan, alla quale inoltre, i rappresentanti di Mongolia, , Iran, India e Afghanistan sono "tenuti" a partecipare alla riunione.
    Sin dal suo inizio l’organizzazione ha percorso una lunga strada in cui è ora dato importanza dovuta a tutte le organizzazioni regionali e internazionali. Come accade con ogni organizzazione imminente lo si confronta con molte sfide esterne ed interne pure. Esternamente, i suoi concetti di sicurezza è contraria a quella della Nato e degli USA.

    La SCO crede nel ‘non allineamento, non-confronto e non-ingerenza negli affari interni di altri paesi‘ da preferire in convincere i paesi per risolvere le loro differenze attraverso mezzi pacifici. Gli Stati Uniti assieme si basa ancora sul suo valore militare per realizzare la propria sicurezza e come bene come quella dei suoi alleati NATO attraverso ed esclusivamente con mezzi militari.

    La SCO sta lavorando verso la fine dei concetti di “guerra fredda” e trascendere le ideologie diversamente agli americani che ancora li inseguono. Internamente, mentre Cina preferisce la cooperazione economica per essere la carta principale del SCO, la Russia preferisce SCO di agire come un blocco di sicurezza al fine di soddisfare le esigenze di sicurezza dei suoi membri derivanti da un’instabile Afghanistan e le globali ambizioni militari degli Stati Uniti.

    Nel corso degli anni la SCO si è trasformata in una specie di centrale elettrica regionale, come il mondo sta sta rapidamente trasformando da un mondo uni-polare a multipolare.Si è aperto ad altri paesi della regione con il Pakistan all’avanguardia per diventare suo membro.
    A causa dell’ intransigenza indiana, le speranze SCO hanno costretto i responsabili politici pakistani per alterare lo stato attivo verso l’Alleanza Atlantica in una più stretta cooperazione con gli Stati dell’Asia centrale.
    Il Pakistan aveva applicato domanda allo SCO nel 2006, Iran e India seguite nel 2007 e 2010 rispettivamente.

    Con il numero allargato, lo SCO consentirà se stesso a svolgere un ruolo efficace nalla regione alla partenza degli U.S.A dall’Afghanistan. Poiché il pantano Afghanistan può essere risolto solo attraverso un accordo regionale, lo SCO può essere la piattaforma ideale se si porrà un Afghanistan pieno di terrore e di lotte tra fazioni etniche per creare le loro aree di influenze.La situazione in Afghanistan ha già avviato il peggioramento e con le richieste per cinque basi permanenti dello SCO.Gli investimenti bilaterali nel raggruppamento, principalmente nel settore dell’energia.
    Le riserve di gas della Russia, Stati dell’Asia centrale e l’Iran comprendono il 60% delle riserve mondiali e l’immediata attenzione del governo è sulla questione energetica che ha praticamente bloccato economia del Pakistan.Per lo scopo il Pakistan ha già offerto il porto di Gwadar e altre vie di terra, anche ad uso MILITARE.

    I paesi SCO sono anche vittime del fenomeno di terrore innescato dagli USA ed i suoi alleati in una forma o l’altra e, come tale, attraverso sforzi collettivi che Pakistan può contribuire enormemente in sforzi dell’organizzazione per sradicare queste tendenze che minacciano la loro sicurezza. Con l’incorporazione dell' Iran e Pakistan, questa organizzazione unica avrà cinque potenze nucleari , un paesaggio pieno di risorse energetiche e la ricchezza di minerali e accomodante a metà della comunità globale; ha tutti gli ingredienti per un ruolo potente negli affari di mantenere un equilibrio mondiale.

    L’ascesa di SCO, entrambi come un gruppo di protezione e come un’entità economica, riflette la necessità dei paesi membri SCO per mantenere gli USA e la Nato lontano dall’interferire nei loro rispettivi domini senza sfidandarli direttamente, ovvero fuori dai ko.glioni.

    Nel caso uno solo di essi fosse attaccato (attaccare l’Iran, la Siria?), inutile ribadirlo:
    Putin vi seppellirà tutti 07-11-2011 11:17 - Cooperazione di Shanghai
  • Wallerstein, il teorico delle “economie-mondo”, colloca giustamente i giudizi sugli eventi più recenti nel quadro “della “lunga durata”, di una crisi USA irreversibile inaugurata dalla sconfitta nel Vietnam (o anche questa è stata un’illusione secondo i nostri forum-isti?). Già nel libro “Il declino dell’America” (trad. italiana 2004) sosteneva che la fine dell'egemonia americana era già in atto da tempo e che non derivava dalla vulnerabilità venuta in luce agli occhi del mondo l'11 settembre 2001, essendo il declino degli Stati Uniti come potenza mondiale iniziato negli anni settanta, appunto con la guerra del Vietnam. Egli sottolineava altresì come la risposta americana [vale a dire le guerre in Afghanistan e in Iraq] agli attacchi terroristici non abbia fatto che accelerare questa tendenza. Senza immaginarlo (come è piccolo il mondo!) egli lancia una velenosa frecciata agli “sconfittisti” nostrani, che vedono in ogni piccolo o grande sommovimento che emerga nel mondo lo zampino onnipotente dell’imperialismo USA, che volgerebbe a suo vantaggio ogni sorta di rivolta o rivoluzione. Richiamo quanto Wallerstein scrive in questo articolo “ Gli unici americani che non la pensano così [che gli USA escano sconfitti in Iraq] sono quei pochi delle frange di sinistra che non possono accettare che gli Usa non vincano sempre e comunque nel campo geopolitico. Quella piccola minoranza è sempre troppo presa a denunciare gli Stati Uniti per tollerare il dato di fatto del loro grave declino.”. Possiamo consolarci, non siamo gli unici, in Italia, a soffrire, nel “cattivo” senso comune di settori ampi della sinistra/sinistra, di una visione del mondo che, inconsapevolmente, teorizza, in ragione dell’attuale, presunta invincibilità dell’imperialismo, l’impossibilità delle rivoluzioni. Quanto ai fatti specifici e recenti, il fatto che, dopo otto anni di occupazione militare USA e quindi, si dovrebbe presumere, di un forte rapporto di forza conseguito, i leader politici iracheni abbiano costretto gli Stati Uniti a ritirare le truppe, non è forse questa la controprova della loro, finale, sconfitta? 07-11-2011 10:14 - Giacomo Casarino
  • Finalmente gli alleati tornano a casa!
    L'IRAQ torna in mano agli iracheni e come la Somalia diventerà terra islamica.
    L'Iraq o verrà annessa all'Iran o diventerà terra di nessuno, dove predoni e pirati del deserto si impossesseranno del territorio.
    gli amerikani escono da 20 anni di guerra con un mucchietto di ossa rotte.
    Milioni di dollari buttati in una guerra che non è servita a esportare la democrazia,ma a riportare il deserto ai suoi vecchi predoni.
    Piano piano ci accorgeremo anche noi che queste guerre pagano solo le armi che si adoperano!
    Le fabbriche di armi e la nostra industria bellica hanno finito con l'Iraq,ora servono nuovi territori.
    Cina? Iran? Russia? Siria?,ma la Siria è piccolina e non vale nemmeno la pena scatenare una guerra.Un mercatino.....
    Quì per tutte le armi in giacenza ci vuole un grande mercato.Quello cinese è ottimo e darà lavoro per un decennio.
    Solo che dopo non conteremo solo i soldi...
    Ma cosa importa,prima gli affari e dopo..... 07-11-2011 08:59 - maurizio mariani
  • Per attaccare l'Iran Obama non può permettersi di avere ripercussioni sui soldati che stazionano in Iraq.

    Del resto la Siria ha già le sue gatte da pelare, per cui non disturberà più di tanto le manovre che gli USA e Israele e la GB intendono portare contro Teheran.
    Se questa è la rappresentazione di un possibile scenario, il dualismo netto "sconfitta-vittoria" a Baghdad perde molto del significato e diventa una delle fasi di uno scontro più complesso e generale, che gioca sullo scontro secolare e profondo tra sciiti e sunniti. 07-11-2011 08:54 - alvise
I COMMENTI:
  pagina:  1/2  | successiva  | ultima
INVIA UN COMMENTO
* richiesto
Nome   *
E-mail  
Immagine CAPTCHA per prevenire lo SPAM
Se non riesci a leggere la parola, clicca qui.
Codice   *
Commento   *
 
INDICE
freccia
ottobre 2011 [ 106 ]
freccia
freccia
agosto 2011 [ 112 ]
freccia
luglio 2011 [ 111 ]
freccia
giugno 2011 [ 129 ]
freccia
maggio 2011 [ 132 ]
freccia
aprile 2011 [ 100 ]
freccia
marzo 2011 [ 99 ]
freccia
freccia
gennaio 2011 [ 100 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2010 [ 62 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2009 [ 27 ]
freccia
freccia
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
MANIFESTO BLOG
ANTIVIOLENZA Luisa Betti
freccia
LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti
freccia
QUINTOSTATO Roberto Ciccarelli
freccia
LOSANGELISTA Luca Celada
freccia
FRANCIAEUROPA Anna Maria Merlo
freccia
ROVESCI D'ARTE Arianna Di Genova
freccia
POLTERGEIST Nefeli Misuraca
freccia
HORROR VACUO Filippo Brunamonti
freccia
NUVOLETTA ROSSA Andrea Voglino
freccia
ESTESTEST Astrit Dakli
freccia
NAPOLI CENTRALE Francesca Pilla
freccia
POPOCATÉPETL Gianni Proiettis
freccia
AUTOCRITICA Francesco Paternò
freccia
SERVIZI