martedì 16 marzo 2010
FUORIPAGINA
15/03/2010
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Michelangelo Cocco
Grecia in svendita
Sul terminal G2 le Toyota, Suzuki e Isuzu sono allineate a centinaia, appena scaricate dal cargo Virgo leader. Con i certificati «export» appesi agli specchietti retrovisori e le pellicole protettive sulle carrozzerie nuove di zecca. I simboli della crisi, nella Grecia che non ha mai avuto una sua industria automobilistica, giacciono, meno evidenti, poco oltre il tappeto di macchine e hanno l’aspetto discreto di container grigi con una sigla blu, in ideogrammi e caratteri latini, «Cosco».
Il 30 settembre scorso la società cinese ha stretto un accordo con l’Autorità
portuale del Pireo (Olp), assicurandosi per 35 anni la gestione dei terminal
Pier2 e Pier3 del porto di Atene, che con 1.600 impiegati (tra cui 400 portuali) è uno dei più importanti del Mediterraneo. E ora i lavoratori temono che «i cinesi» possano mangiarsi, pezzo dopo pezzo, l’intero scalo commerciale. «Stanno vendendo tutto alla Cina», s’infervora Yannis Kydis, dipendente della Olp, società a partecipazione statale quotata in borsa. Kydis non vuole fare la fine dei suoi colleghi di Astakos – sul mare Ionio - dove «la Cosco ha già dettato le
sue regole, assumendo con contratti che non prevedono straordinari pagati». Dopo una lotta durata mesi, Kydis e compagni hanno fatto naufragare il progetto di Cosco di far sbarcare sulle banchine elleniche 2.500 operai «importati» da Pechino. Ma dal 30 giugno prossimo l’amministrazione di Pier2 e Pier3 passerà interamente ai cinesi.
Secondo il governo, l’accordo raggiunto con Pechino sul Pireo farà guadagnare
ad Atene 4.3 miliardi di dollari (in 35 anni), darà vita a un migliaio di nuovi posti di lavoro e permetterà la creazione di terminal per container «moderni, flessibili ed efficenti». Per Kydis invece «i cinesi non sono interessati ad aumentare il traffico navale, ma mirano a importare componenti da assemblare qui per produrre merci con marchio Ue, per questo stanno già acquistando una serie di
fabbriche dismesse qui vicino».
Pericle era convinto che fin quando Atene avesse mantenuto la supremazia sui mari, sarebbe sopravvissuta a ogni attacco nemico. Gli spartani potevano anche invadere l’Attica, distruggere le sue viti e i suoi ulivi: l’approvvigionamento della capitale sarebbe continuato grazie al Pireo e via
mare l’avversario sarebbe stato infine sconfitto.
A 2500 anni dalla morte del leader della polis classica, questo simbolo della Grecia sembra destinato a finire in mani straniere. Il perché lo spiega Jorgos Nukutidis, presidente dei portuali della confederazione sindacale Gsee. «La Olp faceva utili, aveva accumulato in cassa 50 milioni di euro. Sotto il precedente governo di Nea Democratia aveva ottenuto un prestito di 90 milioni: tutti questi soldi poi sono spariti, con una serie di ammodernamenti fittizi dei moli: a quel
punto i primi due terminal sono stati venduti ai cinesi”.
Una situazione simile a quella dei lavoratori della Olympic, che per dieci giorni hanno protestato occupando - 24 ore su 24 - il tratto di via Panepistimiou tra la sede centrale della compagnia aerea e la Biblioteca nazionale. La privatizzazione della compagnia di bandiera ha già causato centinaia di licenziamenti. Ora si teme che la sua fusione con Aegean – annunciata il mese scorso – possa produrre altri problemi occupazionali. «Dall’inizio degli anni ’90 socialisti e conservatori non hanno fatto nulla per modernizzare l’azienda – denuncia Zavalos Zikos, dell’Unione del personale dell’Olympic -. Al contrario, secondo la ricetta neo-liberista, hanno contribuito a distruggerla, per poi privatizzarla». Zikos ritiene che la Grecia in questo momento sia «un laboratorio
dove sperimentare ricette per distruggere il lavoro».
Terzo premier di una dinastia politica iniziata col nonno Gheorghios (tre volte a capo dell’esecutivo) e proseguita dal padre Andreas (due mandati da primo ministro), in campagna elettorale Jorgos Papandreou aveva promesso salari al passo con l’inflazione e 3 miliardi di euro d’incentivi per rilanciare l’economia. Dopo la scoperta di un deficit al 12.7% del prodotto interno lordo, nascosto dalla precedente amministrazione conservatrice, si è rivelato al paese nelle vesti di novello Dracone e negli ultimi tre mesi ha varato altrettanti pacchetti
di misure economiche «lacrime e sangue» che prevedono, tra l’altro, tagli agli stipendi pubblici, blocco delle pensioni, aumento dell’iva.
Papandreou ha assicurato alla popolazione che «suoi sacrifici non saranno invano» e che, fra tre anni, il Paese sarà più sano e più giusto. Il premier, con una serie di dichiarazioni rilasciate al quotidiano Ta Nea, ha di nuovo invitato tutti i cittadini, due giorni dopo lo sciopero generale che ha paralizzato la Grecia e il grande corteo sindacale di Atene, a unirsi intorno al governo per ricostruire la Grecia.
«Il nostro primo compito è salvare l’economia, primo passo necessario nel cammino verso il futuro» ha detto. Papandreou ha affermato che di fronte ai sacrifici dei greci egli si impegna a «non tollerare lo scandaloso favoritismo
presentato come giustizia, i privilegi dei pochi come diritti acquisiti, la ricchezza provocatoria come cultura, il profitto parassitario come imprenditoria e l’evasione fiscale come frutto del buon senso».
Ma il Barometro di Public Issue per ilmese di marzo - diffuso dalla tv Skai - rileva che, pur mantenendosi alta (66%), la popolarità di Papandreou ha perso 6 punti rispetto al precedente Barometro.
E mentre le proteste per i tagli non si placano, il governo e l’opposizione dei partiti di sinistra Kke e Syriza (quella conservatrice è fuori gioco, perché l’opinione pubblica la considera la principale responsabile del disastro dei conti pubblici) si preparano già al prossimo scontro, una battaglia sulla prevista ondata di privatizzazioni – di cui il Pireo e la Olympic non rappresentano che la punta dell’iceberg – che si annuncia senza esclusione di colpi.
FUORIPAGINA
28/02/2009
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Giorgio Salvetti
A Bergamo, ritornano le cariche
Sembrava tutto finito bene. Il corteo spontaneo antifascista contro
l’apertura a Bergamo di un sede di Forza nuova si stava già sciogliendo,
quando all’improvviso sono partite violente cariche della polizia. Gli agenti sostengono di aver risposto al lancio di bottiglie da parte dei manifestanti, di aver perseguito un gruppetto bardato, denunciano agenti feriti e dicono di aver sequestrato anche un piccone. Ma di fatto sono state compiute cariche a freddo che hanno colpito tutto il corteo. I manifestanti sono scappati per le strade del centro ma sono stati inseguiti dagli agenti in tenuta antisommossa che hanno continuato a prenderli a manganellate. Cinquantanove antifascisti sono stati fermati e portati in questura e nella caserma dei carabinieri. Fuori dalla questura si sono riunite alcune decine di persone per conoscere la sorte dei loro compagni. Ma anche loro sono stati attaccati e presi a manganellate.
Ingiustificate.Si è trattata di una giornata pessima segnata da una serie di azioni poliziesche violente che sanno di premeditazione comandata dall’alto. Mentre a Milano si teneva la manifestazione per Cox18.
La giornata a Bergamo è iniziata male quando, intorno alle 15,30, il boss di Forza Nuova, Roberto Fiore, ha inaugurato la sede del suo movimento neofascista in via Quarenghi, nella zona più multietnica della città, dove già sono stati commessi alcuni atti di razzismo. Da un paio d’anni è attiva a Bergamo una sezione di Forza Nuova i cui attivisti si fanno sentire spesso sui blog cittadini, che una volta erano appannaggio della sinistra.
Un migliaio di militanti antifascisti ieri pomeriggio si sono dati appuntamento proprio in via Quarenghi, a 70 metri dalla sede neofascista, da lì si sono mossi in corteo per le vie del centro facendo blocchi del traffico. Nulla di più. Sono stati lasciati anche sfilare 200 fasciti armati di caschi che hanno rotto la telecamera di una giornalista di Antenna 6. La manifestazione antifascista dopo due ore è riconfluita verso via Quarenghi dove si stava sciogliendo. I neofascisti, circa 400 persone, se n’erano andati, e anche alcuni militanti di sinistra avevano cominciato a lasciare la piazza, quando, a sorpresa, è partita una carica tra via
Paglia e via Paleocapa. Un blitz molto duro e prolungato. Gli agenti hanno seguito i manifestanti in fuga in mezzo al traffico, li hanno picchati, davanti ai negozi, colpendo a manganellate anche ragazzi già fermati e buttati a terra.
«Il corteo era finito da un’ora - racconta un manifestante - addirittura il questore, Dario Rotondi, si era congratulato con alcuni organizzatori per la gestione della piazza quando i poliziotti sono scattati. Gli prudevano le mani».
A Bergamo si terrano le elezioni comunali e provinciali, e una giornata gestita con il pugno duro dalla polizia contro manifestanti di sinistra con scontri per le strade, cade a pennello per la Lega del ministro degli Interni Bobo Maroni.
Le forze dell’ordine sostengono di aver agito contro un gruppo venuto da
fuori città, sarebbero stati loro a portare mazze e piccone. I fermati sono stati radunati in un cortile in questura. Sono probabili cinque arresti. Gli altri fermati verrano rilasciati nel corso della notte.
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Strategia del terrore? 02-03-2009 16:40 - Emiliano Consumati
Se le ronde serviranno a evitare un solo atto di violenza senza provocarne,
ben vengano. 02-03-2009 15:00 - t.o.
Il qualunquismo dilagante della nostra società si riflette su alcuni commenti che ho avuto il dispiacere di leggere....caro aldobasso gli operai non sono depositari di verità assulute, anzi se devo dirtela tutta penso che molti operai hanno smesso di credere nel processo di emancipazione che è stato uno degli aspetti fondamentale della lotta operaia....meglio spegnersi il cervello davanti alla TV piuttosto che iniziare ad usarlo!
No alle ronde, e un NO ancora più forte alle contro-ronde che non farebbero altro che legittimare lo scontro che i fascio-massoni-xenofobi al governo desiderano! 02-03-2009 14:13 - jacopo
Antonella D. 02-03-2009 12:44 - Antonella De Lorenzi
cosa bisogna fare, allora? lasciare aprire le sedi ai fascisti? bene, facciamo che decretare direttamente che è iniziato un nuovo ventennio... forse tra ventanni altri partigiani ci libereranno... forse... perché se si rifiuterà ancora la violenza, allora nemmeno tra cento anni saremo liberi! 02-03-2009 10:02 - nomiS